Ancora sulla signora Woolf

Antonio Moresco



Ma adesso passiamo oltre, senza più l’assillo del signor Joyce, perdiamoci completamente nella voce della signora Woolf…

Questo, tanto per cominciare, il suo laconico ed esauriente programma, che dovrebbe essere fatto proprio da ogni scrittore, soprattutto in questi tempi di quasi generale resa e prostituzione ai presunti voleri del “grande pubblico” e del Dio mercato: “Io scriverò quello che mi pare; loro diranno quello che gli pare.”

“Eppure sono l’unica donna di Inghilterra libera di scrivere ciò che vuole. Le altre devono pensare a romanzi a puntate e a direttori di riviste…”

Subito, fin dalle prime pagine, un incontenibile e segreto fervore, improvvisi scatti e salti di piani: “Da principio riuscivo appena a leggere, per lo sciame di idee che sorgevano involontariamente. Dovevo scriverle subito. E questo è un gran divertimento. Ma un po’ d’aria, guardare gli autobus che passano, bighellonare lungo il fiume, riattizzeranno, se Dio vuole, qualche scintilla. Sono sospesa tra vita e morte in modo inconsueto. Dov’è il mio tagliacarte? Devo tagliare lord Byron.”

Ansia, fervore, eccitazione intimamente suicida, eppure tutto questo accumulo emotivo riesce a trovare per un po’ un alveo dove poter scorrere: “Era il giorno del Derby e pioveva e la luce era tutta bruna e gelida e lei continuava a parlare, a parlare, con frasi consecutive come i trucioli che si staccano da una pialla (…) E poi io sono andata al Golders Green e sono rimasta seduta con Mary Sheepshanks nel suo giardino e ho agitato le acque della conversazione, come sempre faccio, valorosamente, così che la vita non vada sprecata. La brezza fresca sfiorava le fitte siepi che dividono i giardini. Non so come, straordinarie emozioni mi hanno afferrato. Ora non ricordo quali. Spesso, ora, mi tocca dominare l’eccitazione, quasi volessi trapassare uno schermo; o qualcosa mi battesse accanto con violenza. Che cosa presagisca tutto questo, non so. E’ un vasto senso della poesia dell’esistenza a sopraffarmi.”

Quanto c’è di Virginia Woolf in molti scrittori successivi, anche americani, da Faulkner a Thomas Wolfe fino a Kerouac, con la loro lingua inarrestabile e fluida pronta a fagocitare ogni cosa! Eppure si tende a riconoscere solo il loro debito verso Joyce…

“Mi sento come se avessi lasciato scivolare giù dalle spalle tutti i miei abiti da ballo e me ne stessi in piedi, nuda. (…) No, non inchioderò il mio stemma ai vari Murry che mi penetrano nella carne alla maniera delle pulci tropicali. E’ noioso, è davvero degradante provare questa amarezza. Eppure, pensa al diciottesimo secolo. Ma erano schietti, allora; non subdoli come adesso.”

Ecco le sue aspettative numeriche di scrittrice, corroboranti da leggere in questi anni, in cui gli scrittori vengono valutati solo da numero di copie vendute: “Quanto ai presagi, tutti quanti dicono che molto probabilmente La signora Dalloway andrà benissimo e se ne venderanno duemila copie. Io non mi aspetto tanto.” “La sig.ra D. va bene in modo sorprendente. 1070 copie già vendute (…). Non mi sembra possibile che arriviamo a duemila.” “Abbiamo già venduto 1220 copie (di Gita al faro) prima della pubblicazione e credo che saliremo a 1500, che per una scrittrice come me non è male.”

“Giorno di freddo intenso, dopo una notte umida e ventosa, nella quale hanno acceso tutte le lanterne cinesi per la festa nel giardino di Roger. E io non amo il mio prossimo. Li detesto tutti. Li rasento appena. Lascio che si rompano su di me come gocce di pioggia sporca. Non so più fare appello a quell’energia che, vedendo una di quelle piccole, aride forme alla deriva, o piuttosto incrostata allo scoglio, la sospinge, la satura, la infonde, la vivifica e così giunge a colmarla e a crearla.”

E poi quel fulmineo incontro tra Thomas Hardy e il colonnello Lawrence che va in giro in bicicletta con un braccio rotto: “’Spero che non si uccida’ disse pensosa la signora Hardy. E il signor Hardy: ‘Ha gli occhi cerchiati di azzurro. Nell’esercito si fa chiamare Shaw. Nessuno deve sapere dov’è. Mi ha promesso di non entrare in aviazione…’”

La sua “realtà”: “Il metodo di raccontare per filo e per segno non può essere quello giusto; nel cervello le cose non accadono in quel modo.” “Com’è difficile non fare “realtà” di questo o quello, mentre la realtà è una sola. Ebbene, forse è questo il mio dono; forse è questo che mi distingue dagli altri: credo debba essere raro avere una coscienza così acuta di una cosa simile…” “Questo spaventoso metodo narrativo dei realisti -andare avanti dalla colazione al pranzo- è falso, irreale, del tutto convenzionale. Perché tollerare in letteratura ciò che non è poesia, che non è, cioè, saturato?” “La vita, insomma, è molto solida o molto instabile? Sono ossessionata da questa contraddizione. Dura da sempre, durerà sempre, affonda giù fino alle radici del mondo, quest’attimo in cui vivo. Ed è anche transitorio, fuggevole, diafano. Passerò come una nuvola sulle onde. Forse può darsi che, pur cambiando, pur fuggendo uno dopo l’altro così rapidi, abbiamo -noi esseri umani- una qualche successione e continuità, e che la luce ci attraversi. Ma cos’è la luce?”

Ora sta accingendosi a scrivere il suo libro a mio parere più ardimentoso e più grande. Lo sta vedendo da dentro come “una mente che pensa”, come “isole di luce” nel fiume della vita che scorre. E si tormenta, scambia il miracolo che le sta avvenendo per una resa alla “pura scioltezza”.

“Credo che Le falene, se così lo chiamerò (il titolo definitivo sarà poi Le onde) sarà a spigoli molto vivi. Ma l’impostazione non mi soddisfa. C’è questa fertilità improvvisa che può anche essere pura scioltezza. Una volta i libri erano fatti di frasi scheggiate via di netto con l’accetta del cristallo; e ora la mia mente è così impaziente, così pronta, in un certo modo così disperata.”

E quanto c’è di questa “mente che pensa” nascosta in questa apparentemente fragile signora vittoriana anche in certi libri estremi di Beckett come Malone muore e L’innominabile, mentre, anche qui, si riconosce solo il debito e la filiazione con il monologo interiore di Joyce…

“Per esempio, oggi pomeriggio camminavo per Bedfort Place -credo che si chiami così, quella strada diritta con tutte le pensioni- e mi dicevo istintivamente qualcosa del genere: ‘Come soffro. E nessuno sa come soffro, camminando per questa strada alle prese con la mia angoscia, come dopo la morte di Thoby: sola; a combattere da sola contro qualcosa. Ma allora avevo il demonio da combattere, e ora nulla.’” “Se non avessi mai queste crisi così intense e profonde (…) mi abbandonerei alla rassegnazione. Invece ho qualcosa da combattere; e quando mi sveglio presto mi dico: Combatti, combatti. Vorrei riuscire a esprimere questa situazione; la sensazione del canto del mondo reale, quando la solitudine e il silenzio respingono dal mondo abitato; la sensazione che mi prende di essere imbarcata in un’avventura.” “E dubito di poter saziare questo mostro bianco.” “Ma forse sono riuscita a far stagliare le mie statue contro il cielo.”

La sua adorazione per Shakespeare: “Leggo Shakespeare appena finito di scrivere. Quando ho la mente spalancata e arroventata. Allora è sorprendente. Non sapevo quanto fosse prodigiosa la sua tensione, la sua velocità, la sua padronanza delle parole finché non le ho sentite superare e battere in modo schiacciante le mie; sembra che partiamo alla pari e poi le vedo scattare in avanti e fare cose che io non potrei mai immaginare neppure nella mia folle esaltazione e tensione mentale. (…) Questo non è neppure “scrivere”. In realtà potrei dire che Shakespeare è addirittura al di là della letteratura, se sapessi cosa intendo dire.”

Ha appena finito di scrivere le Onde, il suo “libro estatico”: “Nei pochi minuti che restano devo annotare qui -sia lode al cielo- la fine delle Onde. Ho scritto le parole ‘O Morte!’ un quarto d’ora fa, dopo aver filato per le ultime dieci pagine con certi momenti così intensi ed ebbri che mi pareva di seguire ciecamente la mia voce -o la voce di un oratore (come quando ero pazza).”

“E sono la lepre, molto avanti alla muta dei miei critici.”

Altre crisi: “Guardavamo le colline ritrarsi in una delicata oscurità dopo aver bruciato tutto il giorno come smeraldo compatto. Ora un velo morbido, delicato, le appannava. E il gufo bianco volteggiava sulla palude in cerca di topi. Allora il mio cuore balzò e si fermò, balzò ancora, e io sentii quello strano gusto amaro in fondo alla gola; e la pulsazione mi balzò nella testa battendo e battendo, più selvaggia, più rapida. Sto per svenire, dissi, e scivolai dalla seggiola, e giacqui sull’erba. Oh no, non ero priva di sensi. Ero cosciente, ma posseduta da questa pariglia ansimante nella mia testa: galoppava, martellava. Se continua, pensai, mi scoppierà qualcosa nel cervello. Lentamente si attutì. Mi rialzai a fatica e tornai barcollando -con che sforzo indicibile, e che panico; e ora svenivo davvero e vedevo il giardino dolorosamente allungato e distorto- indietro, indietro, indietro; come pareva lungo- sarei riuscita a trascinarmi? -fino a casa; e raggiunsi la mia stanza e caddi sul letto. Poi dolore, come di parto; poi anche quello lentamente si smorzò; e io restai distesa a vegliare come una tremula luce, come un’ansiosissima madre, sui frammenti sconvolti e scheggiati del mio corpo.” “E poi io ho avuto ‘una delle mie crisi’ -così violenta, così acuta- e ho camminato per Regent’s Park nella sofferenza più nera, e ho dovuto chiamare a raccolta tutte le mie forze, al vecchio modo, per venirne fuori (…) Ma che sensazione famigliare: calpestare la strada col cuore stretto dalla tristezza e dal dolore; e il desiderio di morire.”

I suoi ricorrenti momenti di sconforto e disperazione per i libri che ha appena scritto: “Tutte le mie luci spente, la mia canna piegata fino a terra. Morto e deludente – così mi hanno smascherata, e quell’odioso budino di riso di un libro è quello che sospettavo: un fallimento marcio.”

Ma poi: “Un vero scrittore deve essere capace di rompere brutalmente il suo stampo.” “Non occorrerà che io mi ripeta, che ritorni sui miei passi. Sono una outsider. Posso fare a modo mio: sperimentare con la fantasia come meglio mi piace. Il branco può ululare quanto vuole, ma non mi prenderà mai.” “E ora posso ripartire e lo desidero veramente. Oh essere al riparo, sola, sommersa.”

“Più un’intuizione è complessa, meno si presta alla satira: più cose abbraccia, meno può riassumere e semplificare. Esempio: Shakespeare e Dostoevskij: né l’uno né l’altro fanno satira. L’età dell’intuizione, l’età della distruzione, e così via.”

Ma, a questo punto, mi aspetta un altro dolore: la sua incomprensione per la grandezza di Dickens, le sue stupide e spocchiose frasi, e proprio sulla Piccola Dorrit, proprio sul suo libro più disperato, più misterioso e più grande: “Dovrei leggere Mill. O La piccola Dorrit, ma entrambi sono ormai diventati rancidi, come un formaggio tagliato e abbandonato. La prima fetta è sempre la migliore.”

Proprio Dickens, e come se non bastasse proprio l’ultimo Dickens, la più grande nave-scuola per i più grandi scrittori dell’Ottocento e del Novecento: Dostoevskij, Kafka… Imperdonabile, signora Woolf!

Per fortuna, poche pagine dopo, arriva questa immagine fulminante di Tolstoj: “Sempre la stessa realtà, come toccare un filo scoperto. Anche se resa in modo tanto imperfetto -quel ruvido cervello sbrigativo- per me il più… non simpatico, ma ispiratore e provocatorio: genio nudo e crudo. E quindi più conturbante, più ‘scandaloso’, più ‘scoppio di tuono’ (anche sull’arte, anche sulla letteratura) di ogni altro scrittore. Ricordo che pensavo questo di Guerra e pace, letto in clinica a Twickenham. Il vecchio Savage lo prese in mano: ‘Gran bella roba!’, e Jean cercò di ammirare ciò che per me era una rivelazione. Quella immediatezza, quella realtà. Eppure è contro ogni realismo fotografico.”

E poi, alla fine, la guerra, le bombe su Londra: “L. dice che K. Martin dice che noi diciamo (il nostro Primo Ministro) che questa volta combatteremo. Hitler, dunque, si morde i baffetti irti. Ma tutto trema; e il mio libro può essere una falena che danza sopra un falò, bruciata in meno di un attimo.” “Churchill che esorta tutti a restare uniti. ‘Non ho nulla da offrire se non sangue, lacrime e sudore’. Queste grandi forme senza forma continuano a circolare. Non hanno sostanza: ma rendono ogni altra cosa minuscola. Duncan ha visto una battaglia aerea su Charleston: una matita d’argento e uno sbuffo di fumo. Percy ha visto arrivare i feriti con i loro scarponi. Così il mio piccolo attimo di pace cade in un vuoto spalancato. Ma benché L. dica che se dovesse vincere Hitler lui in garage ha della benzina per suicidarsi, si va avanti.” “Rodmell è tutta un focolaio di voci. Saremo bombardati, evacuati? Cannoni che scuotono le finestre. Navi ospedale affondate. Dunque, si avvicina.” “Appena tornata in questa sera torrida come una fornace. La grande battaglia, che decide la nostra vita o la nostra morte, continua. Ieri sera un’incursione aerea qui. Oggi bagliori di battaglia. In piedi fino alle due e mezzo del mattino.” “Ciò che ci atterrisce (non esagero) è la notizia che il governo francese ha abbandonato Parigi. Una specie di ringhio, dietro il cucù e gli altri uccelli. Una fornace dietro il cielo. Mi ha colpita una strana sensazione: l’io che scrive è svanito. Nessun pubblico. Nessuna eco. Questo è parte della propria morte.” “Questa, pensavo ieri, potrebbe essere la mia ultima passeggiata. Sulla duna sopra Baydean ho trovato alcuni tubi di vetro verde. Il grano splendeva, pieno di papaveri. E la sera ho letto il mio Shelley. Che voci pure e delicate e musicali e incorrotte la sua e quella di Coleridge…” “Continuerò; ma posso? La pressione di questa battaglia cancella Londra molto rapidamente. Un giorno come tritume. Per dare un’idea del mio umore attuale, rifletto: capitolazione vuol dire via tutti gli ebrei. Campi di concentramento.” “Ci sono arrivati molto vicini. Ci siamo sdraiati sotto un albero. Il rumore era una sega nell’aria, proprio sopra di noi. Ci siamo sdraiati a faccia in giù, le mani dietro la testa. Non stringere i denti, ha detto L. Sembrava che segassero qualcosa di immobile. Le bombe hanno fatto vibrare le finestre della mia casetta, Cadrà la bomba?, ho chiesto. Se sì, andremo in pezzi insieme. Non ho pensato, credo, ad altro che al nulla: alla piattezza, dato che il mio stato d’animo era piatto. Un po’ di paura, direi. Dovremmo portare Mabel in garage? Troppo rischioso attraversare il giardino, ha detto L. Poi ne è arrivato un altro da Newhaven. Ronzio e sega e sibilo, tutto intorno a noi. Un cavallo ha nitrito nella palude. Molta afa. Tuoni?, ho chiesto. No, cannoni, ha detto L., dalle parti di Ringmer, di Charleston. Poi lentamente il suono si è attenuato. Mabel, in cucina, ha detto che le finestre vibravano. L’incursione continua ancora: aerei lontani; Leslie che gioca a bocce. Io battuta in pieno. I miei libri non mi hanno dato che dolore, diceva Charlotte Brönte. Oggi sono d’accordo con lei.” “Poi tutta una sventagliata di ta-ta-ta (come sacchetti che scoppiano). L’aereo ha virato allontanandosi in cerchi, lento e pesante, verso Lewes. Abbiamo guardato. Leslie ha visto la croce nera tedesca…” “La casa a dieci metri dalla nostra colpita all’una del mattino da una bomba. Completamente distrutta. Un’altra bomba nella piazza, ancora inesplosa. Abbiamo fatto il giro dal retro. Ci siamo fermati accanto alla casa di June Harrison. La casa bruciava ancora.” “Churchill ha parlato or ora. Un discorso chiaro, misurato, incisivo. Dice che si prepara l’invasione. A quanto pare sarà per le prossime settimane, se ci sarà. Navi e chiatte si ammassano nei porti francesi. Il bombardamento di Londra, naturalmente, prepara l’invasione. La nostra maestosa città, ecc…” “Una bomba è caduta così vicina che ho imprecato contro L. perché aveva ‘sbattuto la finestra’.” “Ho detto a L.: Non voglio ancora morire. Le probabilità sono a mio favore. Ma quelli mirano alla ferrovia e alle centrali eletriche. Si avvicinano ogni volta…” “Una porta a vetri, nella casa accanto, penzoloni. Potevo scorgere un pezzo della parete del mio studio ancora in piedi; altrimenti pietrisco là dove ho scritto tanti libri, aria aperta, dove eravamo rimasti seduti tante notti, dove avevamo dato tante feste. L’albergo intatto. Così, a Meck Square. Tutto daccapo. Roba sparsa, vetro, polvere nera e soffice.”

“Voglio affondare con la bandiera spiegata” scrive l’8 marzo del 1941, nella sua ultima nota, venti giorni prima di suicidarsi.

Poche righe più avanti, così, lievemente e tragicamente, la signora Woolf suggella questo inestimabile diario: “E ora, con un certo piacere, mi accorgo che sono le sette e che devo preparare la cena. Merluzzo e salsicce. Credo sia vero che, scrivendone, ci si rende in qualche modo padroni del merluzzo e delle salsicce”.

(Fine)

2 PENSIERI SU “ANCORA SULLA SIGNORA WOOLF”
Virginia « alveare

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pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 15 novembre 2012