I tafani

Tobia Iacconi





Il buio cola ed escono i mostri – le bestie argute, i demoni infetti di luce – schiaffi e impulsi di carne in carne. Non vedi altro che i mostri e i mostri vedono le tue oscenità – ne conoscono ogni piega. Il duce delle bestie è un vestito grigio elegante – gessato, esili rami di bianco – e una grande e blasfema testa di bue deformata da una vibrazione sottile. Pende dal corpo come un’interferenza. Non ti sei mai accorto che gli incubi sono la forma che assume la notte – non hai mai notato lo splendore, gli intarsi e le venature che ne ornano i contorni.
Cerca di ricordare: nel buio chiudi gli occhi o li spalanchi per vedere meglio il nero?

Ci sono crepe nel muro, ci sono sempre state. Dai loro scricchiolii nascono tafani piccoli e putridi, mentre i denti – i tuoi denti – si fanno mollicci e sottili: è sempre stato così – da quando eri bambino. Ne sfiori uno, con delicatezza, con la punta del dito. Vuoi sincerarti che sia solido, che la sua leggerezza sia solo uno scherzo della paura. Ma il dente si stacca – i tafani ronzano attorno all’uomo con la testa di bue, gli coprono gli occhi con tutta la loro sofferenza. È lì che l’intermittenza diventa scandalosa, insopportabile.

Sei un codardo – e questo nessuno lo ha saputo mai. Hai ancora paura dell’insepolto, da quando camminavi all’indietro sul ponticello di pietra – e tua nonna ti aveva avvertito che così lo avresti visto, che quello era il modo di evocarlo, sissignore, camminare all’indietro in un paese di ombra, te la sei cercata, oh, sì – e anche l’acqua sotto si metteva a camminare all’indietro, a risalire le pietre levighe e i gorgheggi. Un insepolto per ogni dente, per ogni dente un buco nelle gengive, nella carne fertile. Hai ancora paura del rombo dei tamburi, nel ventre del vulcano, i tamburi di pelle tirata, i battiti di tuono e vergogna. Hai ancora paura del freddo e del silenzio, del sortilegio che trasformava tua madre in un animale polare – e gli toglieva la voce. E quella testa di bue decomposta – i suoi occhi contagiati dai tafani – la sua bocca smostrata e obliqua – ne hai sempre avuto terrore, ma lo hai nascosto bene, sotto la pelle, sotto spessi tappeti di pelle.

Nel tuo scuro apparire, in segreto hai sempre scelto il giallo del sole. E tutto il tuo alienato sragionare – i tuoi almanacchi balordi – il tuo pazzo inveire – la tua agognata tenebra? Ti sei accontentato di poco, in fondo. Pochi litri di vita, qualche sbronza di stelle e grappa. Gli abissi, piccola e dolce creatura, avessi visto gli abissi! È vero: hai visto cieli così celesti che a tagliarli ne sarebbe fuoriuscita luce, sì, luce densa e rappresa come crema al limone – sarebbe colata spalmandosi sugli orizzonti atroci, sì, avrebbe illuminato ogni vita. Ma gli abissi! Avessi visto gli abissi come li ho immaginati io, piccolo uomo con la testa di vitello.

Nel mondo oscuro abitavi una trincea tiepida, erano soffici i materassi e profumato ogni corpo. Ma tu non ti innamoravi mai. E gli anni ti sono passati in gola come bagliori leggeri e privi di ossa.
Ora solo l’incubo sopravvive – è il momento di approfittarne.
Mentre morirai, ci sarà un boato elettrico, un fragore celeste che farà brillare la polvere nell’aria. E tutte le viscere della terra non basteranno a contenere le tue budella. Questa è la più solenne delle promesse. Esci nell’aria e inciampa felice – e sbatti forte il muso nel cuore del cuore delle cose. Corri fuori e grida alla nazione – non lo vedete, branco di sberle, che il catrame appena steso è un cielo stellato?


Incubo
Johann Heinrich Füssli
1781
Olio su tela
75,5x64 cm
Institute of Arts, Detroit








pubblicato da t.iacconi nella rubrica racconti il 9 agosto 2018