Le tenebre e gli intellettuali

(Due estratti da) Paul Valéry (introdotti da) Jonny Costantino



Leggendo Camminare (1971) di Thomas Bernhard m’è venuta voglia di rileggere Monsieur Teste, testo chiave per la formazione dell’austriaco, che ebbe a scrivere: «Monsieur Teste di Valéry è uno di quei libri che ho usurato a suon di leggerlo, e me lo devo sempre ricomprare, perché è sempre nuovamente rovinato, consumato, a brandelli», premettendo che, tra i francesi, Paul Valéry era l’unico a interessargli (Tre giorni, 1971).

La cellula originaria di Monsieur Teste è un breve testo scritto nel 1895 e pubblicato l’anno successivo, La serata con Monsieur Teste. Valéry ha 24 anni e il suo Teste «forse» 40, «forse» perché sono numerosi i motivi d’incertezza a proposito di questo singolare personaggio, questo ginnasta della conoscenza tutto muscolo, quest’aquila dell’intelletto, questa lince della plasticità, questo mistico senza dio, questo sovrano dell’oscurità, questo malato di precisione, questo abitudinario dell’autenticità, quest’uomo che sopra tutto ha preferito essere se stesso, questo signor qualunque che ha «ucciso la marionetta».

Nel 1926 appare la prima edizione di Monsieur Teste. Valéry ha 55 anni e continuerà a lavorare al libro fino alla morte. Nel 1946 viene pubblicata un’edizione postuma, accresciuta con una parte dei frammenti scritti nel corso degli anni, ma senza il writer’s cut. Lo scrittore era morto l’anno prima, il 20 luglio 1945, all’età di 73 anni.

[Valéry non vide per un soffio la fine della Seconda Guerra Mondiale (2 settembre 1945), ma almeno visse quasi un anno nella sua Parigi liberata (25 agosto 1944), liberata dal regime col quale si era rifiutato di collaborare, patendone le inevitabili conseguenze non solo di ordine professionale. Occitano di Sète, lo scrittore si trasferì a Parigi nel 1894 e un anno dopo era già maturo il primo frutto del suo impatto con la metropoli: La serata con Monsieur Teste. Qui, tra i boulevards e i passages della capitale del XIX secolo, per oltre mezzo secolo Valéry, come direbbe lui stesso, ha vissuto nel proprio fuoco.]

Ho letto Monsieur Teste a Bologna nel 1998, a 22 anni, mentre ero alle prese con l’esame di procedura penale. L’ho letto nella traduzione storica di Libero Solaroli e ricordo che segnai — cerchiando le singole parole con un’energia rasentante lo sfregio — la seguente frase: «La parola "diritto" occorre sia cancellata dappertutto e dalla mente affinché nessuno si addormenti» («afin que personne ne s’endorme» è la formula usata da Valéry, conscio di quali mostri possa generare un certo sonno, e l’addormentamento cui si riferisce è quello intellettuale e morale, com’è esplicito nella nuova traduzione di Clarissa Martini: «La parola “Diritto” dovrebbe essere cancellata da ogni luogo e da ogni mente, in modo che nessuno sia tratto in inganno»). Una frase che ho sottoscritto ieri e che, in ambedue le versioni, sottoscrivo adesso che sono passati 20 anni e ne ho quasi 42.

È tempo di rileggere Monsieur Teste, mi sono detto appena emerso da Camminare (scritto peraltro a 40 anni), cosa che già da qualche annetto mi ripromettevo di fare. Anch’io come Bernhard me lo sono dovuto ricomprare. Ma per una diversa ragione: la mia copia SE — seconda edizione del 1994, con traduzione di Libero Solaroli, Triangolo nero (1925) di Vasilij Kandinskij in copertina, postfazione di Giorgio Agamben (L’io, l’occhio, la voce) — non era consumata dall’uso, era scomparsa.

Ero consapevole di non possedere più, e da tempo, Monsieur Teste. Tra il 2000 e il 2001, quando vivevo in una casa a dir poco promiscua, il libro sparì dalla mia libreria insieme al secondo volume Adelphi dei Quaderni sempre di Valéry, quello incentrato su «Linguaggio» e «Filosofia». Un furto così mirato mi ha fatto in principio sperare che il doppio Valéry fosse perlomeno finito in mano di qualcuno intenzionato a prendersene cura. Mi sono dunque illuso di essere vittima di un crimine passionalmente orientato, sebbene nessun estimatore di Valéry, notorio o potenziale, rientrasse tra i sospettati quando avviai la mia indagine mentale. Esclusi da subito che il movente del colpo ai miei danni fosse la rivendita della refurtiva in una libreria dell’usato, visto che sulla stessa mensola c’era mercanzia decisamente più lucrativa. Oggi, a mente fredda e a malincuore, considerando le frequentazioni dell’appartamento, sono propenso ad additare il colpevole dello sgraffignamento in qualche studentessa alle prese con un esame di filosofia o estetica, magari monografico e, temo, svogliatamente preparato. A ogni modo, il caso venne archiviato.

Così, qualche giorno fa, ho riacquistato Monsieur Teste, sempre SE, la nuova edizione del 2017, con la traduzione di Clarissa Martini (cui faccio i miei complimenti per la bella rinfrescata), Agamben ancora in coda e in copertina, invece di Kandinskij, una foto dello scrittore sessantenne che si tiene fra le mani il facciotto malinconico e intelligente.

Ancora una volta, mi sono deliziato e contrariato, esaltato e raffreddato, ho fatto la conta dei punti di contatto e di distanza col Valéry prosatore. Vivo penetrante problematico, Monsieur Teste è tutt’altro che invecchiato. Questo autoritratto per interposto indagatore dell’artista da pensatore resta un gioiello di prosa poetica sospesa tra il diaristico e l’epistolare, l’aforistico e il narrativo, un concentrato mirabilmente leggiadro della visione dell’autore, un modello di affondo ancora influente e una pietra di paragone per innumerevoli scavi nel sottosuolo novecentesco e oltre.

La differenza rispetto alla prima lettura è che oggi — alla luce dei quasi vent’anni di scrittura intercorsi — posso dire di aver vissuto sulla mia pelle e sulle mie sinapsi qualcosa che ieri pensavo di sapere ma in realtà mi limitavo a intuire. Oggi posso dire di avere un’idea più precisa di ciò di cui parla Valéry quando parla dell’instabilità di quell’agglomerato di segreti che chiamiamo io, degli incroci che lastricano lo strato più profondo del pensiero, del coraggio di volere con chiarezza qualcosa di assurdo, della necessità di entrare dentro di sé armati fino ai denti, della vita come di un passaggio da zero a zero, dell’amore come del «poter essere animali insieme».

I due estratti di Monsieur Teste (edizione 2017) a seguire provengono dalla "Lettera di un amico" e sono un modo per continuare una conversazione con Carla Benedetti incentrata sul ruolo della cosiddetta critica e sulla cosiddetta «Repubblica dei demoni», per chiamarla alla maniera di Valéry. La conversazione s’è svolta tre giorni fa a Pisa, nell’assolato terrazzo di casa Benedetti, davanti a una caprese, un trancio di speck e un pezzo di gorgonzola, dopo l’anteprima di una mostra luminosamente oscura di Lorenzo Mattotti a Palazzo Blu, Immagini tra arte, letteratura e musica, un’anteprima per giornalisti dove, con la complicità dell’artista, Carla e io ci siamo imbucati.

Le tenebre

Nulla mi attira se non la chiarezza. Ma ahimè, amico mio! vi assicuro che ne trovo ben poca. Ve lo sussurro all’orecchio. Non spargete la voce. Custodite coscienziosamente il mio segreto. Sì, la chiarezza è per me tanto rara che non ne vedo sulla faccia della terra — in particolare tra chi pensa e tra chi scrive — se non nella proporzione del diamante rispetto alla massa del pianeta. Fortunati gli altri, intimamente convinti di capirsi alla perfezione! Scrivono e parlano senza timori. Potete immaginare quanto invidio tutti questi esseri umani lucidi, le cui opere evocano la dolce naturalezza del sole in un universo di cristallo… La mia cattiva coscienza mi suggerisce a volte di denigrarli per difendermi. Mi sussurra che solo chi non cerca niente non va mai incontro all’oscurità, e che si può proporre agli altri solo quello che già sanno. Ma esaminandomi a fondo, devo ammettere quello che tante persone ragguardevoli sostengono. Ho una mente, amico mio, davvero sciagurata, mai certa di aver compreso quello che ha inconsapevolmente compreso. Distinguo a fatica ciò che è chiaro senza il riflesso di ciò che è realmente oscuro… Questa debolezza è senza dubbio l’origine delle mie tenebre. Diffido di tutte le parole, poiché anche la più piccola meditazione rende assurdo fidarsene. Sono giunto, ahimè, a paragonare le parole, per mezzo delle quali attraversiamo tanto velocemente lo spazio di un pensiero, a tavole sottili gettate su un abisso, che reggono al passaggio ma non alla sosta. Chi si muove rapidamente, le prende in prestito e si salva; ma se ci si sofferma anche un solo istante, in quella frazione di secondo si spezzano e tutto precipita nel baratro. Chi si affretta ha capito, non bisogna essere pesanti: si scoprirebbe ben presto che i discorsi più chiari sono intessuti di termini oscuri.

Occhi di Paul Valéry

Gli intellettuali

Uomini di pensiero, Uomini di lettere, Uomini di scienza, Artisti. Cause, cause viventi, cause individuate, cause minime, cause dentro cause e, di per sé, inesplicabili — e cause i cui effetti erano tanto vani, quanto al contempo prodigiosamente importanti, come volevo io… L’universo di queste cause e di questi effetti esisteva e non esisteva. Questo sistema di strani atti, produzioni e prodigi aveva la realtà onnipotente e vacua di una partita a carte. Ispirazioni, meditazioni, opere, gloria, talenti; dipendeva da un certo sguardo che fossero quasi tutto, da un certo altro che si riducessero a quasi niente.
Poi, in un chiarore apocalittico, mi sembrò di scorgere il disordine e il fermento di tutta una società di demoni. Apparve, in uno spazio soprannaturale, una sorta di parodia di quanto succede nella Storia. Lotte, fazioni, trionfi, solenni esecrazioni, esecuzioni, sommosse e tragedie in nome del potere!… In questa Repubblica non giravano che voci di scandali, fortune folgoranti o folgorate, complotti e attentati. Si tenevano plebisciti da camera, incoronazioni insignificanti e un gran numero di omicidi compiuti a parole. Non sto neanche a parlare delle piccole ruberie. Questo piccolo popolo «intellettuale» era uguale all’altro. C’erano puritani, speculatori, uomini che si prostituivano, credenti che somigliavano a infedeli e infedeli che si fingevano credenti; c’erano falsi ingenui e autentici idioti, c’erano autorità e anarchici, persino carnefici dalle cui lame gocciolava inchiostro. E gli uni si credevano preti e pontefici, altri profeti, altri ancora Cesari, oppure martiri, o di tutto un po’. Molti, fin nei gesti, si atteggiavano a bambini o donne. I più ridicoli erano quelli che si autoproclamavano giudici e giustizieri della tribù. Pareva non avessero nemmeno il sospetto che i nostri giudizi ci giudicano, e che nulla ci espone tanto ingenuamente, mostrando le nostre debolezze, quanto la propensione a giudicare il prossimo. Arte pericolosa, quella in cui il minimo errore può essere attribuito al carattere.
Ciascuno di questi demoni si guardava spesso in uno specchio di carta, dove vedeva riflesso il primo o l’ultimo degli esseri...
Andavo vagamente in cerca delle leggi di quell’impero. La necessità di divertire; il bisogno di vivere; il desiderio di sopravvivere; il piacere di stupire, impressionare, redarguire, insegnare, disprezzare; l’aculeo della gelosia — tutto regolava e irritava, infiammava e spiegava questo Inferno.

Valéry disegnato da Picasso nel 1921








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 21 maggio 2018