Menocchio

Teo Lorini



Già presente a Locarno nel 2015 con il documentario Genitori, Alberto Fasulo ritorna quest’anno con Menocchio , il suo nuovo lavoro, in gara per il Pardo d’Oro.
Siamo nelle campagne del Friuli alla fine del Cinquecento, concluso il Concilio di Trento, i severi dettami della Controriforma mirano a sopprimere ogni dissenso nel seno della Chiesa cattolica. La gerarchia ecclesiastica ha serrato i ranghi; il controllo delle masse è ferreo e il loro indottrinamento capillare. Qualsiasi possibile focolaio di eresia, qualsiasi proposizione meno che ortodossa è guardata con sospetto e prontamente denunciata al Sant’Uffizio. Menocchio è Domenico Scandella, un mugnaio di Montereale le cui riflessioni in materia di religione si basano su un manipolo di libri messo insieme da autodidatta e da autodidatta compreso e ragionato (“un po’ di libreria” altrettanto eterogenea e raccogliticcia di quella del sarto dei Promessi Sposi, ma di quella ben più pericolosa ed eterodossa). Quando le sue speculazioni e le esternazioni con cui le condivide con gli abitanti del piccolo paese, arrivano all’orecchio dell’Autorità ecclesiastica, inizia il processo.

Il film di Fasulo, la cui lavorazione è durata per ben 4 anni, si basa naturalmente su Il formaggio e i vermi, capitale saggio di Carlo Ginzburg, pubblicato da Einaudi nel 1976, esempio straordinario di come la ricerca sulla microstoria diventi chiave d’accesso ai macroscopici fenomeni sociali, culturali, politici, economici che innervano e trasformano le epoche della Storia umana. Il libro di Ginzburg però non è solo questo: per gli studiosi di storia della lingua Il formaggio e i vermi , che include molti passi delle trascrizioni dei verbali del processo, costituisce anche un importante testimonianza dell’italiano parlato dai cosiddetti semicolti. E qui già il lavoro di Fasulo inizia a scricchiolare: i suoi paesani, analfabeti o poco meno (quasi tutti interpretati da attori non professionisti) si esprimono in un italiano tanto formale da rasentare la parodia, sfoggiano congiuntivi e periodi ipotetici, perifrasi dotte e solo in talune scene oscillano tra veneto e friulano. Il motivo sfugge, così come la sostanza dell’accusa: che tipo di eresia è, quella di Menocchio? Ha un aspetto politico, un’ambizione egalitaristica? È di tipo teologico? O liturgico? O è piuttosto una critica al sistema ecclesiastico? La domanda pare lecita, considerando che una cospicua parte del film è costituita da sequenze in cui Menocchio viene interrogato dagli inquisitori o dalle dichiarazioni dei paesani chiamati a testimoniare.
Nella conversazione seguita all’anteprima, Fasulo ha ricordato che la spontaneità, la divisione in sequenze poco coese, e la conseguente impressione sentimento di frammentarietà che la visione di Menocchio lascia allo spettatore sono dovute al fatto che il film mancava (per scelta) di una sceneggiatura. Alla luce del risultato viene però da chiedersi se, sull’arco di ben quattro anni di lavoro e riprese, al regista o ai produttori non sia venuto il dubbio che magari sarebbe valsa la pena di mettere per iscritto, se non le singole battute almeno una traccia dell’evoluzione della vicenda e dei suoi personaggi.
Tecnicamente Menocchio è un film che muove da una poetica saldamente definita. Fasulo ha manovrato con sapienza il suo obiettivo e ricercato tagli di luce drammatici, che spesso ritagliano dallo sfondo buio fortissimi dettagli (occhi, rughe, dita, nocche ecc…) . Per questo lavoro sulla luminosità e per l’insistenza con cui il regista ricorre al primissimo piano, il direttore Chatrian ha evocato Pasolini (che forse si potrebbe piuttosto tirare in ballo per la scelta di attori non professionisti), mentre a noi ha ricordato piuttosto Malick, ma è un Malick di cui abbiamo solo la scialbatura. Di tali illustri modelli infatti Menocchio si fa maniera, non sostanza. I volti degli interpreti (Menocchio / Marcello Martini su tutti) sono intensi ma gli interrogatori ripetitivi e anche la scena madre in cui il mugnaio scandisce a voce alta la propria abiura è continuamente frammentata da fastidiosi tagli che lasciano sospettare più di un inceppo nella recitazione.
Allo stesso modo, nella lentezza con cui il film procede, l’abuso del primissimo piano si fa via via stucchevole e all’ennesimo dettaglio di una mano rattrappita, di un occhio circondato di rughe e cispe, anche il più bendisposto degli spettatori tradisce l’impazienza mediante quelle spie involontarie che Vittorio Alfieri, attentissimo alle reazioni del suo pubblico, divideva fra “benedetti sbadigli, e involontarie tossi, e irrequieti sederi”. La frammentarietà, il compiacimento per un virtuosismo che diventa fine a se stesso, finiscono così per rovinare anche le sequenze più ambiziose, come l’onirica, ma troppo confusa, scena del sabba.
Introducendo l’anteprima del film, Fasulo ha voluto ammonire il pubblico del palazzetto Fevi: «I diritti vanno difesi e ricordati perché, se si dimenticano, si perdono e poi è necessario combattere per riconquistarli». Parole lodevolissime e senz’altro attuali, ma non basta l’ambizione etica per sorvolare sulle incertezze, le contraddittorietà, le trasandatezze di un film, al termine del quale resta l’impressione di un’occasione sprecata, il cui merito maggiore sarà casomai quello di spingere lo spettatore curioso a (ri)leggere il bellissimo volume di Carlo Ginzburg.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 11 agosto 2018