Tre comandamenti di Billy Wilder

Jonny Costantino



Un estratto da Il decalogo di Wilder e altre cose divertenti apparso avantieri sul CUBo 22.

Billy Wilder e Marilyn Monroe durante le riprese di "A qualcuno piace caldo" (1959)

1. È permesso solo ciò che è utile al film.

Accettare compromessi fa parte del lavoro del regista. Wilder ha sopportato di lasciarsi “suggerire” il protagonista dalla produzione anche quando aveva idee differenti a riguardo, ha dovuto farlo quand’era la conditio sine qua non affinché il film esistesse — è il caso di Giorni perduti (1945), per cui egli avrebbe voluto José Ferrer ma la Paramount gli impose il meno bravo e più fascinoso Ray Milland. Nondimeno s’è dovuto spesso imporre una condotta zen per evitare che una situazione critica degenerasse a spese dell’opera in progress — per esempio, sul set di Sabrina (1954), si fece scivolare addosso molte delle frecciate di Bogart, con il quale ebbe un rapporto, con un eufemismo, conflittuale. All’occorrenza un molestatore, in linea di massima un tiranno, il regista è anche uno che deve imparare a ingoiare amaro, uno che deve abituarsi a piegare il proprio ego al buon esito del film. Ma sulle cose fondamentali no, egli non può transigere, non può se non vuole perdere un rispetto di sé necessario affinché l’artista che ha scelto di essere continui a fare quello che deve fare. Wilder non ha avuto la minima esitazione a mandare al diavolo la Paramount, quando la major gli chiese quel che non doveva permettersi di chiedergli. Il film del patatrac è Stalag 17 (1953), ambientato in un campo di concentramento tedesco per prigionieri americani. Le cose andarono così: quattro anni dopo l’uscita del film, Georg Weltner (l’executive della Paramount responsabile della distribuzione internazionale) chiese a Wilder di cambiare la nazionalità del cattivo del film (una spia infiltrata tra i prigionieri), tramutandolo da crucco in polacco, in modo da non turbare il publico tedesco, visto che il film era in procinto di essere distribuito in Germania, un mercato che era tornato a essere redditizio per Hollywood. Questa fu la replica di Wilder, ebreo polacco che aveva perduto la famiglia ad Auschwitz: «Aspetto scuse. Altrimenti annullate il mio contratto». Le scuse non arrivarono e Wilder terminò così, senza battere ciglio, un rapporto ventennale di grande e reciproca proficuità con la potente casa di produzione che aveva contribuito a rendere quella che è e tra i cui palazzi ce n’è persino uno che si chiama “Billy Wilder”.

2. La realtà è quella che il regista sceglie di mostrarti.

Le porte delle camere d’albergo si aprono all’interno e non sul corridoio, eppure così è in una scena chiave di La fiamma del peccato: la porta si apre sul corridoio affinché Barbara Stanwyck si possa nascondere dietro di essa alla vista di Edward G. Robinson che sta uscendo dalla camera — e di questa anomalia nessuno spettatore s’è accorto, almeno che risulti a Wilder. Un buon regista sbaglia se, invece di fidarsi del suo istinto, si lascia impacciare dallo zelo della verosimiglianza.

3. Meglio un attore oltremodo espressivo che uno cui bisogna strappare le emozioni col forcipe.

Il principio è: meglio togliere che aggiungere qualcosa che potrebbe non esserci. Dalla pietra non si cava acqua. Vedi l’eccellente lavoro in sottrazione fatto nel Viale del tramonto con Gloria Swanson, star del cinema muto che del cinema muto aveva mantenuto la tipica espressività enfatica.

Gloria Swanson all'epoca delle riprese di "Viale del tramonto" (1950).








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 23 luglio 2018