Lampi tra le rovine: su Le Corbusier in Calabria

Vito Teti



Pubblichiamo il testo di Vito Teti in prossimità della proiezione di Le Corbusier in Calabria di Fabio Badolato e Jonny Costantino (BaCo Productions) mercoledì 8 agosto a Cataforìo (Reggio Calabria), a cura di Michele Tarzia, nell’ambito di Paesaggi Attivi 2018, rassegna organizzata dall’associazione culturale Catartica Care. Lampi tra le rovine è originariamente apparso in Le Corbusier in Calabria (catalogo + dvd, BaCo Productions 2009).

Sequenze in successione di paesaggi mobili, macchina a mano che si «addentra» nel cuore della terra e dei luoghi, riprese da fermo in piano-sequenza, fermo-immagini. Un montaggio serrato e, a tratti, soffocante. Schegge e squarci di luce e di oscurità. “Effetto filtro” – scaturito dalle messe a fuoco e dai tempi delle pellicole – che accentua un senso di vuoto e di solitudine. Questo bello e intenso Le Corbusier in Calabria di Fabio Badolato e Jonny Costantino impasta, mescola, sovrappone paesaggi di terra e di acqua, ombre e chiaroscuri, colori opachi e colori intensi, bellezze naturali e segni delle rovine prodotte dall’uomo, arbusti e ferri svolazzanti, erbe e scheletri nudi di cemento, piccoli paesi abbandonati o in abbandono che sembrano dormire e case vuote, sventrate, nate come rovine che non accolgono e non guardano nulla. Un treno, un motocarro, una scritta Campari in un luogo ormai non più luogo, una strada interrotta che, forse, non è stata mai aperta, i tanti ferri arrugginiti che svettano al cielo, insidiati da una natura in attesa di riprendersi e di avvolgere quello che le è stato sottratto.

Chi sta osservando questo scenario da dopo-catastrofe? Chi fissa e racconta, a volte fuggendo, a volte con sguardo fermo e sgomento, una fine immanente o già avvenuta? Qualche superstite? Un sopravvissuto? Un ultimo abitante che custodisce la memoria dei luoghi? La macchina da presa corre quasi a voler raffigurare una terra in fuga, inquieta, ansiosa, e poi indugia e descrive i resti e le reliquie della post-modernità, quasi a voler restituire alla natura la capacità di cancellare le rovine provocate dall’uomo. L’incubo che ci assilla non avviene in un sogno. È davanti a noi, nella realtà. La cronaca e le vicende recenti – lo scandalo delle navi “tossiche” affondate a largo delle coste calabresi – sembrano dare consistenza ai demoni che ci tormentano.

Non siamo più, ormai è chiaro, dinnanzi alle rovine segno del passato, reperti identitari, memoria e ricordo, insegnamento o ammonimento, con una loro funzione pedagogica. Non siamo più davanti allo «sfaciume» provocato da una natura a volte felix, altre volte difficile, generosa e ingenerosa, resa sempre più ostile dall’intervento dell’uomo. Siamo di fronte a una sorta di «the day after», a un dopo-catastrofe, e la Calabria pare condannata a diventare metafora delle rovine di un Occidente votato all’autodistruzione. Il mare e le montagne sono state trasformate in pattumiere, discariche, depositi di scorie radioattive e sostanze inquinanti. Delitto e suicidio. Perché le ecomafie, i traffici delle multinazionali, le ‘ndranghete, le complicità degli uomini di affari e di tanta politica non assolvono le popolazioni. Che, se non sono state complici, sono state distratte, indifferenti, apatiche. Che lamentano dopo quello che andava denunciato prima, per tempo.

Di fronte a questo scenario, forse, non possiamo che partire, ripartire, da un discorso di verità, dalla capacità di dire cose anche per noi scomode, dalla necessità di assumerci le nostre responsabilità, di non raccontarci favole, come ricordava Franco Costabile.

Non è un viaggio comodo e scontato, allora, questo dei due artisti, in una Calabria esotica o leggendaria, favolosa ed Eden in terra; non è l’ennesima tentazione a disegnare cartoline patinate, ma nemmeno la consueta sterile denuncia delle devastazioni. È un viaggio breve (la sintesi di tanti viaggi) ma denso, condensato, essenziale, nelle viscere di questa terra, nelle sue profondità e nel suo cielo, nel suo sottoterra e nelle sue luminosità. Un viaggio dall’interno, all’interno e interno. Ne viene fuori una Calabria colta nelle sue sfumature, nelle sue luci e nelle sue ombre, nei suoi contrasti.

La Calabria ossimoro, terra di contraddizioni e di ambivalenze, delle identità e delle disidentità, che soltanto uno sguardo superficiale ti presenta in maniera granitica. Terra bruciata dal sole e bagnata dalle piogge, degli inverni rigidi e delle stagioni calde, degli ottocento chilometri di costa e del novanta per cento del territorio montano e collinare, del radicamento e delle fughe, degli abbandoni e delle continue pazienti riparazioni, del tutto è accaduto e del niente accade mai davvero, della limitatezza e dell’infinito, dello stupore e dello sgomento, dell’estrema larghezza e dell’interminabile lunghezza, dell’adesso vengo e del non arrivo mai, della pietas profonda e delle violenze più cupe, degli amori e degli odî interminabili o effimeri, del planctus religioso e utopico e delle bestemmie più terribili, delle più sincere benedizioni e delle più atroci maledizioni. La Calabria delle mille attese e delle mille delusioni, delle tante speranze e dei tanti disincanti. Ogni cosa può diventare il suo contrario.

Le sequenze del film mi hanno rinnovato un sofferto senso dei luoghi, e anche il desiderio di uscire dalle retoriche, dalle immagini belle e confezionate, dalle riduzioni e dalle esasperazioni. Dai tempi del Grand Tour ai nostri giorni, dal passato lontano ai tempi attuali, esistono immagini che sovraespongono o sottoespongono questa terra, ma di rado hanno avuto la capacità di cogliere differenze, luci ed ombre, Persefone e Demetra. Morte e rinascita, partenze e ritorni.

Il film ci ricorda che sono mille i modi di guardare la Calabria – con amore e con rabbia, con affetto e disincanto, con indulgenza e ostilità – tutti legittimi, appartenenti alla storia e al vissuto di chi è partito e chi è rimasto, ma che hanno dignità d’attenzione soltanto quando, come in questo caso, le immagini ti catturano, t’inchiodano, ti fanno pensare, ti provocano uno shock e non ti affidano certezze né nulla di scontato. Velocità e lentezza, sequenze serrate e inquadrature fisse e lente. La fretta non aiuta a vedere, e soltanto uno sguardo lento e pacato, duro e “pietoso”, attento ed errabondo ti consente di cogliere, appunto, bellezze e rovine.

Ho visto o rivisto o riguardato – colto e raccontato con un altro linguaggio, con immagini dure e poetiche – la “mia” Calabria fatta di sogni e di incubi, di verità e di visioni.

Passi veloci e ansiosi, come nelle processioni con i santi che corrono, assieme a soste ponderate e attente concorrono a far riguardare le cose, un paesaggio raccolto e sbriciolato, compatto e frammentato.

L’inquadratura del mare azzurro, denso, luminoso – che sembra invitare a un tuffo liberatorio e invece cela l’attesa (metafora di un’attesa più antica e di una pazienza infinita?) del treno che sta per passare – mi ha fatto venire in mente certi dipinti di Enotrio. Il grande pittore calabrese, scomparso ventuno anni fa, col suo sguardo pulito e nitido, cercava di restituire al paesaggio la sua naturalezza e sobrietà in un periodo in cui ancora (come diceva Alvaro) paesaggi, paesi, uomini, cose rinviavano a uno stesso ordine. Enotrio prosciugava, in maniera utopica, la Calabria della sua infanzia e delle sue visioni dalle scorie di una modernità che stava arrivando con il volto della devastazione.

Allora era ancora possibile immaginare che le popolazioni potessero salvaguardare, avere riguardo di paesaggi, marine, paesi che pure, nella loro desolazione e solitudine, sapevano offrirsi con dignità, con sobrietà, con fiduciosa attesa.

Nessuna inautentica nostalgia, ormai, è più consentita. La nostalgia, forse, andrebbe declinata al futuro, dovrebbe tornare come utopia, come critica del presente e come speranza. Non è più possibile chiudere gli occhi o apparire complici di quanto sta avvenendo.

Non so se siamo ancora in tempo e se la salvezza possa arrivare ancora da queste bellezze, rintracciate, indicate dai due registi con delicatezza e con parsimonia, con rispetto, quasi con timore. Non esistono ricette se non quelle che noi riusciremo a scrivere. Bisogna provare a raccontare, come fanno Fabio Badolato e Jonny Costantino, con persuasione e senza retorica, con uno sguardo fisso e mobile, aperto e chiuso, lontano e vicino, da fuori e da dentro. Mi giunge un certo sollievo nel vedere che non tutti hanno rinunciato a uno sguardo sincero, sofferto, capace di provocare domande e inquietudine, disposto a individuare le nostre rovine, interiori ed esteriori, senza catastrofismo. Si avverte l’urgenza di un nuovo sguardo, di un nuovo riguardo. Degli altri, di noi stessi, di quelli che arrivano, di quelli che partono, della terra, dei fiumi, della vita, non dimenticando una storia di difficoltà e di contrasti. Occorre camminare con delicatezza e con convinzione lungo la linea d’ombra che – come in questo film – separa il cielo dal baratro, l’altezza dall’abisso, la luminosità dalla ruggine, la perdizione dalla salvezza. C’è bisogno, forse, di una narrazione che sappia cogliere la verità dell’incubo e anche lo spazio del sogno.

Le Corbusier in Calabria andrebbe mostrato nelle scuole calabresi, agli insegnanti e ai giovani. Non è solo un bel racconto per immagini, ha molto da suggerire sulle bellezze del nostro paesaggio e sul rischio che venga distrutto, sulla necessità di guardare davvero con la mente e con l’anima, e offre impensati spunti di meditazione per affermare il senso delle regole, della legalità, dell’etica, senza le quali la bellezza che vorremmo cogliere e coltivare appare impossibile.

Le Corbusier in Calabria è anche un progetto fotografico e musicale. Alcune info sulle foto le trovi qui.








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 23 luglio 2018