S. Giorgio e il drago

Giovanna Rosadini



Oggi ho ricevuto in regalo un ricordo che non sapevo di avere. Mi è stato restituito da un’amica, per di più in una forma speciale: dentro una poesia: è la descrizione di una mattina di primavera di tanti anni fa che forse avrei dimenticato, se non me l’avessero riconsegnata questi versi.

Giovanna Rosadini scriveva poesie già quando l’ho conosciuta, ai tempi dell’università, e non ha mai smesso di farlo. Oggi esce il suo nuovo libro, Fioriture capovolte. Fra tante bellissime poesie c’è anche questa, che mi ha fatto strabuzzare gli occhi: scritta negli anni Ottanta, racchiude la visita che facemmo alla Scuola di San Giorgio degli Schiavoni, la tempera San Giorgio e il drago di Carpaccio. L’ho letta come si apre un barattolo di vetro limpido che ha preservato il profumo dell’aria, rimasta fresca e luminosa per più di trent’anni. T. S.

S. Giorgio e il drago

per T.

Di oggi ricorderò
la luce purissima, nell’aria
e nei suoi occhi, il riverbero
che la città ridestata ai colori
emanava, l’aria addosso
sulla piattaforma del vaporetto,
mentre fuori parliamo contro
lo stantuffo dei motori, unica eco
nel panorama silente dei flutti.
Dopo, un contrasto di penombre
e frescura, nella Scuola deserta, e l’odore
vago di umido e legni stagionati. La meta
del nostro pellegrinaggio, sulla parete
di fronte, si offre muta alle nostre parole.

Di parole è fatto il tessuto che ci lega,
parole come archi e ponti protesi verso
una sponda che manca, si sottrae,
non riesce a darsi – monconi sospesi
sul rimosso dei corpi, cedimenti
emotivi tamponati dall’orgoglio;
arresi poco prima dell’arrivo,
approdo in terra sconosciuta e
forse ostile. Ora, vicino e abrasivo
nella sua presenza, apre ventagli
e dispone paraventi, crea illusionismi
schermando col proprio talento
il mondo. Tu che ti guardi vivere,
e non vedi la distanza.
Tu che mi insegni il valore
di chiamarsi col proprio nome…
È un arco anche la linea
centrale alla tela, ponte appoggiato
su macerie umane, inarcato
verso un chiarore percorso
da un alito largo, torri a occidente
e velieri verso oriente. Una doppia freccia –
la brezza che soffia a est nuvole e vele
e il gesto contrario che trafigge la bestia,
la lancia che fa ormai tutt’uno col cranio,
immobilizza nella fiera staticità
di un eterno istante
il santo guerriero e il mostro. Tutto
è ormai compiuto, irrevocabile,
fissato in una compostezza compositiva
risolutrice; non più fuoco
uscirà dalle fauci piegate in un ghigno
di resa, e l’arma spezzata
non avrà più nemici.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 15 maggio 2018