Il mondo salvato dai piccoli editori

Salvatore Toscano



1. Introduzione ombelicale

Sto per scrivere una cosa difficilissima da scrivere perché non serve a niente scriverla bene. Di norma mi sarei scapicollato a correggere le ripetizioni della frase precedente ma come ho detto non è questo il punto: tutto ciò che vorrei è che qualcuno leggesse e fosse contento, almeno la metà di quanto lo sono io.
Avrei voluto intitolare questo pezzo Entusiasmi ombelicali, però è talmente un titolo di merda che riesco a sentire i gemiti infelici del mio editor interiore nonostante al momento se ne stia legato e imbavagliato in qualche anfratto oscuro nei pressi dell’area di Broca.
Comunque ecco il motivo dei miei entusiasmi ombelicali: nella piccola città in cui vivo, Pomigliano d’Arco, hanno appena aperto una libreria che è anche una casa editrice. Non solo, ma questa libreria e casa editrice − si chiama Wojtek come l’orso mascotte dei soldati polacchi durante la seconda guerra mondiale – si è messa in testa di vendere e pubblicare libri di qualità.
Sento già lo sdegno di tutti quelli che stanno col ditino puntato perché in teoria è impossibile definire cos’è un libro di qualità. E lo so che una casa editrice non è una persona e non si può mettere in testa un bel niente, ma qui vi sbagliate: in questo caso l’editore è una persona, si chiama Ciro Marino (ovviamente Ciro fa parte di una squadra, non è un matto solitario), e per quanto riguarda la qualità ha le idee chiarissime: “Io voglio fare gli sfaccimmi dei libri!”
Come posso tradurre la pittoresca espressione “sfaccimmi dei libri”? Direi che “libri con i controcazzi” può rendere l’idea, ma vi imploro di pensare a Wojtek come a un posto in cui si possono trovare gli sfaccimmi dei libri, e addirittura incontrare in carne e ossa gli sfaccimmi di scrittori, ma questo lo dico dopo.
Posso confermare che nella libreria non c’è volume della cui presenza Ciro si debba vergognare: in pratica se li è scelti uno per uno, e pure io che sono un lettore vorace sto scoprendo cumuli di cose nuove ed entusiasmanti.
Ed ecco che ricasco impunemente sugli entusiasmi ombelicali. Se devo provare a definire la mia nascente amicizia con Ciro posso solo dire che anche se il mio entusiasmo per i libri, per la bellezza della letteratura, non se n’è mai andato – per la verità non si è mai nemmeno impercettibilmente affievolito −, Ciro mi sta facendo tornare l’entusiasmo. E far tornare l’entusiasmo a qualcuno che non l’ha mai perso è qualcosa di miracoloso. Un po’ come è successo con il mister Maurizio Sarri che mi ha fatto rinnamorare del Napoli nonostante ne fossi già innamorato.

2. Tentativo di allontanamento dall’ombelico

Il primo libro pubblicato dalla casa editrice Wojtek è Gli affetti provvisori di Anna Adornato. Un oggetto insolito, sfrontato, piacevolmente e coraggiosamente sgangherato, femminile fino al midollo e proprio per questo universale fino al midollo, fieramente ombelicale, pieno di dolore e conoscenza.
Lo capisco che questo elenco di suggestioni può suonare un po’ superficiale e ruffiano come il testo di uno spot pubblicitario, però vorrei provare a chiarire cosa intendo quando dico “piacevolmente e coraggiosamente sgangherato”: per lo meno questa formuletta la voglio spiegare. Nel romanzo di Anna Adornato c’è un che di febbrile, di capriccioso, una spiazzante impressione di presa diretta. Il parlato vagamente meridionale − con tutti i suoi congiuntivi sballati, gli anacoluti, le ripetizioni un po’ sciatte, la sintassi pericolante − è impastato in maniera ardita con una prosa altissima che quasi sconfina nel geometrico nitore del verso ponderato e rifinito con la maniacalità dello scrittore di razza. Alcune frasi sono così sorprendenti, così abbaglianti, che sembra di stare al cospetto di un’opera costruita aggregando aforismi, attingendo alle nostre zone più profonde dove ogni singolo pensiero è primordiale e incontrovertibile. L’effetto che ne deriva può mandare in tilt anche il lettore più smaliziato che si trova continuamente ad abbassare le difese come davanti a una bambina innocua per poi essere centrato alla giugulare dalle violente rasoiate di precisione chirurgica di una spietata femme fatale.
Ecco qualche esempio:

“Il dolore è tutto illuminato.”

“Ho detto sì per ritagliarmi un tempo e un coraggio per essere capace a dire no.”

“Non lo potevano capire loro, il bisogno ontologico di paillettes.”

“Me la merito la pioggia, me lo merito di bagnarmi molto e per questo ammalarmi anche, degenerare in un letto.”

“È furiosa. In sedici anni non l’ho mai vista così. Nemmeno quando le ho rotto la bomboniera coi tordi che si baciano e lei ha pianto e urlato per una sera intera perché era convinta che da terra le schegge di vetro rimbalzavano fino al lavello e alla tavola e allora i vetri finivano dentro i piatti e noi ce li mangiavamo e morivamo.”

“Non è vero che si appassisce gradualmente giorno dopo giorno. Che uno comincia piano, con piccole rinunce trascurabili: il caffè lasciato cadere fuori dalla macchinetta, le macchie d’unto sui tovaglioli, gli aloni sulle tende oppure una dieta troppo generosa di zuccheri; che ci si adagia in una mollezza media fino a quando poi lo sbraco è inesorabile.
No. Si appassisce anche tutto in una volta.”

“Sono stata educata a salvarmi da sempre.”

“Stiamo dimenticando i calci e il vomito nei cuscini mentre ci stiamo abbracciando e così facciamo quello che ci viene meglio: ci esoneriamo dal Presente.”

“Intanto mi sta venendo incontro, avanza pieno di verde. Un verde così intenso che dagli occhi sembra continui in tutto il corpo, sconfina oltre le iridi, la rima ciliare, gli dipinge anche la faccia il torace le gambe; se entra in una stanza si trascina il suo colore, lo emana dal contorno della sagoma, il verde. Quando guardo lo Svelto in cucina, i campi di calcio, le zucchine, il barattolo di borotalco: quello è padre, penso.”

Mi fermo su questo sbalorditivo ritratto che la protagonista fa del suo papà dagli occhi verdi, ma potrei tranquillamente trovarne a grappoli di altri passi da citare. Gli affetti provvisori mi sembra perfetto per inaugurare un catalogo pieno di sfaccimmi di libri.

3. Orgia di ombelichi

Ciro ci tiene a sottolineare che non fa niente di eroico: gli piacciono i libri e vende libri, stop. Ma nessuno mi toglie dalla testa che se esiste qualcuno capace di salvare il mondo − il minuscolo mondo dei libri ovviamente, ma in qualche misura pure il maiuscolo mondo reale che si nutre ed evolve e fa un bel po’ di disastri lasciandosi incantare dalle idee e dalle fantasticherie contenute nei libri − quel qualcuno è un piccolo editore. E spiego pure come, del resto avevo promesso qualche parola sugli sfaccimmi di scrittori che si possono incontrare in carne e ossa alla libreria Wojtek.
Da Ciro è possibile, di solito nel tardo pomeriggio, quando la fatica della giornata, le urla chiassose dei bambini sulla piazza e la luce calante ci mettono in uno stato d’animo sorprendentemente ricettivo, essere testimoni di incontri indimenticabili. Esattamente in quei momenti mi illudo che uno che può salvare il mondo è per esempio Gianfranco Di Fiore, nato nel 1978, autore cilentano che ha pubblicato per 66thand2nd Quando sarai nel vento, opera fluviale e generosa a tal punto che ti viene voglia di abbracciare chi l’ha concepita. Del resto è la prima cosa che ho fatto quando ho conosciuto Gianfranco che ha presentato il suo romanzo nella libreria Wojtek con l’umiltà di un essere umano qualunque, proprio lui, impavido giramondo, che è riuscito nell’impresa di scrivere uno dei più bei romanzi italiani degli ultimi anni.
Intorno alle 18:30 il mondo potrebbe salvarlo anche Alfredo Zucchi, classe 1983, che ha pubblicato, con la casa editrice Rogas, La Bomba Voyeur, manufatto solo vagamente romanzesco, davvero inclassificabile, felicissimo esempio di mescolanza tra teoresi e narrazione dove convivono, con l’equilibrio che solo uno scrittore mostruosamente consapevole poteva trovare, metafiction, meccanica quantistica, autobiografia, fantapolitica, ucronia, neuroscienze, filosofia, poesia, musica e chissà quanta altra roba che sto dimenticando.
Gianfranco Di Fiore e Alfredo Zucchi sono talentuosi scrittori campani che ho scoperto solo ed esclusivamente grazie a Wojtek. In questa sede non ho reso loro giustizia accoppiandoli in maniera del tutto arbitraria, riservando così poco spazio a due libri che meriterebbero ben altri livelli di analisi, ma siamo nella mia orgia di ombelichi e le regole le faccio io. Se qualcuno avrà la fortuna di leggere Quando sarai nel vento e La Bomba Voyeur potrà capire su quali livelli astronomici si è ormai andata a collocare la mia gratitudine nei confronti di Ciro. E forse si renderà conto del perché alla fine questo pezzo così strafottentemente ombelicale non l’ho intitolato Entusiasmi ombelicali ma Il mondo salvato dai piccoli editori provando ad allargare giusto di qualche centimetro il mio raggio d’azione.








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 3 agosto 2018