Gli increati

Antonio Moresco



Dopo Gli esordi, sono usciti nella nuova collana Oscar 451 anche Canti del caos (da tempo introvabile) e Gli increati, che concludono l’opera unica cui ho trovato a poco a poco il nome di Giochi dell’eternità.
Quando ho avuto tra le mani l’ultimo di questi tre volumi (il più nevralgico dell’intera opera, quello meno compreso, quello non ancora veramente incontrato), l’ho aperto assolutamente a caso in un paio di punti e sono stato trascinato a leggere qualche pagina, che ricordavo appena. Nel primo dei due frammenti si sente la voce del protagonista, che sta correndo in macchina insieme a Lazlo. Nel secondo si sente la voce del distruttore.
Li trascrivo:

Il bagliore si sta allargando sempre più al centro del parabrezza, si distinguono già al suo interno le traiettorie di miriadi di corpi come radiografati in un lampo di luce e di altri fasci luminosi che lo stanno attraversando da parte a parte, sembrano scintille scaturite da un incendio oppure le disperate traiettorie fosforescenti degli spermatozoi morti e vivi lanciati lungo il canale uterino.
“Che cosa sono quegli spruzzi di luce, quelle folgori?” chiedo a Lazlo, con la testa vicino al parabrezza.
“Missili.”
“Ma allora Milano non è stata sottoposta prima a bombardamento con missili a testata genetica, la stanno sottoponendo ancora!”
“Sì, hanno ripreso a bombardarla, i vivi e i morti, i risorti, gli immortali.”
Rimango in silenzio, immobile, di fronte allo schermo nero del parabrezza su cui sta dilagando questo bagliore tormentato di luce.
“Eppure io l’ho già vista questa cosa, la vedrò!” comincio incontrollabilmente a dire “Mi è capitato di vederla una notte, sullo schermo di un televisore, nella mia casa, mentre da un’altra parte del mondo una città veniva sottoposta a un devastante bombardamento tecnologico notturno, e si vedevano anche allora tutte quelle traiettorie di luce che uscivano e si gettavano dentro quel bagliore come in un braciere, e non arrivava il minimo rumore, non si sentiva niente, mentre chissà che finimondo, che suoni laceranti di sirene, di schianti, sentivano quelli che si trovavano all’interno di quel bagliore! Si continuava a vedere solo quel batuffolo disperato di luci mute radiografate, quella vagina spalancata dove si andavano a conficcare tutte quelle capocchie esplosive di spermatozoi piovuti dal cielo, dallo spazio, dalle grandi portaerei ferme a migliaia di chilometri di distanza nelle acque del Golfo Persico, calde e buie, roventi… Ma allora quella là è Bagdad!”
“No, è Milano!” mi risponde la voce calma di Lazlo, che sta continuando a lanciare l’auto verso quel lontano braciere.
“E io ero immobile, muto” riprendo irresistibilmente a dire, “di fronte a quel cataclisma di schegge e di spruzzi di luce che sembrava il caotico e disperato bombardamento di particelle e neutrini che venivano fatti collidere a velocità che rasentava quella della luce nei grandi acceleratori di particelle che c’erano sotto terra, negli sconfinati anelli sprofondati sotto la linea dell’orizzonte dove c’erano altre teste immobili, mute, di fronte ad altri video attraversati da questo bombardamento di luci radiografate, guerre, tracimazioni, di corpi morti e di corpi vivi nella morte che viene prima, verrà, nel cuore delle particelle e delle loro catene genetiche, quelle che vengono prima e quelle che vengono dopo, riprese satellitari di intere città castigate, con la luce, col fuoco, ondate di carri armati che corrono a velocità spaventosa sulle sabbie dei deserti come bolidi sulle autostrade, penetrazione genetica attraverso la polpa delle città dei morti e dei vivi, i continenti comperati pezzo per pezzo e rigenetizzati, altre immani tracimazioni, quelle che ci sono già state, che ci saranno, dietro pretesti economici, religiosi, tutte quelle caste di uomini insediati nelle cabine di comando dei popoli come quei microrganismi che si installano nel cervello dei pesci e li pilotano verso il loro obiettivo di specie, quei piccoli uomini che entrano nelle teste metalliche di grandi macchine semoventi robotizzate e le lanciano contro altre macchine operando sui loro comandi luminosi nel buio, sulle loro tastiere, per rigenetizzare la vita e la morte, per mettere le mani sul contenuto delle ultime cavità terrestri piene di liquido denso e nero prodotto nell’arco di milioni di anni dalla macerazione di immense foreste inabissate sotto il filo dell’orizzonte e, prima ancora, sulle miniere di metalli che luccicavano, agitando i vessilli dei propri dei e dei propri profeti vivi e morti, quelli che vengono prima e quelli che vengono dopo, per mettere le mani sulle economie dei vivi e sui flussi genetici finanziari che sono già passati attraverso i morti e attraverso la morte, e sui quali adesso si protendono le mani degli immortali. Ma che economia ci può essere per gli immortali, ci sarà? Sempre nuovi genocidi, nuove stragi, nuove tracimazioni. Sempre nuovi pretesti e sempre nuovi sogni, deliri, per tracimare dentro la morte, per tracimare dentro la vita, e adesso per tracimare dentro l’immortalità. Prima due guerre mondiali tra i Paesi dell’emisfero nord del pianeta, partite dalle viscere del piccolo continente boreale dell’Europa, in cui si sono gettati altri grandi Paesi di altri continenti, gli Stati Uniti, sorti dai loro genocidi e dalle loro tracimazioni, la Russia tracimata dentro la rivoluzione nella vita che viene dopo credendo che fosse quella che viene prima, e poi le sempre nuove guerre per il possesso delle risorse energetiche del pianeta, prima il petrolio, poi l’acqua, e poi l’irrompere della Cina ricapitalizzata dall’idolo obeso che credeva di stare facendo una cosa e invece ne stava facendo un’altra, e allora sempre nuovi genocidi e nuove tracimazioni e nuove stragi e nuove rigenetizzazioni… ”Mamma, mammina, fammi risorgere! Perché non vuoi risorgere insieme a me? Perché non vuoi farmi risorgere?” E le madri allora risponderanno, accarezzando le loro testoline che staranno piangendo disperatamente nel buio: “La vita è dentro la morte, la morte è dentro la vita, l’immortalità è l’immortalità della morte e della vita che sono dentro la vita e dentro la morte, saranno. E allora come si fa a risorgere? Da che cosa si può risorgere? Perché vuoi risorgere nella vita che è dentro la morte e che è dentro l’immortalità della vita e l’immortalità della morte? Perché vuoi l’immortalità delle camere a gas, delle bombe al napalm, dell’ombra calda su un muro? No, no, stiamo qui, ad accarezzarci, a baciarci, continuiamo a stare qui dove non si sa dove siamo, saremo, abbracciati, incernierati, increati…”

***

La guardavo, la guardavo e non so che cosa mi succedeva, non so se l’amavo, io che sono il distruttore, che sono il distruttore anche dell’amore. Ma come si fa a essere il distruttore dell’amore se non c’è più l’amore? Che spaventoso frantoio è la creazione e la distruzione!
Io non lo so che cos’è l’amore, io non lo so perché sempre nuovi esseri si gettano in questo specchio attraversato da parte a parte dalla lacerazione della creazione e della distruzione. Tutte queste creature che si cercano e che si chiamano nel vortice della distruzione creata. Tutte queste mani che si stringono, questi occhi che si guardano e che si contemplano e che si adorano, tutte queste bocche e queste lingue che si cercano e che si frugano, tutte queste dita e queste braccia che si avvinghiano, tutti questi gorghi di corpi e di genitali che si fagocitano e che si duplicano, tutti questi disperati ovuli e questi spermatozoi muniti di flagelli che si gettano disperatamente nei canali neri dei corpi in cerca di sempre nuova distruzione… Perché, perché, se c’è solo la distruzione?








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 7 luglio 2018