Il biografo di Botto & Bruno

Silvio Bernelli



Ecco l’incipit del romanzo "Il biografo di Botto & Bruno" di Silvio Bernelli pubblicato nella collana I fiammiferi - Il primo Amore, Effigie Editore. Ora in libreria.

Se la tua storia non vale la pena di essere raccontata, puoi sempre ingoiare il boccone di essere un mezzo fallito e scrivere di qualcun altro. Così diceva un mio vecchio professore d’italiano, senza neanche un briciolo d’ironia. E visto che una folgorante avventura da condividere proprio non ce l’ho, eccomi qui a scrivere di Botto & Bruno. Il destino me li ha fatti incontrare all’Accademia delle Belle Arti. D’altronde, una salda amicizia tra narratore e soggetto della narrazione è il presupposto per qualunque biografia. Meglio se non autorizzata, naturalmente. E sì. Doverose eccezioni a parte, le biografie autorizzate sono un tedio mortale.

Assomigliano a uno spot pubblicitario che si vorrebbe girare di sé. In più, di solito cominciano in modo nebuloso, con scialbi ricordi di famiglia, pranzi festivi interminabili e aneddoti che potrebbero essere rubati a qualunque infanzia. Questa biografia invece salta a piè pari i tempi delle giostre e delle tate e ha un punto d’inizio preciso.

Torino, ottobre 1985. Nell’atrio dell’Accademia, in mezzo alla calca a fine lezioni spuntò Gianfranco. Anzi, Franco, come lo chiamava qualcuno. Di cognome faceva Botto ed era il mio vicino di banco. Avanzava quasi ballando nell’incredibile cappotto che indossava ogni giorno. Era in lana grigia, spesso due dita, lungo fino alle caviglie, con una vistosa cinghia alla vita, fuori moda in maniera melodrammatica e almeno quattro taglie troppo grande. Il cappotto trasformava Franco nel protagonista di un film satirico. Un generale folle al comando di un’armata di mercenari e disertori destinati a un’offensiva catastrofica. Il cappotto era eccentrico persino per i canoni poco restrittivi dell’Accademia delle Belle Arti. Gli unici in giacca e cravatta erano un pugno di professori e il preside.

Franco guardava avanti, in qualche punto alla mia sinistra. Fu allora che vidi Roberta Bruno. Era tutta presa ad arrotolare un grosso foglio. Non la conoscevo di persona, ma in Accademia era famosa per la bravura nel disegno. E poi era mora, minuta, carina. Si faceva notare. La pelle del viso era talmente curata da sembrare porcellana. L’avevo sempre vista indossare abiti tagliati su misura, molto raffinati. Il suo stile urtava con il cappotto da generale pazzo di Franco.

Del resto, l’aspetto del mio amico era in linea con il cappotto. Jeans sdruciti e sfrangiati. Adidas in pelle bianca con strisce rosse sulla via del disfacimento. I capelli erano quelli lunghi fino alle spalle di chi li ha rapati a zero e poi se n’è dimenticato per un paio d’anni. Guance scavate. Magrezza da tossicodipendente. Della famiglia non amava parlare granché. Il padre operaio alla catena di montaggio, la madre che accudiva una facoltosa signora anziana, un fratello-bambino dodici anni più giovane con il quale divideva la stanza. I suoi non gli avevano perdonato di aver ripudiato un impiego da ragioniere per iscriversi all’Accademia. L’idea che il figlio si facesse strada attraverso un lavoro artistico era incomprensibile. Franco si pagava libri di studio, colori e pennelli con i suoi risparmi. A lungo aveva lavorato la sera e nei weekend come cameriere in una gelateria. Nell’estate si era mantenuto durante un viaggio in interrail nelle città del Nord Europa disegnando Madonne sulle piazze gremite dai turisti. Era più vecchio di me di un paio d’anni.

Franco sollevò le falde del cappotto per scansare una borsa posata a terra. Il gesto ricordava il colpo d’ala di un pipistrello. Stava andando dritto verso Roberta. La cosa mi sorprese. Roberta era un anno avanti a noi. Immaginavo non si conoscessero. Soprattutto, Franco era uno dei ragazzi più introversi che avessi mai incontrato. Spesso nell’intervallo delle lezioni se ne stava per i fatti suoi a mangiare un panino portato da casa, rollarsi innumerevoli sigarette, leggere un libro o schizzare un disegno in un angolo poco frequentato dell’Accademia. Tra i compagni contava giusto qualche conoscenza superficiale. Neanche ricordavo di averlo mai visto partecipare a una chiacchierata con più di tre persone e tanto meno alle dispute artistiche che coinvolgevano gli studenti più passionali. La vita di Franco sembrava limitarsi a un lungo scivolare rasente ai muri. Sepolto nel suo cappotto extra large che lo riparava dalle insidie del mondo, Franco chiedeva silenziosamente di essere lasciato in pace. Era la persona più mite che avessi mai incontrato.

Roberta intanto sembrava finalmente aver capito come avvolgere il foglio. Dietro di lei, volantini di concerti appesi alle pareti tra moncherini di scotch. Il brusio delle centinaia di ragazzi intenti a scambiarsi battute e impressioni sulle lezioni della giornata picchiava contro il soffitto dell’Accademia, sembrava ricadere otto metri più in basso, più pesante e distorto. Un effetto acustico che mi stupiva ogni volta.

Roberta si drizzò in piedi stringendo a due mani il foglio arrotolato. Il cappotto sartoriale perfettamente stirato le donava una linea statuaria. Stava fissando Franco. Ho letto da qualche parte che lo sguardo possiede un magnetismo, una sorta di energia elettrica che ti avverte quando qualcuno ti osserva. Ecco, era quello il crepitio occulto che Roberta aveva percepito nel caos dell’Accademia. Franco la stava guardando e lei faceva lo stesso.

Franco svicolò accanto a un terzetto di professori e sparì dietro un capannello di studenti. Roberta ora dava proprio l’impressione di tergiversare. Come se la pantomima con il foglio fosse servita a dare a Franco il tempo per avvicinarsi. Lui sbucò dalla folla. Adesso erano uno davanti all’altra. Il sorriso di Franco lasciò trapelare un’impressione di riconoscimento, un messaggio riservato esclusivamente alla ragazza. Eccoci qui. Noi due. Simili, complementari.

Bellissimo il tuo cappotto, disse ridendo Roberta, prima che lui riuscisse a pronunciare una sola parola. Franco mi confidò di aver messo gli occhi su Roberta da settimane. Ora si era finalmente fatto avanti nella convinzione che lei l’avrebbe snobbato. Ovvio che se fosse toccato a lui scrivere questo racconto non avrebbe mai messo nero su bianco questa confessione. È la conferma della mia teoria. È meglio che siano i comprimari e non i protagonisti a tornare indietro nel tempo, raccattare i pezzi di una vicenda e racchiuderli in un quadro coerente. Così si elude il problema della partigianeria di chi scrive. Se racconti qualcosa che hai vissuto, tendi a raccontarlo nel modo che ti è più conveniente. È normale. È naturale.

Temo che la parzialità del narratore in prima persona nasca dal desiderio di forzare i presupposti di ogni vicenda. La volontà di collegare i fatti a un evento scatenante, a partire dal quale una certa storia ha preso a correre a rotta di collo verso un certo esito, giustifica le azioni dei protagonisti. Viste le premesse, queste vite non avrebbero potuto svolgersi altrimenti. Leggere la realtà sotto questa luce significa strappare il protagonista dal centro della scena e consegnare le chiavi di ogni esistenza al caso, in tutte le sue manifestazioni.

Per ritrovare la giusta strada e svicolare da questo testacoda di intenzioni ogni vicenda realmente accaduta ha bisogno di una voce narrante esterna. E meglio ancora se appartiene a chi ha assistito in diretta alle svolte, gli snodi, gli accidenti che segnano una storia. Ma cerchiamo di capirci; questa vicinanza non deve diventare adesione totale al soggetto della narrazione, altrimenti l’imparzialità del biografo viene meno. È questa la più insidiosa delle trappole. Raccontare con successo l’avventura di Roberta e Franco richiede una presenza discreta nella storia. Sarebbe ancora meglio che l’identità del narratore si diluisse nelle parole fino a scomparire, dissolvendosi tra le righe, nella pagina, nel testo.

Prometto. Sarà questo il mio impegno.








pubblicato da ilprimoamore nella rubrica I fiammiferi il 15 maggio 2018