Dalle retrovie

Tiziano Scarpa



Caro Roberto, hai scritto a tutti gli intellettuali, autori, autrici, artisti e chiunque in Italia abbia un ruolo pubblico nella cultura, nello spettacolo e nello sport spronandoli a non «restare nelle retrovie» e «in silenzio», e a schierarsi contro le politiche antiumanitarie del governo, anche esprimendo solidarietà a te per la querela che ti ha sporto il ministro dell’Interno, che continua anche in questi giorni ad attaccarti con argomenti capziosi e bifolchi.

Ho avuto il privilegio di conoscerti quindici anni fa e ho seguito le tue prime mosse, ho visto il modo pulito in cui è nato il tuo impegno (si può ancora dire “impegno”, o è diventata una parolaccia?): ricordo che dicevi “la mia passione è la letteratura, se potessi mi occuperei di scrittori come Landolfi, ma come faccio a non raccontare le ingiustizie che vedo con i miei occhi nella mia terra?”. Sei eroico per quello che hai scritto, per quello che hai detto in piazza a Casal di Principe in faccia ai boss, per i tuoi libri e interventi e opere in tanti media diversi. Penso spesso a come dev’essere la tua vita, da dodici anni in qua, da quando non puoi muoverti liberamente, come faccio io e tutti quelli che non sono costretti a vivere sotto scorta.

Sui social, ma anche sui giornali, leggo commenti e giudizi sommari su di te putridi di cattiveria, provo schifo e mi dispero. Mi viene in mente una commedia di Bulgakov, in cui un personaggio assiste a una rissa avvilente, e dice: «mi dispiace di una cosa soltanto, che a questa scena non fosse presente il governo… perché gli avrei mostrato con quale materiale intende edificare una società senza classi!...» Oggi non solo il governo è presente alla scena, ma ne è parte in causa, e le risse le suscita: sono i suoi ministri ad aizzarle! Ma allora, con quale materiale umano e istituzionale intendiamo edificare una società migliore?

Il ministro dell’Interno, quando ha prospettato l’eventualità di toglierti la scorta, lo sapeva che la sua era una sparata, perché non spetta a lui decidere queste cose; dunque lo ha detto per fare piacere al suo elettorato, alla sua parte politica. È un problema grave di questi anni: ciascuno parla al proprio pubblico, le spara grosse utilizzando le forme brevi della comunicazione, un tweet o un’intervista al volo; tanto, sa che le sue parole otterranno il loro scopo anche se sono false o infondate. Questo scopo è l’immediatezza: vuole creare sintonia istantanea con i propri elettori, dire “la penso come voi”. Anche se in un secondo momento qualcuno si metterà ad analizzare quelle dichiarazioni, dimostrando che sono false e infondate, la cosa non avrà più importanza: ormai lo scopo è stato raggiunto, l’effetto di sintonia è stato ottenuto; il pubblico di parte non darà ascolto a quelle analisi, non le prenderà nemmeno in considerazione (per di più, sono analisi che hanno il problema di essere lunghe, molto più lunghe di un tweet, di una dichiarazione rilasciata al volo; richiedono attenzione e pazienza).

Il ministro dell’Interno che ti querela su carta intestata del ministero fa un atto di superbia personale e istituzionale. Si identifica completamente nel suo ruolo: “non hai offeso me, ma l’istituzione che rappresento”, sembra sottintendere il suo gesto.
Nel chiamare a raccolta intellettuali, autori, autrici, artisti ecc. tu giustamente tocchi un punto cruciale, perché in questo scontro fra te e il ministro è in gioco una questione di ruoli, di poteri espressi da posizioni diverse nella società:
– da una parte, un cittadino che è stato eletto e poi collocato in un’istituzione dalle procedure democratiche previste dalla Costituzione;
– dall’altra parte, altri cittadini e cittadine che hanno acquisito fama e autorevolezza con le proprie opere d’arte e di pensiero. E, fra questi, c’è chi ha ottenuto di esprimersi anche da luoghi mediatici che amplificano le sue parole, giornali e siti annessi, radio e televisioni: media che sono fondamentali nel consolidare questo ruolo, nel crearlo e renderlo attendibile.

Purtroppo, va detto anche che il giornale da cui lanci questo appello, negli anni passati, ha delegittimato o ignorato in vari modi intellettuali e scrittori e le loro iniziative culturali e civili. E di recente li ha stimolati a rispondere al richiamo di una studentessa, trattando tutti come imbelli e inerti: come se in Italia non ci fosse nessuno che si dà da fare, nessuno che denuncia, racconta, insorge, incontra, dialoga, costruisce…
(E ricordo anche questa incredibile accusa su “L’Espresso” di due anni fa...)

Per il lavoro che ha fatto con te, io ammiro “la Repubblica”: ti ha sostenuto sempre, ha mantenuto il tuo prestigio e la tua fama anche nei periodi di minore presenza mediatica tua; può sembrare una questione esteriore, e invece è essenziale, perché si sa che uno dei rischi più grandi che corre chi, come te, è stato minacciato dalla camorra, è proprio quello di non essere più una persona in vista, cosicché sbarazzarsene non fa rumore. Invece alcune testate e programmi televisivi ti hanno protetto dandoti una specie di scorta mediatica.

Rimango perplesso, però, quando dici che gli intellettuali, autori, autrici, artisti ecc. dovrebbero farsi sentire di più. Non tutti hanno i mezzi di amplificazione che hai tu (mezzi che ti meriti pienamente). Per gli altri si crea la tipica situazione del “cornuto e mazziato” (o “becco e bastonato”): siccome quel che fanno è poco noto perché è trascurato dai media, vengono pure accusati di non fare nulla.

Si interviene nelle retrovie del lavoro dal basso, nel volontariato culturale in scuole, biblioteche, negli articoli scritti senza compenso e pubblicati in piccoli siti, nei cammini collettivi in Italia e in Europa che coinvolgono persone di tutte le età e tutti i ceti, che incontrano comunità locali impegnate nelle battaglie civili più disparate: ma si fa un’enorme difficoltà a farlo sapere, cosicché questo lavoro che è fatto di continuità e pazienza, in assenza di gesti clamorosi e di grandi media che ne parlino, viene scambiato come un restare al sicuro nel silenzio.

Tu, Roberto, ci conosci da quindici anni, hai mosso i tuoi primi passi proprio con noi e con altre testate: la ricordi la tua prima uscita pubblica, nel convegno autofinanziato Giornalismo e verità del 2005, organizzato con pochissime risorse, per il quale pagammo di tasca nostra l’affitto del teatro, i viaggi e l’ospitalità agli invitati? Scrivi su un giornale che ha i mezzi per far conoscere quello che facciamo noi e tanti altri: la tua chiamata a raccolta la giro a chi ospita le tue parole: perché non usa la sua forza per amplificare le voci, i singoli interventi, i libri, le iniziative, i gruppi ecc. che si danno da fare in questi anni e non hanno modo di farlo sapere?

Un abbraccio dalle retrovie








pubblicato da t.scarpa nella rubrica condividere il rischio il 8 agosto 2018