Il linguaggio del senso comune usato come un manganello

Andrea Bajani



La querela di un Ministro dello Stato a un privato cittadino dice la sproporzione delle forze, prima di tutto. Il che è di un’evidenza tale che non avrebbe bisogno di additivi in forma di commenti. È lapalissiana la violenza. Pur essendo Roberto Saviano uno scrittore e un giornalista noto in tutto il mondo, con tutto il surplus simbolico del caso, resta un privato cittadino.

Te la prendi con i piccoli, si potrebbe dire se il linguaggio non fosse corrivo. Se non spettasse, a chi parla amplificato, l’esercizio di una qualche forma di responsabilità verso la lingua, il pensiero e dunque il vivere associato. Quello che infatti più colpisce, in questo che ha l’aria di un atto di violenza di Stato, non è tanto o soltanto la querela, ma il corredo di una lingua ormai brutalizzata: il tweet mandato a cose fatte dal Ministro, il “merda” spalmato prima di cliccare, non per espressionismo ma per sciatteria.

O meglio, per eccesso di normalità: il linguaggio del senso comune usato come un manganello, infatti, fa più male, è un colpo che parte con il braccio di sessanta milioni di persone. Il senso comune usato per colpire dice questo: parlo come tutti, quindi colpiamo tutti insieme. È un linciaggio fatto di parole.

Quello che è in atto in questi tempi è uno stupro di gruppo del linguaggio. Il pensiero, di cui il linguaggio è l’espressione, resta a terra, rantola frasi deturpate, non arriva alla fine della frase. E un pensiero violato produce un’epoca violenta, il cui braccio armato è l’ignoranza. E l’ignoranza, come si sa, non la si toglie con il titolo di studio.

Il punto è che abbiamo tutti contribuito all’impoverimento del pensiero. Siamo tutti compromessi, non vale più tirarsi indietro. È solo per codardia intellettuale che in questi anni abbiamo infatti accettato di considerare i commenti a Facebook, a booking.com o a Tripadvisor come nuove espressioni di democrazia. È solo per carenza di immaginazione politica che abbiamo scambiato uno sfogatoio per un’agorà; ed è da qui che carica il colpo il manganello del senso comune.

Abbiamo accettato che un albergatore, un ristoratore, o un cittadino potessero diventare ostaggi di una lingua modulata sul linciaggio, di frasi e tweet con le vene gonfie per la rabbia, di “mai più”, “andatevene a casa”, “non siete neanche capace a fare i letti”, “i vostri cessi gridano vendetta”, “fate schifo”, e “che i nostri figli vi facciano pagare cara l’attesa della pizza”.

Abbiamo accettato che prevalesse la semplificazione, che la dotazione linguistica primaria di un discorso prevedesse l’anatema e la gogna collettiva. Abbiamo accettato che la funzione Tripadvisor, per così dire, prendesse il posto del pensiero condiviso, che questa fosse una nuova forma di dialettica. Abbiamo trasformato la cultura in un fatto di costume, nella partita del presenzialismo. Abbiamo trasformato il confronto culturale in happy hour.

E ora subiamo le conseguenze, di tutto questo. Che, cioè, l’umanesimo sia condannato a definitiva archiviazione. L’umanesimo muore nel tweet di un ministro che scrive “merda” e manda baci dopo aver spedito una querela a uno scrittore, a un privato cittadino. Ma muore anche a ogni tweet di chi usa il senso comune per colpire. È morto l’umanesimo perché abbiamo ucciso la sua lingua. Questo doppio sterminio è il nostro più grande fallimento.

Questo articolo è stato pubblicato qualche giorno fa su “Il Manifesto”.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 23 luglio 2018