Bianco definitivo

Hilary Tiscione







Sono una ballerina di Charleston. Scendo una scala buia con i gradini irregolari, sopra le ginocchia sventola la mia gonna plissettata a ogni passo. Ho i capelli raccolti, le ciglia cariche di mascara, le labbra rosso fuoco. Sono una flapper. Un ragazzo all’ingresso mi chiede una parola d’ordine. Swanson, dico.
Mi siedo a un tavolo vicino al biliardo, giocano intorno a me dei ragazzi incamiciati, uno ha il papillon. Bevono brandy, forse whisky. Non lo so. Prendo il menù dal tavolo, leggo che Charlie Chaplin è una miscela di Bitter Campari, assenzio e maraschino; Rodolfo Valentino è spumante e scorze di agrumi. Chiedo del Gin, con acqua tonica, speravo fosse Marlene Dietrich, invece non ha nome.
Quando arriva il mio amico sono già sbronza. Lui manda giù un paio di celebrità veloce, mentre ride di non so cosa, gli dico che ho paura di morire. Smette di ridere. Mi dice che tutti abbiamo paura di morire.
Dico che mi succede ogni volta che sono a casa da sola. Poi mi metto a parlare del Kentucky Club di Broadway e di come, entrando, ho creduto di essere negli anni venti. Mi accendo una sigaretta fingendo che sia strizzata dentro un lungo cannello di quelli che usavano in quegli anni. Ridiamo. “Non mi fido di me”, dico. Lo guardo, così esterrefatto, lo vedo che non capisce più di cosa sto parlando. Voglio andare a casa anche se ho paura.
“Vengo con te”, mi dice fuori dal locale.
“No, grazie. Giuro, mi tengo a distanza dal terrazzo”.
“Terrazzo?”, ripete il mio amico.
Gli do una pacca sulla spalla e gli dico che scherzo prima di andare via dagli anni ruggenti.
Mi manca l’aria, in ascensore. Immagino di soffocarci dentro, ogni volta credo possa fermarsi e tenermi chiusa una notte ad asfissiare. Lo psichiatra mi ha detto che per vincere le paure le devi amplificare finché non le senti esplodere come la camera d’aria di un pallone che, rotta, lo lascia molle in terra, apatico. Senza paura.
Entro in casa, mi lavo i denti, il viso con il sapone. Rovescio lo Xanax a testa in giù sopra un bicchiere, ne conto cinque gocce, poi ne aggiungo altre tre. Scende lento e un po’ mi irrita. Lo mando giù, è dolce.
Non mi cambio, resto con gli stessi vestiti, se impazzisco almeno posso correre fuori di casa e non sono in pigiama.
Manie di controllo, aveva detto lo psichiatra. La paura di perdere il controllo, fa perdere il controllo. Mi siedo sul water, metto la testa fra le mani. Mi dico di stare tranquilla, ma la sento, la ragione, andare via.
Vado in cucina, c’è una bottiglia di Barbera aperta, me ne verso un calice. Guardo il terrazzo. Lo psichiatra mi aveva detto che se penso di buttarmi, ma soprattutto, se dico di poterlo fare, non lo faccio.
Ho le mani sudate. Il cuore, poveraccio, mi scalcia in gola. Non si stanca mai di correre. Corre come uno che scappa da chi lo insegue e lo minaccia di fermarsi e non ne vuole sapere di fermarsi o rallentare, preda di una belva grossa, meno astuta ma tanto più tenace.
Apro la finestra come fossi di legno con le viti nei gomiti e un filo sopra le testa che solleva le braccia che tardano un po’ a muoversi.
Guardo giù dal terrazzo. Bevo un sorso di vino, poi un altro più grande. Il cuore è un tamburo. Poggio il bicchiere in terra e struscio i palmi delle mani bagnati sul marmo freddo del parapetto, per asciugarli.
Carissima me, mi dico e non vado avanti. Fisso il cortile vuoto, quindici metri sotto. Mi metto a cavalcioni sul parapetto. Dico scusami sotto voce, mi sento fredda come il piombo. Mi do una piccola spinta.
Vedo bianco.
Non è vero che ti passa davanti tutta la vita sul Viale Del Tramonto.
Non c’è tempo perché una vita scorra in tante immagini in bianco e nero, per rivivere alcuni attimi, belli, stinti come la copertina di un album sullo scafale dove, di giorno, ci picchia il sole. Non c’è tempo neppure per infilarci dentro l’unica musica che vorresti riascoltare.
È giusto il secondo di un batter d’occhio.
Quello che conta viene dopo, quando ci sei ancora per un po’, fuori da te. Vedo mio padre piegarsi in ginocchio di fianco al mio corpo, vedo il suo viso deforme per il dolore schiacciato sulla mia pancia ferma, appiattita sul nero dell’asfalto.
Mio padre, non sembra più lui, vedo una faccia che non ha più ossa, si incurva plastica, cede al modo in cui la verità lo maltratta. Come quei nastri dei pacchetti dove le commesse premono forte la lama di una forbice che scorrendo li fa arricciare. Non ha più una forma che sia una, ne ha tante attorcigliate l’una sull’altra.
Mi avvicino, provo a toccarlo, mi sembra aria, ma l’aria sono io e non mi sente.
Non mi dispiace vederlo così, capisco, solo adesso che mi vuole bene, me ne sta volendo ancora, forse più ora di prima. Magari, neppure lo sapeva di volermene tanto, adesso lo sa. Gli ho insegnato che il bene non si trattiene, dopo non sai più che fartene e guarda come ti storpi tutto, perché tutto quel bene tenuto dentro è nocivo, ha tempo di maturare negli anni e farsi letale, poi, quando viene fuori.
È tardi papà. Anche io non sono stata capace di tirarlo fuori, mi è marcito dentro, ma adesso, hai vinto. Lo vedo, che sei umano anche tu. E ammettilo, nessuno ti aveva mai fatto provare qualcosa di tanto forte.
Guardo mio fratello scuotermi e fare un grido con la bocca tanto aperta che sembra strapparsi. Lo guardo mettermi le mani sul viso e poi prendere il suo, tra le mani, come fosse un foglio di carta da stropicciare e buttare via.
Urla il mio nome per intero, come il richiamo di un animale.
Mio fratello non urla mai. A lui, piace fischiare. Non piange mai. Mio fratello sembra costretto al macello, un agnello che non sa da dove partire con il conto alla rovescia. Non sa contare. Adesso, mi dispiace. Piange tanto che sembra sciogliersi eppure il viso non perde colore, credo gli siano scoppiati tutti i capillari sotto la pelle delle guance, il naso cola, colano gli occhi, escono fuori grandi e rossi. Urla un perché, urla tanti no.
Si aggrappa ai vestiti che ho addosso e si rannicchia di fianco a me come un feto solo, così come l’ho lasciato.
Lo amo, ancora riesco a sentire come lo amo. Come quando, piccoli, gli lasciavo scegliere cosa guardare al cinema, lo facevo dormire nel letto più grande, gli chiedevo di dirmi qualcosa che non sapevo, lo andavo a cercare, nell’intervallo a scuola, solo per vederlo.
Mia madre, mi chiamava anima bella. Vado ad incontrarla.
Il rudere che sono, spento lì in terra, li violenta. C’è un sacco di gente attorno a me, adesso.
Mi coprono. Passo attraverso tutti loro, posso ancora piangere.
Poi il bianco definitivo.








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 11 luglio 2018