Leghisti sul Baltico

Roberto Gerace






Ho scritto questo racconto durante la campagna elettorale delle politiche del 4 marzo. Non immaginavo che la realtà avrebbe superato la mia fantasia amara così presto. Lo pubblico oggi in memoria di Soumaila Sacko.







L’Italia fu la prima a votare per staccarsi. Quando il trasloco avvenne, molti oppositori erano già andati via per amore o per forza. Dal canto loro i separatisti avevano organizzato tutto per bene: cacciati gli animalisti, che avevano lanciato una campagna di sensibilizzazione sui diritti della fauna mediterranea; soppressi o ridotti al silenzio agricoltori, vegani, fungaioli, erbaioli e botanici d’ogni specie e risma, che a loro volta chiedevano a gran voce il rispetto per le originalità ambientali necessarie alla salvaguardia della flora; nullificata la generale protesta dei viticoltori, dei detentori di oleifici, dei coltivatori di barbabietola da zucchero e dei formaggiai, si erano infine dati al business dei bunker antisismici a prezzo popolare.

La cosa fu di qualche utilità, perché in effetti le conseguenze dello spostamento furono alquanto gravi, morti e feriti a parte, specie per le innumerevoli architetture: naturalmente crollarono tutte le mansarde abusive; gli edifici mal fatti si incrinarono; molti vetri si ruppero seminandosi qua e là per le strade; alcuni monumenti, come del resto avevano previsto architetti, paesaggisti, restauratori, archeologi e laureati in beni culturali, che il governo aveva spedito in preventivo esilio nelle principali università americane, persero pezzi importanti o andarono in rovina definitivamente. Venezia affondò. Milano lavorò. I calciatori scioperarono. Napoli insorse.

Il moto fu l’esito di un atto conforme e unisono di volontà popolare. Pioniere dell’impresa fu Marco Saladino, uomo di franca favella e sode convinzioni, bruno e tarchiato praticatore di ju jitsu, accanito lettore di Julius Evola e Tex Willer, oltreché teorico dell’LFA, ossia della Lega Futurista Antimediterranea. In un suo video su YouTube il Saladino annunciava che, per risolvere il patente e angoscioso problema dell’immigrazione clandestina dai paesi africani, una soluzione definitiva era disponibile: se solo gli italiani tutti, compattamente e ardentemente, desiderassero di spostare altrove l’Italia, sottraendola così al giogo secolare di una situazione geografica sfavorevole, la cosa riuscirebbe. [1] A chi poi chiedesse con quale metodo intendesse il buon uomo riuscire a dislocare un Paese intero e sgomberare un mare di tanto peso, costui rispondeva: con una concentrazione bastevole e un concorde atto desiderante, come insegnato dalla moderna psicologia, e benedicenti gli iddii quantistici, la faccenda sarebbe andata da sé, come l’acqua ai fiumi. Sulle prime, quando non ignorata, la proposta fu accolta tra frizzi e lazzi, sicché il promotore si prese del Marcos Aladino, con scempiatura nella scrizione precisa del nome, perché faceva volare le terre come quell’altro arabo usava fare coi tappeti.

E tuttavia con l’andar del tempo la disperazione montante per l’accrescersi inesorabile di tutti quei negri forestieri correnti per le strade come tanti, luttuosi coleotteri giunse al colmo; e, non trovandosi altri salvatori fuorché i già falliti, contravvenendo alle attese i futuristi finirono col vincere le elezioni al motto che fu già galileiano: «Eppur si muove». Così il suddetto referendum venne istituito e, tra le tante disponibili, al termine di una lunga, estenuante campagna promozionale, cui rifiutarono di prender parte tutte le ambasciate, gli italiani scelsero l’ipotesi di un trasferimento nel mar Baltico.

Messasi eretta con gran tremore della Terra, gli anni di sonno, accumulati a miliardi, non poterono che cagionarle un inesorabile e improvviso stimolo a sgranchirsi: ma finalmente l’Italia si mosse, adottando il solenne incedere quadrupede della lupa di Romolo e Remo. Scavalcando dunque la Francia, che ebbe poi a lamentarsi per il momentaneo scurirsi dei cieli, nonché per certi sparsi temporali e maremoti derivanti dagli ubiqui schizzi, non senza un brivido mise le zampe nel mare del Nord. Come un’immane divinità equorea pronta all’ultimo naufragio, sorta di spropositato e ubriaco Godzilla d’Europa, l’Italia si lasciò andare voluttuosamente, spiaggiata, sulle frastagliatissime coste scandinave. Ora occupava le acque che furono un tempo di Erik il Rosso. Oscurava l’andata agli oceani a quasi tutti i pescherecci norvegesi.

Contrariamente alle aspettative, la Norvegia non la prese bene. I fiordi erano adesso divenuti fiumi e laghi. Un vicino molto rumoroso aveva sostituito la serenità millenaria del mare, che a mille poeti aveva ispirato nei secoli carmi incantevoli e garbati suicidi. Ai più antimoderni e paranoici tra gli amanti delle gite nella natura già pareva di avvertire, confusi al rombo delle cascate, non so che echi improvvisi, lontani e lirici di sonate al mandolino. Un vasto moto d’opinione corse presto in lungo e in largo, riducendo dalla propria non solo le grandi masse esacerbate dall’aspra querela dei pescatori infiammati dal duolo, ma anche gli intellettuali: i quali, cerziorati dai fatti autentici quali furono documentati da un’apposita commissione istituita all’uopo, non poterono che sciogliere ogni cauto riserbo derivante dalla loro posizione, avvezza da sempre a un generico agnosticismo e a una liberale, cortese apertura, e finanche a una simpatia scoperta per i colorati popoli del Sud del mondo, e gridare in coro con gli altri tanti che, senz’altro, bisognava fermarli o gli italiani avrebbero corrotto e rapito tutte le vergini norvegesi.

Essendo il pur valoroso popolo di Norvegia venti volte inferiore per numero a quello italico, e dunque in egual misura meno provvisto d’uomini l’esercito, tra la guerra e il trasloco si optò per quest’ultimo. Se era riuscito agli italiani, si andava mormorando, perché non dovrebbe venire a noi, che siam grandi e biondi? I norvegesi votarono un programma cosiddetto di Sbaltizzazione. Desiderarono insieme in un unico atto di volontà. Costruirono i bunker. Allora la Norvegia si issò sulle sue due splendide, snellissime zampe da cigno dei fiordi, zompando sdegnata sul capo a quei villici parvenus degli italiani, scandinavi imparaticci, e volò per un buon tratto leggiadramente, posandosi infine accanto all’algida e immane Groenlandia, senza peraltro arrecare alcun danno ai suoi propri edifici, né dare crolli o strepiti di vetri. E così la Danimarca, in quanto detentrice legittima di quelle terre contermini per la prima volta, si vide costretta dal buon senso a dichiararle guerra, per soffocare sul nascere le mire irredentiste che certamente presiedevano alla scelta di andarsi a parcheggiare, tra tutte le più pescose acque dell’orbe, proprio dirimpetto all’isolone che è oggi di Sua Maestà, ma che fino al 1854 rispondeva appunto al cornutissimo trono norvegese.

Frattanto, fatta l’Italia scandinava, bisognava fare scandinavi anche gli italiani. Così, un po’ in cerca di una guida fidata a questo scopo, un po’ in odio all’amara solitudine, l’Italia colmava il vuoto che le si era fatto intorno, avvicinando pian piano la Svezia... La quale riuscì però a dissuaderla subito, con un gesto discreto e socialdemocratico: ossia col semplice rimpiattarsi ancora un poco addosso alla Finlandia. Fu anche questa a suo modo una lezione. Come se non bastasse, in tutto questo nessuno si era accorto che la Sardegna era rimasta ferma al centro del Mediterraneo, che il Sud Tirolo, piuttosto che seguire gli italiani, aveva scelto di affacciarsi al mare, che il Molise... Il Molise... Un momento! Dov’era finito il Molise?

Dal canto suo la Sicilia era smossa da rinnovati ardori neoborbonici, da un lato; altri la volevano invece americana. Era già passata tra le mani dei Normanni e, gira e rigira, non glien’era venuto poi niente di buono: tutti erano concordi nel dire necessaria una risoluzione alternativa alla via vichinga. Fu in una notte fredda e illune che l’isola si allontanò, silenziosa, slabbrando lo Stretto di Messina fino a farvi entrare un oceano intero. Vista dall’alto dei cieli, o da una nuvola tardigrada, pareva una grossa mutanda errante in una fogna scura. Ferma al molo di New York, chiese ed ottenne di intestarsi la stella 51 del vessillo degli Stati Uniti, offrendo in cambio un’antichità autentica e un barbaricissimo, favoloso Medioevo.

La Gran Bretagna, capita la musica, si discostò un tantino dall’Europa, fissandosi pochi gradi a meridione dell’Islanda, né troppo lontano né troppo vicino, perché a nessuno venisse in mente di progettare altre gallerie ferroviarie sottomarine. La penisola iberica preferì farsi tutt’uno con la Francia: restringendo il golfo di Biscaglia per forcludere l’Africa. La Francia invase l’Algeria. L’Algeria invase la Francia. La Turchia inseguì la Grecia. La Grecia scappò a lungo per seminare la Turchia finché, ormai esausta, andò a occupare il golfo dei Caraibi: forse sperando di convincere i vecchi cugini siculi a intercedere, con suasorie melliflue e gorgiane, presso gli aulici seggi del Congress. I turchi, intanto, scornati, prendevano posto ai piedi dei Balcani, parendo loro una buona posizione per difendersi dall’Impero austroungarico, qualora malauguratamente fosse per tornare. Israele fu eletto, i palestinesi coperti di bombe, l’Africa insanguinata. Favorito dal clima, il Catanzaro vinse il campionato.




[1] Il video era intitolato Andiamo via! Manifesto per una tettonica parlamentare.





pubblicato da r.gerace nella rubrica racconti il 11 giugno 2018