Il grido

Luciano Funetta
intervistato da Silvana Farina




Il secondo romanzo di Luciano Funetta Il grido (Chiarelettere) entra abbacinante in un territorio allucinato. La protagonista Lena Morse è un’orfana impiegata nella ditta di pulizie ingaggiata dal viscido Lugo, a lui affidata dalla casa delle Dame, il collegio spettrale in cui è cresciuta. Ogni giorno Lena attraversa la metropoli straniante popolata dai Dormienti, i Moribondi e i criminali del bar dell’ex prostituta Love Love. I mezzi di trasporto hanno smesso di funzionare e i defunti vengono seppelliti in un portale internet. Attraverso una catabasi infernale il lettore segue Lena nelle sue allucinazioni che si fanno sempre più vivide: voci e sinfonie affollano le visioni fino a concretizzarsi in figure terrificanti che invadono i suoi spazi. L’unico luogo che le consente un’evasione psicofisica è l’Orto botanico dove incontra Simone, Morten e altri personaggi che hanno la possibilità di obliare il tumefatto attraverso l’uso di allucinogeni. Costantemente alla ricerca delle sue radici, Lena consulta una maga in un Luna Park che le parla in modo misterioso del suo passato e del futuro: «Sei nata di notte, nel mezzo di una caccia selvaggia».
Funetta riesce a costruire architetture quasi perfette attraverso un linguaggio magmatico e sonoro, evocativo e sperimentale: di seguito ne parliamo con l’autore. S.F.

***

La piccola Lena Morse con il suo immaginario distorto riesce a catturare il lettore risucchiandolo nell’imbuto oscuro della sua mente. Come nasce questo personaggio visionario?

Lena nasce da moltissime cose, ma soprattutto dalla ferma volontà di riunire tutti i lembi sfilacciati dello scenario che avevo in mente sotto lo sguardo di una figura che fosse in grado, pur conducendo una vita comune e infame, di scardinare il meccanismo di realtà, e di farlo dentro se stessa e per se stessa, senza un ruolo eclatante o un destino fatale. Il momento in cui l’indovina al luna park le legge il futuro è, a mio parere, uno dei centri umoristici del testo. Probabilmente si tratta di un umorismo sepolto vivo, e quindi molto più vicino alla fine dell’ossigeno che alla liberazione di una risata, visto che le profezie che Lena si trova ad ascoltare non sono altro che farneticazioni e giochi sull’alba, sulla morte e sul ritorno.
In termini davvero seminali, Lena è nata una sera, mentre ero in tram e osservavo questa giovane donna che guardava fuori dal finestrino, guardava i palazzi, le macchine parcheggiate, i negozi chiusi eccetera. Mi sono chiesto cosa ci fosse di così interessante in quel paesaggio che con buone probabilità vedeva tutti i giorni; quale strato la sua mente stesse sovrapponendo alla città che scorreva, quale complessità. Sono entrato dentro la sua mente, va da sé in senso figurato, e ho visto cose che non appartenevano ad altri che a lei. Ho visto i viaggi nel tempo e la metamorfosi dello spazio.

Il grido che tu definisci il grido degli anni senza un’origine se non nella violenza, nei suicidi, nel degrado fisico che pian piano prende forma, può essere considerato come l’ammasso dei ricordi dolorosi di Lena, una sorta di memoria soppressa che prepotente riemerge per travolgerla?

Assolutamente sì. Da fantasticheria infantile, con la quale Lena inizia a “giocare” nei pomeriggi di noia, il grido si trasforma in minaccia reale, proprio come dici tu, per accumulazione. Il momento in cui questa entità subisce una metamorfosi si può identificare nel passaggio tra l’infanzia e l’età adulta, un passaggio che Lena compie in maniera se vogliamo disfunzionale, impedendo alla sua fantasia infantile di ritirarsi, come sarebbe naturale, nel limbo delle esperienze sempre più sfocate che con il passare del tempo vengono dimenticate, salvo poi riemergere in forma di flash o di sensazioni sgradevoli, quasi ci si ritrovi a ricordarle come se fossero parte della memoria di qualcun altro. A un certo punto sembra che quella creatura che resta intrappolata per anni nella casa altro non sia che una specie di dopplegänger della memoria di Lena, una fotocopia in negativo della sua anima. Quando Lena si ritrova a scrivere di notte il sogno che ha appena fatto ha l’intuizione di ammettere che la creatura che sta nascosta nella casa possa essere una sua simile, una sorella. Tutto il libro, in realtà, è configurato come una memoria lacunosa, un dispositivo non attendibile, in cui le coordinate temporali si sovrappongono e si compenetrano, e tutto esiste solo in qualità di fantasma.

Al Festivaletteratura di Mantova qualche anno fa sono rimasta stregata da Volodine mentre parlava dei suoi labirinti e prigioni mentali a proposito del processo di scrittura di Terminus Radioso (66thand2nd). Nell’incastro di mondi costruiti dentro altri mondi come scatole cinesi, l’Orto botanico rappresenta una specie di perdizione e oblio. Come è nato nella tua immaginazione questo luogo?

Credo sia chiaro a tutti quanto Volodine sia uno scrittore cruciale e in che modo la sua architettura carceraria abbia confini ben più vasti di quelli che la sua scrittura riesce a tracciare. Io non ho nulla da dividere con lui. Al massimo posso raccogliere le sue briciole dal pavimento. L’Orto è stato un posto della mia adolescenza, o meglio all’epoca mi sembrava fosse un Orto sconfinato, mentre in realtà era un giardinetto pubblico, anche piuttosto triste, davanti all’ospedale del paese dove sono cresciuto. Di notte da quel posto si vedeva il grande edificio di cemento con le luci alle finestre che si spegnevano quasi tutte insieme, alla stessa ora. Lì dentro ho vissuto cose che non ricordo e che per questa ragione porterò con me fino alla fine. L’idea di usare la parola oblio deriva da questa certezza. Il resto è suggestione, adattamento, trasporto, rielaborazione. La mia adolescenza, come molte adolescenze, è stata accettabilmente torbida e felice, un delirio inaspettato, popolata di ragazzini e ragazzine normali che erano ragazzini e ragazzine sovrannaturali, indemoniati, affascinati dall’idea improvvisa che tutto si potesse distruggere. A loro va tutta la mia gratitudine. A loro è consacrato l’Orto.

Il grido è il tuo secondo romanzo che sembra proseguire sulle tracce del primo (penso a tanti riferimenti letterari e cinematografici) per svilupparsi attraverso una trama più matura e ben architettata. Come si sono evoluti i tuoi interessi letterari in questi anni?

Ho il sospetto che i miei interessi letterari, se vogliamo chiamarli così, siano rimasti gli stessi. Parlare di evoluzione forse è esatto: i miei interessi letterari sopravvivono, o tentano di sopravvivere a numerose altre priorità e a un numero incalcolabile di idiosincrasie che in questi due anni ho sviluppato e che mi hanno portato a limitare tutto all’essenziale. Non sono sicuro del fatto che Il grido, per struttura e trama, sia più maturo di Dalle rovine, ma è probabile che questo dubbio derivi dalla scarsa attitudine che ho per quello che potremmo chiamare “il mestiere”. Il mio percorso da lettore procede, più accidentato e frammentario che mai, e so che – se la costanza e le circostanze me lo permetteranno – anche il mio percorso da scrittore andrà avanti con i medesimi connotati. Quello che so, per via di una specie di presentimento, è che il mio percorso da lettore sarà più lungo e soddisfacente del mio percorso da scrittore, e questo per una semplice ragione: il lettore, un lettore davvero compromesso, guardandosi indietro troverà sempre motivi abbastanza validi per proseguire; uno scrittore invece non deve guardarsi alle spalle mai. Può provare affetto per il proprio passato, o disgusto, ma non può trarre slancio dalla strada che ha già percorso. Ecco, quando tu dici che Il grido procede sulle tracce di Dalle rovine, a me sembra di aver commesso l’errore di tornare a seguire una strada già battuta, e, cosa ancor più ridicola, battuta da me stesso. Da un certo punto di vista questo è vero, da altri no. Si tratta di due libri scritti per ragioni estetiche e urgenze diverse, ma che naturalmente procedono a partire dallo stesso sguardo d’origine. Il ricorso a suggestioni letterarie e cinematografiche, talvolta aperte e altre volte criptate, se non inconsapevoli, è dovuto al fatto che quelli sono i miei universi di riferimento estetico, insieme a certa pittura, alla quale devo la composizione di certe pagine che dietro un’apparenza di staticità celano un frenetico movimento interno.

Chiarelettere ha inaugurato con il tuo romanzo nella collana “Narrazioni” una nuova serie “Altrove”; Edizioni E/0 pubblica la trilogia fantasy Fidanzati dell’inverno con duecentomila copie vendute in Francia; Einaudi svecchia il suo catalogo pubblicando VanderMeer (Trilogia dell’area X). Ci sono, inoltre, chiari segnali di cambiamento nella narrativa italiana esordiente contemporanea: Veronica Raimo pubblica Miden con Mondadori, Fabio Deotto Un attimo prima con Einaudi. Come ti spieghi questo interesse per la distopia e la serialità, si tratta solo di mode passeggere o davvero il realismo ha esaurito i suoi stimoli?

Ad aver esaurito i suoi stimoli forse è il modello unico di un certo tipo di forma. Per il resto, tutto è passeggero, tutto ha il suo tempo e tutto fa il suo tempo, tranne il realismo, se vogliamo chiamarlo così. Personalmente mi considero uno scrittore realista – nel senso che l’attrito tra reale e realtà è l’unica cosa che mi interessa – e uno scrittore antirealista – nel senso che non riconosco l’autorità di alcun re. La mia complicazione sta nel fatto che credo ai fantasmi, sono appassionato di poesia espressionista e della pittura della Neue Sachlicheit. Sul discorso generale non posso dirti altro che questo: stiamo riscoprendo un immaginario, un immaginario composto da numerosi linguaggi che hanno dato vita a forme rigogliose.

Il tuo romanzo, sebbene accolga gli elementi del distopico in cui l’altrove non è evasivo, ma politico (penso al collasso del sistema dei trasporti, agli Open 25, ai Dormienti e ai Moribondi) ne prende le distanze tanto che il curatore Michele Vaccari ha affermato: «“Altrove”, in qualche modo, non è una collana di fantascienza, ma un esperimento di anarchia editoriale».

Michele Vaccari ha ragione. A dimostrarlo c’è il secondo libro della collana, La festa nera di Violetta Bellocchio, che è un romanzo pazzesco, di svariati megatoni superiore al mio. Inoltre, stando alle voci che mi giungono, le uscite successive arriveranno e spariglieranno ancora le carte. Forse l’intenzione iniziale di dare vita a una collana di distopie, o meglio di speculazioni, c’era, ma si è scontrata con qualcosa che ha fatto sì che la distopia, come nella migliore tradizione, venisse minata: l’imprevisto. Lo spirito anarchico si è manifestato nell’intelligenza di assecondare l’imprevedibile. In quanto al Grido, mi vengono in mente due versi di Franz Krauspenhaar: «Mamma io sono già morto / e vorrei approfondire il futuro». Sono versi magnifici che spero spieghino quello che con un numero di parole superiore non riesco a dire. Una cosa però è sacrosanta, e anche se l’hai già espressa in termini esatti, vorrei ripeterla, andando a capo perché si possa vedere:
sì, l’altrove è politico, e deve esserlo oggi.

[L’immagine è presa da qui.]








pubblicato da s.baratto nella rubrica a voce il 29 giugno 2018