Il maleficio

Marilia Mazzeo



“Andiamo a fare una passeggiata,” dice la zia Mirella.
Abbiamo appena preso il tè, con le fettine di limone disposte a ruota su un piattino, e lo zucchero a zollette in una zuccheriera d’argento. Il tè è una fissazione della zia Mirella. Noi non lo beviamo mai. Ma ho bevuto la mia tazza, quasi tutta, cercando di non far rumore anche se il tè scottava, per non irritare la mamma. Abbiamo anche mangiato dei biscottini al burro. Quelli erano meglio del tè. Alcuni avevano la cioccolata sopra, ma quelli se li sono mangiati subito mia sorella e mia cugina, perché loro sono più grandi e si prendono quello che vogliono. Secondo me la mamma e la zia avrebbero dovuto sgridarle, ma loro chiacchieravano e non se ne sono nemmeno accorte. Ho mangiato tre biscottini senza cioccolata sopra ma abbastanza buoni.
Ora la zia Mirella riporta il vassoio con le tazze in cucina, e tutte insieme andiamo giù per le scale, ci infiliamo soprabiti e cappotti, e usciamo nella campagna. Oggi è un bellissimo pomeriggio, pieno di luce, anche se il sole è già un po’ in basso. È il primo ottobre. Tutto è marrone e giallo, ma il cielo è molto azzurro.
“Andiamo verso la chiusa,” dice la zia.
La mamma fa sì con la testa. Lei parla sempre poco. La zia invece chiacchiera molto. Sono sorelle, ma non si assomigliano. Io spero che parleranno ancora dei suoi bambini, i suoi alunni, perché la zia è una maestra e le piace raccontare tante cose dei suoi bambini. Sta preparando con loro uno spettacolo di Natale, una recita dove ci sono palestinesi di duemila anni fa con i cammelli (saranno bambini travestiti da cammelli, non cammelli veri) e astronauti che vanno sulla luna, c’è Gesù Bambino che nasce ma c’è anche lo scienziato Fleming che ha inventato una medicina importante per salvare la vita a tanta gente. Mi piacerebbe tanto fare una recita così, ma nella mia scuola non ci sono recite a Natale. Cantiamo qualche canzone su Gesù, tutti in coro, sul palco dell’aula magna. Non è interessante. Farei volentieri anche la parte del cammello, anche se preferirei recitare una parte da protagonista. Questo è un sogno che farò questa sera per addormentarmi bene.
Invece la mamma e la zia, camminando sotto l’argine del fiume, adesso, parlano d’altro. C’è una certa amica loro che deve essere operata, oppure è stata operata ma non riesce a riprendersi, non capisco bene, e quella è una malattia che è proprio una sfortuna, dicono.
“Anch’io ho avuto sfortuna, quando ho avuto il morbillo”, dico. “Sono stata tanto male, avevo la febbre altissima.” Ho avuto più di quaranta e mi sentivo come se fossi appesa per i piedi a testa in giù.
“Sì, tesoro, la zia lo sa,” dice la mamma distrattamente, e poi riprendono a parlare di malattie.
Allora mi annoio, e guardo cosa fanno le grandi. Camminano un bel pezzo davanti a noi, sul sentiero dritto. Forse cinquanta passi davanti a noi. Forse cento. Potrei camminare molto veloce per raggiungerle, e intanto conterò quanti passi sono.
Ma quando arrivo a settantadue e le ho quasi raggiunte, se allungo un braccio forse riesco a toccargli la schiena, Bea e Lorenza si voltano a guardarmi, ridono, e si mettono a correre velocissime. In un momento sono di nuovo lontane davanti a me, proprio come prima. Chiacchierano fitto fitto e ridono, sono fortunate perché sono in due. Magari la zia Mirella avesse una figlia della mia età! Io ho sette anni. Bea e Lorenza ne hanno dieci.
Certe volte mi immagino questa cugina di sette anni che vorrei avere e che invece non esiste. Me la immagino dolce e gentile, con le trecce lunghe. Quando andavo alla materna c’era una bambina così, con le trecce nere, mi piaceva e volevo fare amicizia con lei ma non ci sono riuscita, perché era molto timida e stava sempre zitta, però sorrideva sempre. Poi la materna è finita e non l’ho incontrata mai più. Si chiamava Simonetta e come nome mi andrebbe benissimo perché fa pensare a una cosa piccola e dolce, come una merendina. Peccato che quella Simonetta della materna non è mia cugina. Comunque mi andrebbe bene anche una cugina un po’ diversa, purché di sette anni e gentile. Se io avessi una cugina così, buona, sorridente, che sta dalla mia parte e non mi prende in giro, non sarei sempre da sola come adesso. Cioè non sono mai da sola, siamo sempre tutte insieme, ma le grandi mi trattano sempre da stupida, e non mi parlano nemmeno, fanno come se io fossi invisibile. Ormai non ci spero più che possiamo giocare e parlare insieme, ma almeno potrebbero farmi ascoltare i loro discorsi.
Perciò riparto di corsa per raggiungerle un’altra volta. Non è facile perché il sentiero è un po’ fangoso e devo stare attenta a dove metto i piedi: se scivolo e cado le altre rideranno di me per una settimana.
All’inizio sembra che non se ne siano accorte, ma un attimo prima che le raggiungo, col fiatone e le guance che scottano, Bea spicca un balzo e parte, e dietro a lei parte anche Lorenza che fa tutto quello che fa Bea. Adesso corriamo tutte e tre in fila indiana lungo l’argine. “Aspettatemi! Vi devo dire una cosa!” grido. Veramente è solo un modo per fermarle perché non ho niente da dire. Ma tanto non si fermano. In poco tempo mi hanno distanziato moltissimo, come prima e forse anche di più. Che cattive sono! Si girano a guardarmi, ridacchiano, e vedendo che ho smesso di correre smettono anche loro, e riprendono a camminare tranquillamente.
Aspetto un po’ di tempo, e poi, vedendo che non voltano più la testa verso di me, ci riprovo ancora una volta. Stavolta corro piano, per non farmi venire il fiatone, e metto i piedi sull’erba invece che sul sentiero, anche se l’argine è ripido. Forse così non mi sentono quando arrivo e le prenderò di sorpresa.
Riesco a non ansimare e a non fare rumore ma loro mi sentono ugualmente, fanno un piccolo strillo e riprendono a correre. Questa volta rinuncio a inseguirle e mi fermo, tanto è inutile. Corrono così veloci! Una volta ho chiesto alla mamma perché mia sorella riesce a correre tanto più veloce di me: mi sembrava una grande ingiustizia, a lei e papà avrebbero dovuto rimediare. La mamma ha riso molto, e ha risposto che era ovvio, dato che Bea ha le gambe più lunghe di me. È vero, eppure mi sembra lo stesso un’ingiustizia.
Bea ha imparato a nuotare da sola, al mare. Io non ho ancora imparato bene, e ho paura dove non si tocca, e papà mi fa mettere i bracciali di gomma, che sono così ridicoli, con quei disegni di pupazzi. Tante volte non faccio nemmeno il bagno, per non doverli mettere.
Bea, a scuola, studia i romani e i cartaginesi. Io disegno insiemi di animali, con i pastelli, e mi annoio perché è troppo facile.
Bea ha fatto una pista blu, l’inverno scorso, mentre io non sono mai uscita dal campetto delle scuole, il baby, e mi riesce difficile portare gli sci in spalla.
Mentre penso a tutte queste cose vedo che le grandi si sono fermate: Bea ha posato un piede su un ceppo, e si allaccia una scarpa. Senza perdere un istante, cancellando via di colpo tutti i pensieri, e mi rimetto a correre velocissima. Il papà una volta ha detto, mentre guardavamo una partita di calcio alla tivù, che qualche volta chi ha le gambe corte corre velocissimo. Maradona aveva le gambe corte però correva velocissimo. Ma quando sto per arrivargli vicino, la scarpa è di nuovo allacciata e quelle ripartono come il vento.
Mi siedo sul ceppo, mi abbraccio le ginocchia e stringo i denti. Sono divisa in due: una metà così arrabbiata che sento un bruciore dentro la pancia, l’altra metà ha voglia di piangere. Siccome i grandi mi hanno detto e ripetuto che non si deve né arrabbiarsi né piangere, ma invece contare lentamente fino a dieci, fare un respiro profondo e poi sorridere, eseguo queste istruzioni. Ma non mi sento meglio. Capisco che mi sono resa ridicola e decido di non correre più dietro a quelle due. Mi asciugo con un dito le lacrime che cercano di uscire dagli occhi. Le mie guance scottano ancora di più, non so se è perché ho corso tanto o perché sono così arrabbiata. Non parlerò più con loro, mai più, non dirò nemmeno ciao. Faccio tanti respiri profondi, ma è difficile perché sento qualcosa di pesante nel petto. Aspetto la mamma e la zia, ma sono rimaste molto indietro, e io sono da sola in mezzo alla campagna, mentre il sole scende all’orizzonte e comincia a fare freddo. Mi sento sola ma non ci devo pensare sennò tornano le lacrime. Allora intanto che aspetto guardo gli uccelli che volano in cielo, stormi di uccelli neri che lanciano strida acute, disegnano ampi cerchi, giravolte. Sembrano non andare da nessuna parte.
Chissà che uccelli sono? Chissà se sono rondini? A scuola abbiamo parlato delle rondini, e degli uccelli migratori. Ma la maestra non ci insegnato come riconoscerli. Non imparo mai niente di interessante, a scuola. Non imparo mai niente che non sappia già. Certo, fra qualche anno anch’io sarò in quarta elementare e anch’io studierò i fenici e i cartaginesi. Basta avere pazienza, dice la mamma. Basta aspettare. Avrò anch’io dieci anni e correrò più veloce. Imparerò anche a nuotare, probabilmente, e a sciare. Basta aspettare. Ma quando io arriverò in quarta Bea sarà addirittura alle medie, prenderà l’autobus tutte le mattine, e studierà chissà cosa, l’algebra magari, l’inglese, e scierà sulle piste rosse. È come un maleficio, quelli delle favole. Raggiungere Bea è impossibile.
Le mamme mi hanno raggiunta. “Lei è tanto carina ma lui, il marito, ha un brutto carattere,” sta dicendo la zia Mirella. “Non è cattivo, ma ha un brutto carattere.”
“È un maleducato,” commenta la mamma.
“Chi?”
“Nessuno che tu conosca,” mi risponde la mamma, freddamente. “Devi proprio ascoltare tutto quello che diciamo?”
“Le ragazze non mi lasciano avvicinare,” protesto.
“Resta con noi, allora,” mi dice la zia con un sorriso dolce.
La zia è più buona della mamma, non si arrabbia mai. La cosa più strana è che loro sono sorelle, proprio come noi, però non litigano mai. Io credevo che le sorelle non potevano fare a meno di litigare, proprio come me e Bea, che litighiamo tutti i giorni, anzi molte volte al giorno. Credevo che tutte le sorelle grandi trattavano male le sorelle piccole. Ma poi una volta che era il compleanno della zia Mirella e stavamo impacchettando il suo regalo, che era un foulard di seta, la mamma mi ha detto che la zia ha due anni più di lei. Io ho detto che credevo che fosse lei quella più grande perché è difficile immaginare la zia Mirella, da bambina, che tratta male la mamma e le fa scherzi cattivi e la prende sempre in giro, perché lei è così buona. Allora la mamma si è arrabbiata moltissimo e ha detto che loro si volevano molto bene e che noi dobbiamo piantarla di litigare perché litigare è stupido, è la cosa più stupida che possono fare fratelli e sorelle, e lei non vuole avere due figlie stupide.
“Hai visto che ha chiuso Stefanini, in via Cavour? Era un bel negozio. Io ci ho comprato tante giacche per Mario. Aveva roba buona, e buoni prezzi.”
“Io i vestiti per Armando li compro da Fabris.”
“Ma un vestito da Fabris costa molto.”
“Ci vado quando ci sono i saldi, a gennaio. Perché non andiamo insieme, quest’anno?”
Io mi sforzo di ascoltare senza far commenti. Però il sentiero è troppo stretto per camminarci, di pari passo, in tre: sto un passo avanti a loro, e spesso non sento bene quello che dicono, anche perché a volte abbassano la voce. “Si sono sposati troppo presto,” dice la mamma, “lei aveva solo diciannove anni.”
“Troppo presto,” ripete la zia, scuotendo la testa.
“Ci avevano invitati a cena la settimana scorsa.”
“Davvero? E non siete andati?”
“Non siamo andati. Non sapevamo a chi lasciare le bambine. Mia suocera non sta bene, è di nuovo all’ospedale.”
Ricominciano a parlare di malattie, e io mi stufo e vado avanti di qualche passo. Quando papà e mamma parlano di noi, siamo sempre “le bambine”. Una cosa unica, anche se plurale. Ma poi non ci trattano nello stesso modo. Siamo due cose ben diverse.
Bea fa i compiti da sola, e ha il permesso di chiudermi fuori. La camera è anche mia, però la mamma dice che non bisogna disturbarla quando studia, ma parlare piano. Io i compiti li faccio in cucina, perché la mamma vuole che le faccia compagnia mentre prepara la cena. La accontento perché mi dispiace che stia in cucina a lavorare tutta sola, però qualche volta lei guarda il mio quaderno e allora mi viene il sospetto che in realtà vuole controllare i miei compiti, facendo finta di niente, e questo non mi piace.
Bea ha il permesso di leggere, la sera, a letto, finché non le viene sonno. Io devo spegnere la luce alle nove in punto, e dormire subito. Qualche volta Bea mi dice delle cose cattivissime mentre cerco di addormentarmi. Dice che sono la bambina più scema, idiota e cretina che esiste al mondo. Ma se io piango e chiamo la mamma, lei si arrabbia moltissimo e ci sgrida tutt’e due, anche se io non ho fatto niente di male.
Poi la cosa peggiore di tutte: quando papà la domenica pomeriggio porta al cinema solo Bea. È successo due volte, nell’ultimo anno. Io ho pianto, ma è stato inutile. Mi hanno detto che era un film per bambini grandi, un film che io non potevo capire, che avrei avuto paura, ma io non ho paura di niente. Mi hanno promesso che un’altra volta papà porterà al cinema solo me, quando ci sarà un film adatto, un bel cartone della Disney. Io ho risposto che sono grande anch’io e non so cosa farmene dei cartoni della Disney. Ma loro hanno detto che se piangevo tanto voleva dire che ero ancora piccola. È stata la cosa peggiore di tutte.
“Un’altra volta puoi lasciarle a me, le bambine,” dice la zia Mirella. “Mi farà tanto piacere. Posto in casa ne ho.”
Questo sarebbe divertente. “Lo sai che Lorenza beve il caffè, la mattina?” chiedo alla mamma voltandomi verso di lei e camminando all’indietro.
“Il caffelatte,” mi corregge la zia.
“Noi beviamo il latte col cacao.”
“E cosa c’è che non va nel latte col cacao?” ribatte la mamma. “Ti è sempre piaciuto.”
“Vorrei provare il caffelatte.”
“Meglio di no. Sei già nervosa di carattere,” dice la mamma con un sorrisetto antipatico.
“Io non sono nervosa.”
“Invece sì.”
Ma cosa vuol dire, poi, essere nervosa? Non sono sicura di saperlo. Ma non lo chiederei alla mamma per tutto l’oro del mondo. Mi prenderebbe in giro, di sicuro, e mi darebbe della sciocca.
Il sole tramonta: il cielo è tutto giallo, sopra la casa della zia, lontana in fondo ai campi di frumento. C’è una luce speciale, bellissima, come l’oro. L’aria ha un buon odore di erba e di fango. Mi viene una gran voglia di correre, saltare, arrampicarmi, fare le capriole. Ma fare queste cose da sola è strano e non è divertente. Dovrei convincere le altre due. Forse ora hanno dimenticato il loro stupido giochetto. Decido di fare un ultimo tentativo, è l’ultimissimo lo giuro a me stessa. Non guardano mai indietro e allora io improvvisamente corro e corro velocissima ma ancora una volta, quando sto per raggiungerle loro partono di corsa, ridendo forte e maligne, come le iene. Sono come un cavaliere che cade sempre nello stesso trabocchetto. Sono stata di nuovo ridicola e mi vergogno ma la colpa è loro. Non voglio e non posso piangere, ma qualcosa devo fare e allora sbatto forte uno scarpone per terra, e poi l’altro, con tutte le mie forze, per schiacciare qualche zolla di terra umidiccia che viene dal campo, le riduco in poltiglia, e quando non ci sono più zolle tiro calci ai sassi, li spedisco lontano in mezzo al granoturco, ma anche di sassi ce ne sono pochi. Poi trovo un bastone e lo prendo e tenendolo con tutte due le mani prendo a bastonate l’erba sull’argine, e poi anche un piccolo albero ma solo una volta perché subito capisco che potrei fargli male e lui è innocente.
Immagino di picchiare Bea e Lorenza con il bastone. Non tanto forte da ucciderle, basterebbero un paio di colpi su quelle loro gambe lunghe, tanto da farle cadere a terra gridando ahi ahi o forse da farle piangere, ma forse loro non piangono mai perché sono grandi.
“Bambine, torniamo indietro.” La zia ci chiama.
Mi fermo e ho un’idea. Il sentiero è uno solo e le grandi dovranno per forza passare di qui: da un lato c’è l’argine, coperto di erba umida, troppo ripido e scivoloso per correre; all’altro lato c’è il campo coltivato: si affonda nella terra molle, si inciampa negli sterpi secchi, è impossibile correre. Dunque dovranno per forza passare di qui e sicuramente lo faranno di corsa e io gli farò lo sgambetto col bastone e finiranno lunghe distese e io riderò molto come fanno loro quando cado io. Lo sgambetto non si fa, è vietato, ma loro sono cattive, e io sono sola, mi merito la vendetta. E poi non c’è tempo per decidere se è giusto o sbagliato. Dirò che non l’ho fatto apposta. Le grandi si sono fermate e per un lungo momento sembrano indecise se ubbidire o no al richiamo della zia, ma poi, improvvisamente, spiccano la corsa venendomi incontro, veloci come lampi. Io sto ferma, piantata al centro del sentiero, con il bastone in mano come un re con lo scettro. Ma tutto succede molto in fretta e non c’è tempo per fare le cose bene. Quando arrivano qui una dopo l’altra, prima Bea e poi Lorenza, Bea mi fa la lingua e io metto fuori il bastone di traverso davanti alle sue gambe, ma lei lo vede subito e lo scavalca con un salto, e Lorenza che ha visto tutto salta anche lei, e poi ridono forte, così nessuna si è fatto male e io non mi sono vendicata. Tutto è successo in un attimo di secondo. Ho messo fuori il bastone un attimo di secondo troppo presto. Non sono brava nella vendetta, non sono brava in nessuna cosa.
Il buono è che le mamme non mi sgrideranno, però preferivo la vendetta.
Mi arrampico in cima all’argine e di lassù, usando tutte e due le braccia e tutta la mia forza, lancio il bastone nel fiume. È un bel volo perché il fiume non è subito sotto di me, ma un po’ più in là. È stato un bel lancio ma nessuno l’ha visto. Però almeno io so che è stato un bel lancio e in questo sono stata brava. Non mi fa sentire molto meglio ma forse un pochino sì.
Fra poco saliremo in macchina per tornare a casa e io starò sempre zitta come una pietra e guarderò fuori dal finestrino e farò un sogno a occhi aperti dove recito la parte dello scienziato Fleming nello spettacolo della zia.


Marilia Mazzeo è nata a Ravenna, ma vive a Venezia da molti anni. Dopo aver studiato Architettura ha deciso di cambiare rotta e dedicarsi alla scrittura. Ha pubblicato la raccolta Acqua alta (Theoria, 1997), i romanzi Parigi di periferia (EL, 1998) e La ballata degli invisibili (Frassinelli, 1999) e una serie di racconti, alcuni tradotti in inglese, tedesco e francese, per antologie, giornali e riviste. Il suo ultimo romanzo si intitola Non troverai altro luogo (L’Iguana editrice, 2017).








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 7 maggio 2018