Dei miei genitori, a proposito di quel periodo, non conservo alcun ricordo

Alberto Muro



In cosa ci assomigliamo? A cosa assomigliamo? A cosa non vogliamo somigliare?

Ricordi di un bambino italiano cacciato dalla Svizzera.

… E mi aveva pure portato il triciclo…
Come ci ero arrivato, in Svizzera, non l’ho mai saputo.
Ricordo invece qualcosa di quel posto.
Tra gli italiani in Svizzera, nei primi anni ’60, i “bambini fantasma” si contavano a migliaia e, per restare fantasmi e non farsi scoprire dalle autorità elvetiche, non dovevano piangere, non dovevano ridere, non dovevano giocare. Io, che avevo circa un anno, quando mia madre mi lasciava alla “vecchia” (così chiamava la padrona di casa) per andare a lavorare, piangevo ininterrottamente, svelando così la mia presenza e la mia esistenza.
Dopo qualche mese fui rimpatriato e riportato a Castelgrande da mia nonna Vittoria. Lì ci stavo benissimo, tra la casa di nonna e quella di mia zia, la fornaia, crescevo spensierato e senza ansie. Dei miei genitori, a proposito di quel periodo, non conservo alcun ricordo.
Il mondo mi precipitò addosso quando mia madre rientrò dalla Svizzera. Addio spensieratezza! Costretto a vivere con un’estranea in una casa sconosciuta.
L’asilo alleggeriva la mia tristezza, che comunque non svelavo a nessuno. Ricordo ancora l’angoscia che mi prese quando Suor Antonietta ci disse che il sabato successivo saremmo usciti prima, invece che alle quattro del pomeriggio. Tutti, ma proprio tutti, i miei compagni levarono al cielo canti di gioia. Io, invece, sempre senza tradirmi, mi appartai in un angolo, per niente felice di tornare a casa mezza giornata prima del solito.

Quando mia madre era tornata in Lucania, aveva portato con sé Caterina, mia sorella, che era nata in Svizzera. La poverina poco dopo si era ammalata e, prima di lasciarci per sempre, restò sei mesi in ospedale a Potenza. All’epoca un solo autobus collegava Castelgrande a Potenza: si partiva la mattina alle sette e si tornava alle quattro di pomeriggio.
Di tanto in tanto, mia zia, la fornaia, dava il cambio a mia madre in ospedale. Alle quattro, quindi, andavamo ad aspettare l’autobus per vedere chi rientrava. In cuor mio, sempre senza dirlo a nessuno, speravo che a tornare fosse sempre mia zia, mai mia madre. Se a tornare era mia zia, mi scioglievo in un grosso sospiro liberatorio: era andata bene. Se, invece, tornava mia madre, un macigno pesante come una catena d’acciaio mi si abbatteva addosso: quella sera bisognava, di nuovo, rinchiudersi in una casa sconosciuta e con un’estranea.

A distanza di oltre cinquant’anni, non ho ancora capito che fastidio dessi in Svizzera e quale pericolo rappresentassi per la Confederazione Elvetica e i suoi abitanti alti, biondi e con gli occhi azzurri.

Mia sorella Caterina, oltretutto, aveva i capelli biondi, aveva gli occhi azzurri ed era pure alta.








pubblicato da l.cristiano nella rubrica tribù d’italia il 21 luglio 2018