Il mantello nero

Stefano Biolchini



“Fumo nero su grande tetto giallo segnala pericolo” gridai a squarciagola appena l’alto comignolo cominciò ad eruttare minaccioso.
Abbarbicato su un ramo del grande leccio che chiudeva il lungo viale alberato del paese, gli amici di sotto girovaghi in cerchio guardinghi rispondevano “Augh”. Seri ma poco convinti. E a me, suricato controvoglia di vedetta, abbarbicato in bilico, la cosa piaceva poco. “Pericolo imminente, augh, ripeto, nemici in vista” avvertivo compunto del ruolo a squarciagola.
“Fumo nero dice uomo bianco in arrivo”. “Augh” ribadivano gli altri,  ignari dell’imminente sciagura seduti d’intorno al fuoco di pietre, mentre solo affilavano le lance di bastoni e le piume di rami e di foglie verdastre. Feci fuoco di ghiande sferzate a pioggia. “Arrivano i cowboys”  e finalmente grande capo Toro Seduto, i capelli di rosso tiziano e una piuma di gallo cedrone ritta in fronte, s’accese d’un colpo e rilanciò l’allerta.
Gli indiani scappavano, i cowboys all’arrembaggio erano ad ogni angolo.
Le loro pistole contro le nostre lance, eravamo in trappola e la piccola principessa Raggio di Luna l’avevano afferrata. Gli occhi azzurrissimi e due treccine scriminate al centro, Raggio di Luna gridava impaurita, stringendosi nel suo vestitino di margherite bluastre.
Eravamo sconfitti come sempre. Gli yenkees dovevano vincere, era ovvio.
Toro Seduto era stato catturato anche lui. Tutto era perduto.
Restavo sull’albero, incurante dell’accaduto, non sapendo più come scendere e schiumante di rabbia per i compagni che non avevano accolto per tempo l’allarme lanciato al sicuro. Guardavo lontano, poi d’un balzo la vidi.
Si stagliava sinuosa come una dea nell’elegante mantello nero lungo fino ai piedi e rosso di balza in ricami d’oro di fiori di riso.
“Arriva la principessa” gridai a perdifiato. Nessuno ascoltava, nel pieno della lotta fumante. “Sa principessa, arribara la principessa” .
Nessuno in ascolto e tutti in fuga senza una meta. Solo il piccolo Luca, rialzandosi da terra quasi in lacrime, con la candela di moccio bella lunga, mi ripeteva a bassa voce facendo le mani a cono “sono a terra, augh, la principessa Raggio di Luna, muore stavolta troppo sangue”.
“Macché Raggio di Luna, è la granduchessa che arriva, quella vera, la vedo, la riconosco dal mantello” rispondevo io dalle fronde.
“La principessa?”
“Sì è lei, viene dal grande stradone, ha il cane al guinzaglio”.
“Ragazzi, bambini, amici arriva la principessa ” gridava anche lui che ne vedeva ora la mezza figura altera.
“Attenti tutti, la principessa è in arrivo” ripeteva qualcuno mentre gli altri riparavano da ogni lato, nascosti fra i tronchi , celati dai muri. Gettate le spade, abbandonati al galoppo i cavalli, le armi per terra, il gruppo allertato si riuniva a capanno. Tutti eravamo in attesa della principessa.
Lei altera e sinuosa, quasi una sirena o la strega maliarda di Biancaneve, si appropinquava con passo felino. Gli occhi anneriti dal trucco di maschera con le ciglia lunghissime e l’azzurro acceso in scontorno, le labbra di rosso colato come di rosa sfiorita, porgeva allungata la mano guantata di bianco, mentre con l’altra teneva il guinzaglio e soppesava il mantello in una strana posa.
Dall’alto dell’albero mi sembrava l’Assunta alla processione di ferragosto, col lungo turbante che tra i fiori racchiudeva i lunghi capelli nerissimi a fascine di seta.
Il cane levriero ci guardava anche lui sospettoso in un ringhio gentile.
“L’inchino a Sua Altezza” intimò perentoria, la granduchessa.
E tutti giù, chi storto, chi perfino baciava per terra. Luca, il più piccolo ritto con la pistola di plastica in una mano piangeva. Alberto, il cinturone penzoloni, tremava perfino, il pauroso.
“Ho detto l’inchino” ripeté infastidita guardandomi dal basso in alto con occhi di fuoco, a me che sull’albero in bilico non sapevo che fare.
Mi feci coraggio, strisciai giù, pestando un ginocchio sul tronco e piegandomi il piede in una smorfia di dolore. Rispettoso, il capo chinato e lo sguardo sommesso. "Bentornata, principessa" ebbi a dire.
  Mi porse allora la mano benigna, mentre gli altri le giravano intorno, toccandole il lungo pastrano e raccogliendone i lembi che toccavano a terra, neanche una sposa da accompagnare all’altare. E lei coccolata al centro della scena, con tanti piccoli cavalieri a farle da ala, cominciò il racconto consueto, con la mano guantata che veleggiava in svolazzi di velluto, solo gli occhi ansanti e smarriti.
“Ero Anastasia. Dunque anzi lo sono, la granduchessa. Figlia dello Zar Nicola II, scampata all’eccidio e alla guerra. E di purissima stirpe reale – e qui ebbe un singhiozzo che la fermò per un attimo, e poi - ma voi bambini non potete capire come sia amaro il mio destino, di rifugiata in una landa arida di bifolchi ignoranti” solo accennava, alimentando ancor più il mistero, con voce bassa e pur perentoria.
“Ma allora se sei la granduchessa come sei arrivata qui in Sardegna?” la interrogava Alberto, il dito puntato e l’aria di chi solo fra noi la sapeva ben lunga.
“Ho lasciato Pietroburgo in catene, o cafone che ti rivolgi a me senza essere interrogato” attaccava lei. “Ci portarono a Ekaterimburg, con le mie sorelle. E lì fu l’eccidio, capite col sangue che colava sui muri e imbrattava le vesti bianchissime di vergini della più alta stirpe regale. Tutte macchiate di sangue stantio e pur sulla polvere. E mia madre, la zarina Alexandra, ferita a morte , io la vidi; e il fratello Alexej, in un rantolo scuro colore del vino. No l’orrore non voglio più rammentare con voi, zingari ignoranti, non possumus”. Era anche passata al plurale maiestatis, e al latino!
Divina granduchessa.
Allora presi coraggio.
“E tu principessa come ti sei salvata?” le gettai io d’un fiato, rapito dal suo racconto.
“Non tu, ma voi Altezza devi dire o bimbo quando ti rivolgi a noi, capisci?”.
Il levriero nel mentre si leccava una zamba con fare distinto.
Arrossii, col capo rivolto a terra. E al suo rimbrotto mi persi.
“I gioielli, i molti gioielli che ora porto sempre con me” sentivo poi che diceva, facendo roteare un grande anello con una gemma rossa scura che portava al dito imbiancato dal guanto. Fissavo le sue mani, rapito.  “Queste gioie preziosissime mi salvarono” “Grandi fondi di bottiglia, ma non capisci, me lo ha detto mia madre”, mi diceva nel mentre Alberto all’orecchio.
“Le governanti li avevano cuciti all’interno delle nostre camicie e le balle sparatemi da quei comunisti malvagi non colpirono il mio cuore ma solo mi graffiarono il volto elegante di tratti regali” declamava lei forbita rivolgendo a noi in luce la guancia perlata da una cicatrice di prova evidente.
In quel mentre, nella bicicletta da cross, alzandola su una ruota tutta impennata, come d’un razzo Andrea che passava , il dito di vite alla testa, le urlò: “Sa macca e Seunis, sa macca e Seunis, Vvedora sa macca perdia”.
“Maladittu siasa, fille e bagassa”, fece lei all’immediata. E poi riprendendosi,  “stupido servo della gleba, moccioso, mechant”.
Una macchina che veniva da destra, in salita dalla piazza di Chiesa, frenò all’improvviso. Andrea fu a terra, il braccio incastrato, gridava rialzandosi, la bici per terra mentre l’auto svoltava incurante.
“Ben ti sta villico vile” disse solo la granduchessa.
E per me era l’incanto. Aveva perfino  poteri magici, Andrea era punito, la principessa strega, vendicato l’affronto, era raggiante. E come parlava erudito, e parlava le lingue, il latino e il francese. Come era elegante la sua erre arrotata.
“Vera principessa, proprio Anastasia” era quella sentenziai in cuor mio palpitante senza alcuna perplessità.
Quella era lei; “è proprio Anastasia scampata al suicidio” dissi a un orecchio  ad Alberto facendo le mani in capanno di cono.
“All’eccidio, ignorante”, mi corresse lui brusco, baldanzoso e bastardo.
“Eccidio, eccidio accidenti” ripetei io col volto paonazzo e le mani sudate di rabbia e vergogna.
La granduchessa aveva intanto smesso di parlare.
Voltate le spalle fece per allontanarsi dal gruppo, quando girando soltanto la testa dietro all’alto colletto all’insù dal mantello bordato che brillava di ghiribizzi d’oro, gettò come una mela dolcissima: “vado dal mio archiatra personale, è per di qua Contessa Odoarda?” sibilò rivolgendosi al cane in blasone anche lui.
“Boh” facemmo noi in coro.
 “Archiatto, architetto, e chi ndi sciri o Aaaltezza, parlate troppo sstranooo” le rispose Alberto.
E lei infastidita.
“Il mio archiatra, il medico personale e di corte, plebeo ignorante e cretino”.
“Invece io lo so bene, tu vai da suo nonno - fece, indicandomi col dito - è il dottore” disse Alberto stizzito in rimando, aprendo il braccio alla via di fronte. “Per di là, ingunisi, è lì l’ambulatorio o sa macca, non du scisi?”.
“Grazie o garzone” gli rispose, guardando dritto verso di me.
“Accompagnami tu, presto da sua eccellenza il tuo avolo” sorrise perentoria.
Intimidito, avvampavo di vergogna, mentre gioivo anche fra me e me di quella inaspettata vicinanza che me la rendeva quasi familiare, la principessa.
Il nonno la conosceva perfino, io mi sentivo sicuro e baldanzoso, raccolta la bicicletta che conducevo per mani facendole ala alla strada.
“Puoi precedermi bambino, sua Altezza te lo concede, indicami la via” mi fece lei , vezzosa sollevando il mento di sfida.
Attraversato il grande viale alberato e appena svoltata la strada, c’era l’ambulatorio, con le porte e le finestre tutte bianche. “E’ di là, il nonno archiatto” le dissi contento.
“Bene, accompagnami, e taci se non interrogato” profferì a denti stretti.
E già all’arrivo, sulla porta appena sotto la pensilina d’ingresso, era la coda, con l’infermiera in crestina bianca che dirigeva gli accessi.
“Cosa fai qui da solo Lello” mi fece lei all’uscio.
“Poso la bicicletta, vengo dal nonno, buongiorno Mariuccia” le risposi mentre mi accarezzava una guancia. E poi piano: “sono con la principessa granduchessa” le feci compunto.
“A sì, con Fedora?”, fece lei.
“Non farci aspettare ti prego” le chiesi.
“E va bene, potrai entrare dal nonno appena esce il primo paziente”, mi disse, mentre la mano ad arcobaleno, indicava alla grande signora d’accomodarsi in attesa.
E lei impettita, più ritta d’un fuso, s’assestava in ingresso, abbandonando Odoarda e il guinzaglio mentre la gente vociava guardandola in sbieco.
La cuccia adagiata, anche lei ronfava con grazia.
  “E sezzirì Fedora” fece un signore riconoscendola e senza alcun complimento.
“Principessa” fece lei al duro invito, sedendosi altera.
“Ehia, sa serbidora principessa po’ debadas” ringhiò lui a mezza voce.
"La domestica principessa? Che affronto maldestro", pensavo!
Un paziente usciva in quel mentre, e io mi precipitati dal nonno.
Gli occhiali sul naso, lo stetoscopio al collo, s’illuminò al primo vedermi.
Lo abbracciai saltandogli al collo, lui mi stringeva contento.
“Sono qui con la principessa che ti vuole” gli dissi all’orecchio “ti prego falla entrare subito, ha bisogno di te dell’archiatto di corte mi ha detto”.
“Ma Lello non è una ...” iniziava lui.
“Ti prego nonno” lo interruppi, "la principessa è in attesa che aspetta, mi ha chiesto di te”.
“E va bene, fate entrare sa principessa” fece lui all’infermiere che d’alcol gli stava disinfettando i ferri.
“Fate entrare Fedora, sa granduchessa e aminculu” lo sentii riferire all’infermiera di sala.
Abbracciai il nonno che si era alzato dalla grande scrivania, stringendolo tutto.
La mia missione era bella e compiuta.
“Grazie nonno” gli gridai in uscita mentre rinforcava gli occhiali e frugava fra le penne.
Ero contento al solo vederlo, mi rendeva felice.
“Aspetterò fuori per riaccompagnarla fino al pullman, dillo al nonno per favore” dissi all’infermiere che mi apriva la porta.
E poi subito accennai un inchino alla principessa che stava seduta ora con gli occhi stranamente paurosi.
“Il nonno la aspetta, entri pure principessa” le feci, mentre i pazienti ridevano e bofonchiavano proteste a mezza bocca. “Fedora, il dottore la aspetta” ribadì l’infermiera”.
   “E buongiorno principessa cara” intimava già il nonno con voce stentorea.
“Salve, buon giorno a voi signor archiatra” fu la risposta che riecheggiò nella sala.
La visitò per il mal di testa, mentre lei a gran tratti si lamentava e spiegava i malanni col suo italiano roboante e libresco di medico a fascicoli.
Nel silenzio curioso che si era creato, tutti ascoltavamo attenti alla porta.
La granduchessa non si udiva, ma il nonno che parlava un gran vocione d’un tratto le intimò perentorio qualcosa.
Solo sentimmo: “Ma hai ancora visioni di sangue?”
“La poveretta certo che le ha le visioni di sangue, sì proprio e di molto” fece una grassa signora rivolgendosi  all’infermiera, “glielo confermo io al dottore, Fedora è una mia vicina di casa, lo so bene. Venne da me per prima il giorno che trovò il marito all’ovile, mentre i maiali si stavano mangiando i resti e si passavano la testa mozzata che ancora grondava” aggiungeva di poi, con tono saccente e rassettandosi la gonna per darsi ancor più d’importanza.
“Era stato il fratello ad ucciderlo e gettarlo ai maiali?”
“Certo che sì, proprio lui e il cognato, per una questione di terreni” rispose la vicina informata.
“Sì, sì, fu allora che impazzì, ma basta chiacchiere che il dottore non vuole e lo sapete, che si alimenti come dice, il moto perpetuo del cicaleccio di paese” fece Mariuccia importante in rimando.
“Non funti crastulas, non sono pettegolezzi questi, è storia vera, scritta sui giornali” mi fece la mia vicina dandomi al gomito.
“Su nepodi e su dottori da creiara bo deaberasa principessa” fece poi rivolgendosi ad un’altra che aveva tra le gambe una grande borsa di vimini, piena di mele, di pere selvatiche e fragoline.
“E’ certamente un omaggio per il nonno” pregustavo io, dal momento che tutti sapevano quanto andasse ghiotto di frutta e di fragole.
“E il bambino, come andò con il bambino e le figlie?” chiese un signore, Dino il merciaio, che riconobbi da subito.
“Il giudice glieli tolse quando seppe che lei tentò di strozzare anche il bambino e si bevvé la varecchina” accennò la vicina informata, guardinga di una Mariuccia, che nonostante le prescrizioni di silenzio in dosi massicce, prestava voluttuosa l’orecchio ad antenna.
“Ma era già impazzita?” chiese il signor Dino.
“Subito, alla mattina prestissimo e di molto, in vaneggio, e per fortuna, appena riconobbe la testa del marito, che quella notte sciagurata non tornava a casa, schisciau, su Deus d’abbara in paxi, il senno era bello e perso. Macca, tottu macca in su momentu, pazza po’ deaberas e po’ prexeri, chi commenti poi vai una mamma?” e poi rivolgendosi all’infermiera “E scusi signora, ma proprio lo debbo dire, e che d’altronde come può resistere una moglie, una mamma? Meglio sicuro che sia impazzita, almeno con tutta la storia della principessa Anastasia non pensa più alle figlie e al bambino e ai maiali”.
    “E sì, meglio, in cimitero non passa e sta tutto il giorno a cucire mantelli e vestiti ricamati, Fedora tenidi is manus de oru po’ su riccamu” fece un’altra con la faccia rubizza che sembrava silente.
Ascoltavo incredulo e d’un tratto dall’interno le voci salivano. Chiari e penosi, udimmo i singhiozzi e le invettive di Fedora all’indirizzo degli infermieri.
“Non mi tocchi” gridava e piangeva. “Dottore,  glielo dica lei che sono una principessa, non può toccarmi e farmi l’iniezione” protestava fra i singhiozzi di lacrime e singulti che la facevano ansimare. Il nonno le intimava di calmarsi, chiamandola “principessa”.  Nella sala, da noi, il silenzio era interessato di ghiaccio.
Poi il nonno alzò la voce.
Lo si sentì gridare “basta, Anastasia, si calmi”.
“Fedora, firmarì” diceva un infermiere. “Fedora, principessa, tranquilla” tentava di rabbonirla la caposala.
In quel mentre la porta si aprì, e Fedora ne uscì con la camicia strappata, il seno di fuori.
Notai i suoi seni bellissimi, bianchi di latte e con i capezzoli a punta di bocciolo rosa.
Era bella, la granduchessa.
Gli infermieri la inseguivano, chiamando "Fedora. Fedora"
  Rimasi di pietra.
L’infermiera mi si fece vicino, per tranquillizzarmi.
“Non è nulla, è solo una povera pazza” mi fece.
E lì inorridii. La sola parola mi riempiva d’angoscia.
Le chiesi solo “ma quanti anni ha?”
“Ventisette”, mi rispose Mariuccia. "Fedora, che di russo ha solo il nome vero, si è sposata a quindici anni e a venticinque era matta, vedova con tre figli in orfanotrofio. Lo sanno tutti. E’ la vita” e mi baciò.
Fui veloce a divincolarmi, la salutai con le lacrime agli occhi. Raccolsi la bicicletta mentre la gente usciva dall’ambulatorio per guardare la scena.
Fedora era a terra, gli infermieri addosso la tenevano ben ferma.
Affrettai le pedalate. La bicicletta in discesa andava veloce. Sullo stradone dei lecci le bici erano tutte ammucchiate e i bambini continuavano a giocare a fare gli indiani. In fondo, mentre le lacrime mi rigavano il viso, mi auto consolavo; pensavo che “anche il nonno, che ne sa certamente più di tutti noi, ha continuato a chiamarla “Principessa”.
No anche quella donna, sa macca e Seunis, non era - non poteva essere - soltanto Fedora. _Sentii a quel punto un abbaiare grazioso: Odoarda mi aveva inspiegabilmente seguito fin lì e mi leccava i capelli. Solo allora sentii la mano della mamma che mi coccolava la testa.
Era un sogno?

Immagine in alto: Gustav Klimt, Bosco di betulle, particolare








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 6 agosto 2018