La falla oscura

Paolo Castronuovo



Il rasoio nuovo scivola che è una meraviglia.
Sto togliendo quella matassa infinita di barba insediata da polvere, tufo e gocce di pittura. Voglio restare pulito per compiere la mia opera migliore. La galleria è giusto un paio di isolati più in lì, farò due passi fumando l’ultimo sigaro, o meglio il primo dopo una lunga pausa per via di una faringite cronica. Ma stavolta bisogna festeggiare, prima che i vermi mi ricoprano le mani, la faccia, il corpo, e che s’insidino sotto i vestiti. Quest’opera mi taglierà in due, sarà tassidermica, forse un po’ spinta, un po’ macabra, ma di sicuro la mia maggiore di tutti i tempi. Vorrei fosse epocale.
Come tutti i rasoi, anche questo si è intasato, devo sbatterlo con veemenza sul bordo del lavandino per liberarlo dai peli. Il getto d’acqua non basta per farli uscire dalle due insenature tra le tre lame. È come quando lei mi chiese di rasargliela, si fece passare con passione la schiuma tra le gambe aperte mentre era al bordo del letto coi piedi poggiati per terra. Le piaceva il rischio della lama in una mano sconosciuta che raccoglieva i suoi peli lasciando spazio alle mie labbra.
Sarà un’opera che sorpassa tutta la scrittura a cui mi sono dedicato per anni; la musica, mia seconda priorità; il cinema, e l’arte contemporanea di cui mi occupo ora. Le installazioni più bizzarre e insolite che mescolano tutto questo bagaglio.
Mi sciacquo il viso dalla schiuma, e allo specchio non mi riconosco. Non è questa la mia identità, vorrei la barba mi ricrescesse all’istante come quella di Rasputin, e anche i capelli, se non li avessi già rasati. Ma ormai è andata, forse non mi riconosceranno nemmeno in galleria, quando la riapriranno dopo la lunga pausa stagionale, e troveranno quest’opera per me colossale, irripetibile. È un momento autocelebrativo tra queste quattro mura, specchi e sanitari, in questa città qualunque e senza tempo.
Ora sono sotto la doccia, che sensazione strana e dimenticata quella dell’acqua sul viso sbarbato. La barba tagliata rimasta attaccata al volto con la schiuma secca si ferma sul petto che insapono assieme a tutto il corpo con la spugna, per poi risciacquarmi del tutto e uscire dalla cabina.
Appendo l’accappatoio al termoarredo dopo essermi asciugato e vestito e decido di scendere. La porta è bloccata. La spingo, la tiro, cerco di scardinarla in vani tentativi, ma nulla da fare. È immobile come quand’era un albero. Mi calerò dalla finestra, il cornicione è largo quanto il mio piede di traverso, devo solo raggiungere il tubo di scolo e calarmi giù. Buttarmi. L’ho fatto tante volte all’inverso, quando rimanevo chiuso fuori e lasciavo la finestra del bagno aperta. Cosa vuoi che sia farlo al contrario? Vado, mi butto, e riesco a cadere in piedi. Altro che strisciare lungo il tubo, questo è un salto da spezzarsi il femore. Alla fine cosa vuoi che sia la sofferenza per la perdita di un arto, quando stai per completare la tua vita con un capolavoro? Accendo il sigaro con un fiammifero e lo butto nell’aiuola accanto al portone, di lì a breve si alza una fiamma alta per l’incuria di quell’erba mai potata, e mi avvio un po’ dolorante ma soddisfatto alla galleria. Le strade mi guardano in questo buio perenne, non c’è più luce qui se non quella dei lampioni. Il Tempo è sparito, lo Spazio è inesplorato. Non credo esista più nulla da quando la Terra è ferma. Anche l’acqua e il rasoio che mi scivolavano addosso, in che tempo e spazio avanzavano?
Apro le porte dello stabile ed ecco già l’odore di chiuso che mi soffoca. Quale sarà, o è stata la pausa stagionale? E di che stagione farà parte? Qui non c’è più nulla.
Mi barrico dentro a chiave. Per terra c’è un coltello velato da formiche, lo pulisco passandoci due dita e comincio a lavorare la mia pelle.

[Paolo Castronuovo, La Falla Oscura, Castelvecchi, 2018.]








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 17 luglio 2018