Siamo arrivati, siamo appena partiti

Antonio Moresco



Si è concluso da pochi giorni l’ottavo cammino della nostra piccola Repubblica nomade. Ci siamo radunati nella Grecìa salentina, dove abbiamo camminato per due tappe. Poi abbiamo attraversato il mare e abbiamo camminato da Delfi ad Atene, attraverso strade e sentieri, piccoli paesi dell’interno e città dai nomi celebri, come Tebe ed Eleusi. E poi siamo rimasti per alcuni giorni ad Atene, dove abbiamo camminato attraverso la città e nelle sue più drammatiche periferie.

Il cammino di quest’anno è stato caratterizzato da un gran numero di camminatori (in alcune tappe eravamo quasi in 50), da un caldo tremendo, da un tranquillo estremismo e da una strana e persistente armonia, e si è concluso con la celebrazione di un matrimonio nomade tra Ilaria e Claudio, tutti a piedi nudi in una sala piena di sacchi a pelo e imbandierata, sotto gli occhi di un testimone d’eccezione: il nostro Kaspar Hauser, che ci guardava dalla sua bandiera sudicia che ha sventolato davanti a noi durante molti dei nostri più estremi cammini.

E poi c’è stata una cena dove la tensione si è sciolta ed è avvenuto uno scatenamento di allegria e di ebbrezza, che accompagna spesso i nostri cammini, perché noi non siamo una repubblica tetra.

Abbiamo camminato attraverso montagne e campagne percorse da camion pieni di migranti che andavano a raccogliere cipolle e patate, piccole città che portano ancora i segni delle recenti alluvioni. Siamo entrati ad Atene percorrendo chilometri e chilometri in scenari desolati di baraccopoli e discariche a cielo aperto, in un grande fetore e con stormi di gabbiani che ruotavano nel cielo, perché noi non siamo un gruppo di escursionisti che fanno trekking e non abbiamo paura di attraversare da parte a parte anche queste ferite.

Nella capitale siamo stati ospiti per quattro giorni di una chiesa cattolica armena, dove abbiamo dormito per terra e cenato insieme a profughi siriani ospitati nella stessa struttura.

Durante il cammino, attraversando località dai nomi mitici ma attualmente ridotte a paesi e città a volte degradati e dove (eccetto piccole zone archeologiche delimitate) non resta più nulla delle strutture urbanistiche e architettoniche dei vari passaggi d’epoca, a causa delle antiche distruzioni ottomane e delle recenti ondate di speculazione edilizia, abbiamo sperimentato il dolore dei nomi, il misterioso passaggio della gloria e la strage delle illusioni.

Abbiamo incontrato associazioni che cercano di portare sollievo alla sofferenza, nella situazione difficile che sta vivendo la Grecia, visitato case e alberghi occupati, per l’onda dei profughi partoriti dalle devastanti guerre e distruzioni mediorientali. Abbiamo toccato con mano il danno causato da logiche economiche e politiche restrittive, da sopraffazioni di breve respiro e suicide, ma anche da semplificazioni demagogiche autoconsolatorie e autoassolutorie che hanno preso piede in Grecia (e anche in Italia). Come se, uscendo dall’euro e ritornando alla lira o alla dracma, la situazione tornasse automaticamente uguale a quella degli anni Ottanta, come se nel frattempo tutto il resto del mondo fosse rimasto fermo immobile, ad aspettarci. Stampiamo dracme a tutto spiano e poi ci penserà quel bravo ragazzo di Putin ad aiutarci e a pagare il nostro debito in nome della solidarietà ortodossa…

E abbiamo anche toccato con mano quello che andiamo dicendo da tempo e che è il filo rosso dei nostri cammini: e cioè che se questo originale progetto geopolitico dell’Europa fallirà si creeranno le condizioni per nuove divisioni e guerre dispiegate anche nel nostro continente, che sembra non avere ancora imparato la dura lezione della sua storia e che si sta consegnando di nuovo a mestatori senza scrupoli che additano soluzioni miracolistiche e aumentano la frustrazione, l’insicurezza l’odio e il rancore nella popolazione per poterla tenere in pugno.

Al termine del cammino tre nostri camminatori hanno continuato a camminare fino al monte Olimpo. E poi ancora due di loro – le nostre Laura e Luisa – hanno continuato eroicamente il cammino dirette a Srebrenica, dove parteciperanno alla marcia annuale in commemorazione della strage avvenuta in quella città.

Durante alcune riunioni che ci sono state alla fine delle tappe è emersa la consapevolezza che la nostra piccola repubblica si trova in un momento di passaggio, che proprio perché siamo ormai così numerosi e capaci di portare a termine qualsiasi impresa non dobbiamo accontentarci di questo moto perpetuo ormai sperimentato ma dobbiamo spingerci verso un’invenzione nuova e un ulteriore sbilanciamento in avanti, e che questo sarà il tema di riflessione delle riunioni della Repubblica nomade che si terranno dopo l’estate, che saranno di tipo costituente.








pubblicato da a.moresco nella rubrica il Mito dell’Europa il 23 giugno 2018