Il tiro al leprotto immigrato

Tiziano Scarpa



Queste pagine sono tratte da “Cosa ho imparato in piazza”, il saggio che raccontava la manifestazione contro il razzismo istituzionale di sindaci e assessori veneti che organizzammo a Treviso nel 2008, in quattordici autori. Sono contenute in Come ho preso lo scolo, uno dei Fiammiferi del Primo amore, pubblicato nel 2014. Le ripubblico in questi giorni in cui va di moda il tiro all’immigrato, con fucilate e piombini sparati dai balconi e per la strada. [...] L’icona più celebre, quella del sindaco leghista di Treviso, Giancarlo Gentilini, nella sua versione di “sindaco-sceriffo” aveva basato la sua immagine pubblica sulle sparate verbali: il suo «potrebbe sembrare uno sgangherato repertorio da cabaret di serie C ed è invece il linguaggio del sindaco di una delle città più ricche d’Europa», scriveva in quegli anni Roberto Ferrucci.

La più celebre fra le uscite di Gentilini sugli extracomunitari è riportata generalmente così: «Bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim col fucile», ma è più attendibile la versione che ne diede il quotidiano La Tribuna di Treviso, che fu il primo a trascriverla nel 1999: «Dovremmo dare dei costumini da leprotto agli extracomunitari, così le doppiette dei cacciatori potrebbero esercitarsi. Tin, tin, tin...» In questa immagine c’è un misto di atrocità e gioco, di efferatezza e infantilismo. Fa pensare a feroci passatempi da truppe di occupazione (simili a quelli dei nazisti in Veneto raccontati da Ferdinando Camon in Mai visti sole e luna, pubblicato qualche anno prima della frase di Gentilini): i carnefici non concedono alla vittima nemmeno la tragicità della sua sorte; vestendola con una maschera frivola, rendono la sua morte ridicola. Due sono i perni retorici di questa frase: la parola «leprotto» e le onomatopee «pim pim» o «tin tin». A Gentilini non è bastato enunciare la situazione immaginaria, l’ha rincarata con un sovrappiù di divertimento, un supplemento di piacere nel pronunciare i suoni che farebbero le doppiette. Ma non ha detto né “bang” né “pum”. Ha detto «pim pim», oppure «tin tin tin». Quelle “i” bamboleggianti sminuiscono la gravità dello sparo, sono eufemismi – anche le onomatopee possono essere eufemistiche – rispetto al botto che fa un fucile; rievocano il rumore metallico dei pallini in un baraccone del tiro a segno, nei vecchi luna park.

Gentilini aveva minimizzato la sua frase, giudicandola «una battuta, una barzelletta». Anche un pubblico ministero, al processo intentato per quella dichiarazione, propose di considerarla «un’espressione umoristica». Il punto che mi interessa enfatizzare, con questa analisi linguistica, è l’aspetto ludico e la rivendicazione dello scherzo, dell’umorismo: che è sì un modo di dare istruzioni per l’interpretazione delle proprie parole, ma soprattutto per distanziarle da sé, per mettere in chiaro che non ci si riconosce completamente in esse. Va detto che una parte di responsabilità è dei giornali, sempre alla ricerca della dichiarazione polemica, del fuorionda clamoroso che fa notizia. Quell’odiosa frase, Gentilini la disse prima di una conferenza stampa: «pronunciò la frase con voce alta e scherzosa: la frase fu udita da giornalisti e amministratori pubblici e apparve all’indomani sulla Tribuna di Treviso», fu il resoconto di un altro quotidiano locale, il Mattino di Padova. Insomma, era in atto anche un gioco di specchi tra sindaci e giornali, che alla lunga, per i cittadini del Veneto, risultava nauseante e perfino noioso per i lettori, esposti da anni alla connivenza fra stampa e politica. [...] Da “Cosa ho imparato in piazza”, in Come ho preso lo scolo, Effigie, pp. 60-61.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 30 luglio 2018