Una notte da editor

Alberto Sagna



Silvia entrò lentamente nella stanza, con il taccuino dentro la borsa e la bozza delle prime settanta pagine del romanzo tra le mani, dove ai margini, sul bordo di ogni foglio, aveva appuntato a penna la soppressione delle consonanti intervocaliche doppie, l’inversione del soggetto, del verbo, lo scambio di virgole, le incongruenze.
Tutte ornate con piccoli segni grafici.

Sei anni prima era stata assunta come correttrice di bozze dopo aver mandato il suo curriculum all’Einaudi.

Si toccò la fronte con il polpastrello e poi i capelli, mentre Antonio Marinetti la osservava, seduto sulla sedia di legno, dall’altro angolo della stanza.
Dentro l’ascensore, prima di arrivare al secondo piano, guardando lo specchio verticale, la gola si era improvvisamente seccata.
Aveva dedicato solo una ventina di giorni alla revisione del romanzo.
La palpebra dell’occhio sinistro iniziò a tremare.
Un piccolo battito, seguito da altri, come nel tram che aveva preso per arrivare in redazione.
La luce al neon iniziò a brillare, pungolando l’iride.

Il romanzo ancora non poteva passare.
I piani narrativi erano confusi, lo stile troppo colloquiale in alcuni punti, i dialoghi sovrabbondanti.
Anche se la storia era un vero pugno allo stomaco.

“Ho ricevuto una telefonata, ieri. Sembra che siamo ancora indietro con la revisione”, Marinetti frenò così il sorriso di Silvia, con voce insolitamente bassa sino all’ultima sillaba.
Senza neanche rispondere al cenno di saluto.

Silvia, quella mattina, mentre si vestiva, aveva ripetuto più volte la scaletta del romanzo, ad alta voce, strappando poi un collant con l’unghia per la fretta.
Rimase, però, in silenzio, cercando di non fare rumore mentre chiudeva dietro di sé la porta. Era la prima volta che riceveva una convocazione per telefono, all’improvviso, dopo le undici di sera.
E dal direttore della collana editoriale, in persona.

“Cesare Bartoli non ha riconsegnato le bozze con le correzioni”, rispose Silvia dopo qualche minuto, con il palmo della mano sinistra poggiato sul manoscritto, e la testa inclinata verso il basso.
Aveva spedito all’autore la cartella con le ultime modifiche, per ben due volte. Al solito indirizzo, lasciando anche un recapito telefonico.
Era al primo incarico ufficiale come editor per la nuova collana di narrativa, “I notturni.”
Nessuna telefonata, neanche in segreteria.

“Lo sappiamo già.”
Marinetti era gelido, con la mano sinistra teneva la sigaretta spenta.

La catastrofe.
Sarebbe stata licenziata, se lo sentiva a pelle.

“Io, comunque, ho portato con me tutte le cartelle.”
Silvia, ancora in piedi, girò velocemente la prima pagina, sfiorandola con un dito.
Poi si sedette, e incrociò le gambe sotto il tavolo di legno chiaro, sino a sovrapporre la punta delle scarpe.

“Lei non deve cedere. Noi non cediamo a nessuno.”
Il tremolio alla palpebra cessò.
Antonio Marinetti aveva alzato il dito, mentre le parlava, puntandolo obliquamente verso il quadro di Matisse.

“Non la vuole perché lei è donna”, aggiunse.
Silvia rimase impietrita.
Si ricordò di essersi guardata allo specchio nell’ascensore, quando aveva visto una piccola chiazza nera sotto l’occhio sinistro, indurito dalla curva della ruga.

“Non la vuole perché si sente forte. Bartoli è autore da duecentocinquantamila copie l’anno. Non la vuole perché rifiuta la figura femminile come editor. E, noi, invece, abbiamo scelto lei. Nel 1989 lei è la prima editor donna a seguire per la nostra casa editrice un suo romanzo.”
Silvia lasciò cadere sul tavolo la penna che teneva per mano.

“Cosa posso fare, io, allora?”
Deglutì.

“Continuare a lavorarci sopra. E cambi il titolo del romanzo. E poi glielo comunichi direttamente. Ho rivisto il suggerimento che aveva segnalato. Ha ragione. Quello scelto dall’autore non è in linea con il nostro catalogo, per quest’anno.”

“Grazie”, non aggiunse altro, mentre riassettava i fogli. Sperava ancora di poter discutere con Marinetti delle variazioni indicate a margine.
Ma la testa pulsava.
Uscì dalla stanza, e tornò al piano di sotto.

Sulla sua scrivania, al lato sinistro, trovò un appunto.
Era il numero di telefono di Cesare Bartoli, accanto a due righe scritte di pugno da Antonio Marinetti, con quella sua grafia precisa, le lettere strette e inclinate.

“Chiami l’autore. E comunichi il cambio del titolo.”
Aveva già previsto tutto.

Silvia lasciò passare un giorno.
E poi l’altro, lavorando accanto a quel foglietto lasciato lì, vicino alla pila di libri.
Tornò ogni pomeriggio, e tutte le volte alle tre in punto, con lo stesso percorso del tram, il numero 1, dalla medesima banchina rialzata con l’angolo esterno rovinato dalle grosse radici di un albero.
Portando sottobraccio il romanzo.

Il giovedì iniziò a usare sempre le stesse scarpe. Erano blu, prese al mercato per poche decine di migliaia di lire, con la punta rotonda e quasi senza tacco.
Le più comode per portare lo zaino con le bozze e i libri.

Il lunedì decise di indossare la gonna plissé, rosso scuro, la più armoniosa che aveva.
La settimana successiva scoprì che il martedì a Torino pioveva spesso, e iniziò il rito dell’ombrello, dal più piccolo al più grande, a tinta unita, a pois, ma sempre con una venatura di bianco. Purché non nel manico.
Quello doveva essere di legno e duro.

Il mese successivo venne convocata anche lei alle riunioni del direttivo.
Si chiamavano “le riunioni del mercoledì”, e ne aveva sentito parlare di soppiatto sin da quando era entrata in Einaudi.
Di ogni romanzo, la sorte veniva decisa il mercoledì.
Di ogni metodologia redazionale, per ogni minima regola di sintassi, era il mercoledì che lei iniziò a sentirne parlare seduta in fondo a un tavolo lungo e ovale, sempre rimanendo in silenzio.
Alle ore quattordici in punto.
E lei si presentò con un pantalone blu scuro sotto la camicetta beige, rigorosamente chiusa fino al penultimo bottone di madreperla.
Da quel mercoledì iniziò a portare gli occhiali da vista, con le lenti tonde e la stanghetta di metallo chiaro, insieme a due penne bic e un quaderno a righe larghe.
Una delle due penne, quella nera con il cappuccio nuovo, la lasciò riposta dentro la borsetta, anche se ogni tanto apriva la cerniera, infilava dentro la mano, o solo un dito, per controllare che l’avesse portata.

Un sabato, verso le nove di sera, anziché uscire dal portone della redazione, salì l’ultima rampa di scale, silenziosamente, con una piccola torcia, portando con sé le bozze nella terrazza del condominio, e si sedette per terra, con le spalle appoggiate al parapetto della terrazza e i talloni puntati sul pavimento, arcuando le gambe, tra le quali adagiò il libro.
Sbirciò la fotografia di Bartoli, nel piccolo riquadro sulla terza di copertina dell’ultimo romanzo. Si ritrovò, dopo pochi istanti, a tamburellare freneticamente con le dita della mano sinistra sulla copertina, mentre la saliva scivolava via, a fiotti, senza poter fare nulla, se non guardare. Fino a quando sentì un rumore, un suono.
Lo strano verso di una papera, lì al quinto piano del palazzo.
Si alzò aggrappandosi al cornicione, tentando di vedere, girando lo sguardo prima a sinistra e poi dall’altro lato verso un piccolo balcone dal quale vide un becco giallo, le piume bianche e due occhi rivolti verso l’alto che la fissavano, quelli di una bambina bionda che teneva in mano una cordicella rossa con la quale teneva legata una papera.
Silvia, allora, salì sul cornicione facendo leva sugli avambracci, portando con sé il libro, e lo riaprì, quasi sospesa nell’aria, in quel quinto piano.

Il primo mercoledì di un settembre piovigginoso avrebbe voluto intervenire quando Antonio Marinetti insieme a Elio Cicognani iniziarono a parlare di Kant, Dostoevskij e Carlo Levi e poi di una nuova silloge poetica, delle rime,

dell’accento tonico, e della copertina rigida del nuovo libro di Aldo Busetti, con la grafica nera su un bianco iconico.
Silvia si era laureata in filosofia alla Sorbona con una tesi sperimentale sull’Ouvroir de littérature potentielle, che toccava l’allegoria simbolica, la semiologia di Roland Barthes e la psicanalisi. Aveva passato intere giornate a scriverla sul tavolo di un bar del quartiere latino, vicino alla riva sinistra della Senna, discutendone anche con i professori che si fermavano lì, per un caffè.
E adesso fremeva.
Era il 20 dicembre del 1989 quando alla fine della riunione di quell’anno tutti si voltarono verso di lei.
Si era mossa dalla sedia rovistando tra i suoi fogli sul tavolo, allungando il collo e rimanendo con la bocca aperta a metà.
Nella sala c’era una foto in bianco e nero che ritraeva Sandro Pertini e Natalia Ginzburg mentre si stringevano la mano. Notò che la scrittrice aveva un cappotto sopra la camicia. Anche lei, quel mercoledì, portava i capelli corti, appena sotto la punta delle orecchie, con una riga di lato e leggermente ondulati.
Prima di attraversare il lungo corridoio del secondo piano del palazzo di via Biancamano, aveva sentito alla radio, che c’era stata l’invasione a Panama delle truppe americane per rovesciare il governo di Manuel Noriega.
Lo speaker aveva aggiunto che erano sbarcati a terra ben ventisettemila soldati americani, rivelando solo alla fine il nome di quella missione militare.
“Giusta causa.”

Proprio in quello stesso giorno arrivò la domanda, diretta solo a lei.

“Ho visto le bozze del libro con tutte le correzioni. È un buon lavoro. Ha chiamato, poi, l’autore per il cambio del titolo? Siamo a fine anno, dovremmo andare in stampa.”

Silvia sentì il ticchettio dell’orologio a muro.
E poi il clacson di una macchina che veniva dalla strada.

“No. Non l’ho fatto.”
Il suono uscì lentamente dalla gola, che nel frattempo pulsava all’unisono con le lancette dell’orologio.
E ripeté: “non ho potuto farlo. Ogni settimana gli ho inviato le revisioni, con i suggerimenti, le postille a margine. Ma lui, niente. Non ha voluto rispondere.
Ho suddiviso il lavoro in mesi, e ogni mese erano tre capitoli.”

Antonio Marinetti rimase in silenzio. Guardò Cesare Cicognani che sfogliava un libro, Sergio Bonini che stava appuntando qualcosa con la sua solita penna stilografica, Elio Turri che puliva la lente dell’occhiale con un fazzoletto bianco.
Silvia sentì scricchiolare le sedie degli altri due che le stavano accanto, piccoli movimenti, un colpo di tosse, il respiro, che diventò sempre più pesante.

“Lei sa che il romanzo non può essere pubblicato senza l’approvazione dell’autore. Ha fatto sicuramente un buon lavoro. Ma non possiamo prescindere da Bartoli.”

“Lo sapevo sin dall’inizio”, rispose. E poi si alzò, aggiustandosi la camicetta beige, quella del mercoledì, che faceva una piega obliqua.
Lasciò lì, sul tavolo ovale, la bozza completa del romanzo, riesaminata al millesimo.
Tirò fuori un foglietto di carta.
Era quello con l’appunto del numero di telefono, che ripose accanto alla cartellina trasparente.

“Grazie di tutto.”
E se andò, senza aver mai telefonato allo scrittore.

Silvia quel pomeriggio tornò a casa sempre con lo stesso tram, aggiustandosi con le dita un ricciolo nero e ribelle che intravide riflesso sul finestrino aperto a metà, mentre una colonna di piccoli alberi con la cima verde sfilava velocemente sulla via.
E continuò a non parlare con suo padre, Cesare Bartoli.
Così, sin da quando era scappata di casa, a vent’anni, nel mezzo di una normale cena, quando aveva scoperto di essere stata adottata, e che lui era il genitore naturale.

Salì al quarto piano del palazzo grigio con il tetto spiovente.
Aprì la porta di casa, entrò nella camera da letto sfilandosi velocemente le scarpe con due dita, mentre era ancora in piedi, con la caviglia flessa.
Si infilò sotto la doccia, dopo aver poggiato l’asciugamano sul bordo del lavandino e l’accappatoio beige sul gancio scuro, appeso alla parete.
E urlò, tenendosi il viso tra le mani, mentre l’acqua calda scorreva furiosamente.
Per una giusta causa.








pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 26 giugno 2018