Amico fragile

Alessandro Perissinotto





Quando lo percorrevi, quel viadotto, avevi la sensazione che tutto ondeggiasse, che la tua auto fosse appoggiata a un nastro sorretto da un’esile ragnatela. Forse era solo una sensazione, una vertigine dovuta all’altezza.
Prima di imboccarlo, venendo da Levante, su quella rampa circolare e aerea, vedevi le case sotto, e la gente piccolissima, e ti chiedevi se vivere all’ombra di quel ponte fosse un po’ come avere la spada di Damocle sulla testa.
Ma no, ti dicevi, la spada di Damocle era sospesa con un sottile crine di cavallo, il viadotto Morandi è retto da cavi d’acciaio e da piloni in cemento armato: una bella differenza.
Oggi sappiamo che quella differenza non c’era, oggi scopriamo (ma gli esperti lo sanno da sempre) che anche il cemento armato può essere, per dirla con il genovese De André, un “amico fragile”.

Noi, gente comune, lo abbiamo sempre trattato da indistruttibile; persino le lingue hanno attinto espressioni dalla sua fama di solidità: “un alibi en beton”, un alibi in cemento, dicono i francesi quando parlano di un alibi inattaccabile, mentre noi “cementiamo” le nostre amicizie, le nostre relazioni, i nostri patti.
Ma se “cementare” dà gioia e sicurezza, “cementificare” porta con sé una sfumatura profondamente negativa. E cementificare è ciò che il mondo occidentale ha fatto senza sosta negli ultimi ottant’anni.
Cementificare non è solo ricoprire di case, capannoni, palazzi, strade ogni centimetro quadro di terreno disponibile, è anche e soprattutto credere acriticamente nella civiltà del cemento, nel fatto che con il cemento si potesse superare qualsiasi ostacolo.

Il viadotto Morandi, a Genova, era, fino a ieri mattina, la prova di questa fede cieca: perché mai scendere nel solco del torrente Polcevera se si può sorvolarlo grazie al cemento armato? Il cemento armato è sicuro, è eterno: non è vero, ma ce ne siamo convinti; i politici, più che gli ingegneri, ce lo hanno fatto credere.
Opere in cemento armato come piramidi d’Egitto, pronte a sfidare i millenni. E il nostro sbigottimento di fronte al crollo di ieri non è per il numero delle vittime; per loro c’è dolore, c’è compassione, la stessa che si prova quando un autobus finisce fuori strada o quando cade un aereo, ma lo sbigottimento è per quella struttura oggi monca, per quei due tronconi superstiti che ci mostrano quanto la nostra fede nel cemento fosse mal riposta.
Nel suo spettacolo dedicato alla sciagura del Vajont, Marco Paolini ricordava che, passando davanti al luogo del disastro, le mamme mormoravano “Povera Longaron, povera Longarone”, mentre i papà guardavano il cemento della diga e dicevano: “Però ha resistito”.
Ed era vero, la diga, in cemento armato, aveva resistito persino alla frana che aveva fatto esondare il lago. Anche questo, negli anni del boom, ha fatto crescere quella fede. Ma quell’amico che ci aiutava nei compiti più gravosi era in realtà, lo ripeto, un amico fragile, un amico che abbiamo caricato di troppe responsabilità senza valutare il pericolo di qualche défaillance.

Alcuni testimoni parlano di un fulmine che avrebbe colpito uno dei tiranti determinandone la rottura: potrebbe essere questa la défaillance? Potrebbe essere questo l’imprevisto che ha reso, per un istante fatale, inaffidabile il cemento? Ma un fulmine (ammesso che davvero ci sia stato) è davvero imprevedibile o è la religione del cemento che ci ha obnubilati a tal punto da non prenderlo in considerazione?
Nel 1964, proprio mentre il viadotto di Genova era in costruzione, un altro ponte progettato dall’ingegner Morandi, quello costruito sopra il lago di Maracaibo, in Venezuela, venne urtato da una petroliera e crollò in parte: i morti, allora, furono sette.
Era così imprevedibile quel tipo di incidente? Forse sì, forse no, ma quello che davvero bisognava prevedere, in quegli anni ‘60 e ’70 in cui cementificazione suonava come sinonimo di progresso, è che il cemento avrebbe richiesto cure continue, che, contrariamente alle piramidi, non lo si poteva abbandonare ai venti del deserto o del tempo e aspettarsi che lui resistesse impassibile.
Ed eccoci dunque alle prese con un sogno che si sgretola, con un’illusione che, dopo qualche decennio, presenta il conto. Prometteva di essere eterno ed economico il cemento, molto più economico del ferro con cui è costruito il ponte di Brooklyn (quello vero, che sta su da quasi 150 anni), ma ora potrebbe trasformarsi in un in incubo, com’è stato per l’Eternit che su quelle stesse promesse aveva costruito il suo successo.

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo, le vittime del crollo erano 22, ora, mentre lo concludo, il loro numero è salito a 35: famiglie in vacanza, pendolari, lavoratori dell’AMIU colpiti dalle macerie. Adesso è giusto pensare a loro e a quelle che ancora verranno scoperte, è giusto meditare sulla crudeltà della sorte, sul destino di chi è caduto e sulla fortuna di chi è riuscito a fermare il suo veicolo sull’orlo del baratro. Adesso è giusto pensare alle responsabilità di chi forse ha omesso manutenzioni necessarie, alle colpe e alle tragedie, ma tra qualche settimana sarà finalmente ora di pensare a lungo termine, di trovare il modo di disinnescare la bomba a orologeria che ci portiamo dietro dagli anni ’60, da quando il progresso pareva una felicità a buon mercato.
Ormai da tempo gli esperti sostenevano che la manutenzione del ponte Morandi a Genova sarebbe costata più di una sua ricostruzione e lo stesso si dice per il ponte sul lago di Maracaibo e per chissà quante altre costruzioni in cemento armato. Petrolio a poco prezzo, cemento a poco prezzo, lavoro a poco prezzo: è questo il cocktail che ha fatto ubriacare il mondo negli anni ’60.
Oggi, passata la sbornia, dobbiamo ricostruire non solo ciò che sta cadendo a pezzi, ma anche il modello di sviluppo e l’idea stessa di progresso, dobbiamo trovare nuovi amici ed essere consapevoli della loro inevitabile fragilità.

L’articolo è stato pubblicato dal quotidiano Il Mattino il 15 agosto 2018.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica dal vivo il 16 agosto 2018