“Prendeteli a casa vostra”

Tiziano Scarpa



«Credo che sarebbe un gesto più forte rivolgersi alle poche migliaia di minori che hanno ricevuto il diritto di asilo in Italia e che potrebbero essere ospitati da famiglie o dai singoli. Facciamo una contro-narrazione vera: prendiamoceli a casa nostra. Se lo facessero gli ultimi venti premi Strega, tapperebbero la bocca a tutti. Ci dicono con dileggio “prendeteli a casa vostra”? E noi potremmo rispondere che lo abbiamo fatto, mettendo il nostro privilegio a disposizione di chi è in difficoltà.»

Michela Murgia, qui.

«Accogliere, accoglienza. Diritto di essere accolti. Dovere di accogliere. Quando si vedono persone malate, affamate, impaurite, donne con bambini, vecchi mal ridotti, nessuno di noi mentalmente, moralmente, in cuor suo, sente di poter dire: no, tu non entri, torna indietro. Eppure nessuno o quasi, mi sembra, è disposto ad aprire la porta di casa propria per ospitare, assistere, curare, mantenere e avere con uno di loro rapporti di quotidiana prossimità fisica. Non faccio e di proposito non voglio fare un discorso politico. La mia non è una dichiarazione di voto per una politica o per un’altra. Il mio è solo un elementare e credo doveroso esercizio di immaginazione. La coscienza morale non può nutrirsi di sogni, di ipotesi, di deduzioni in linea di principio, di dichiarazioni corrette, di affermazioni umanitarie per le quali non si paga di persona nessun prezzo.»

Alfonso Berardinelli, qui.

«Bisognerebbe dare il buon esempio. Fare un gesto vero, letterale, di accoglienza. Ne vedo ben pochi, di questi gesti, nel mondo della classe agiata: com’è possibile? Allora meglio dismettere l’enfasi e la retorica, astenersi dal predicare, e dal giudizio sprezzante.»

Paola Mastrocola, qui.

Con amicizia e rispetto, non sono d’accordo con l’impostazione di questi discorsi. Mi dispiace che in persone intelligenti come Michela Murgia, Alfonso Berardinelli e Paola Mastrocola abbia attecchito l’argomento reazionario “prendeteli a casa vostra”. Secondo me, a Murgia, Berardinelli, Mastrocola, e a tutti quelli che accettano queste argomentazioni, sfugge un punto cruciale: la questione è collettiva, non individuale, e riguarda una cosa concretissima: il fisco. Che ne facciamo delle nostre tasse? Come le destiniamo? Noi paghiamo eccome di persona un prezzo: una parte cospicua dei nostri guadagni va a finire nelle tasse. Sono i nostri soldi, cioè il nostro tempo di vita, i nostri compensi costati sudore e fatica e competenza e abilità e crucci e arrabbiature: paghiamo di persona la comunità nazionale, perché garantisca i servizi che riteniamo irrinunciabili: la salute, l’educazione, la giustizia e tutto il resto.

Immaginate di trovarvi a difendere la scuola aperta a tutti: accettereste forse il controargomento “prenditi un analfabeta a casa e istruiscilo tu”? E la giustizia: “assolda un picchiatore e puniscitelo da te l’usuraio che ti perseguita”; e il soccorso: “vacci tu a sgomberare le macerie ai terremotati, non pretendere da me che io finanzi le ruspe della protezione civile”, e così via. Perché è di questo che si tratta: come destinare le risorse collettive, quali valori morali realizzare con le tasse, cioè con il contributo di tutti. Dare ai problemi risposte strutturate, organizzate collettivamente. È un errore politico farsi mettere con le spalle al muro dalle obiezioni che pretendono soluzioni personali.

Certo, l’esempio individuale è importante: l’iniziativa personale è meritoria, ma non bisogna mai confondere i piani né lasciarsi abbindolare da controargomenti come “prendeteli a casa vostra” (equivalenti a “istruiteli a casa vostra”, “fatevi giustizia da soli”, “curatevi da voi”, ecc.): sono ragionamenti subdoli e pericolosissimi, perché intaccano il fondamento del patto sociale. Non bisogna cedere il presidio primario: la destinazione delle risorse pubbliche, raccolte attraverso il prelievo fiscale, che realizzano i valori costituzionali, cioè il patto etico che fonda la nostra comunità.

L’Italia, dal punto di vista della ricchezza fiscale, è un’azienda relativamente piccola, molto più debole di parecchie multinazionali: ha una forza ridotta con cui far fronte a giganti economici incommensurabilmente più potenti. L’ultima campagna elettorale, che molti hanno giudicato orribile, per me invece ha avuto almeno un elemento positivo: si sono fatti i conti in tasca alle promesse elettorali. Si è calcolato qual è il fatturato dello Stato. Che cosa vogliamo fare dei soldi di tutti noi raccolti attraverso il fisco? Di questo dobbiamo parlare. E riguarda tutto: le spese militari, le opere pubbliche inutili, il clientelismo parassitario…

Noi – vale a dire la nostra società nazionale, strutturata in Stato – realizziamo i nostri valori costituzionali fattivamente, attraverso le tasse. In questi anni sono usciti libri e riviste di filosofia delle piante, filosofia del calcio, filosofia del vino, filosofia del ping-pong. In Italia c’è urgente bisogno di una filosofia del fisco.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 30 luglio 2018