L’Austria di Bernhard specchio dell’Italia di oggi

Jonny Costantino



Da un paio di settimane è in libreria Camminare (Gehen), opera narrativa del 1971 finora inedita in Italia, autentico prisma dell’arte di Thomas Bernhard.

TB nella sua abitazione di Altmünster, nel distretto di Gmunden (Alta Austria), nel 1977.

È il 1971.

Thomas Bernhard ha quarant’anni tondi ed è nel mezzo del suo cammino di scrittore. Un cammino avviato nel 1950, diciannovenne, quando pubblica sotto pseudonimo (Thomas Fabian) il suo primo racconto (La luce rossa) su un quotidiano (“Saltzburger Volksblatt”). Un cammino terminato nel 1989, cinquantottenne, quando rivede e pubblica, per la prima volta, un romanzo dalla marcata connotazione autobiografica risalente al 1959, In alto. Tentativo di salvezza, nonsenso.

[Bernhard muore il 12 febbraio 1989, assistito dal fratello Peter Fabjan. Bernhard muore di cardiomegalia il giorno dopo il quarantesimo anniversario della morte dell’amato nonno materno, Johannes Freumbichler, l’ispiratore di tutti i suoi personaggi maschili, come lo scrittore dichiara nel documentario Tre giorni, diretto da Ferry Radax nell’estate 1970, nel corso di un monologo che è un distillato di poetica. Bernhard muore per le conseguenze dell’aumento di volume del muscolo cardiaco. Bernhard muore a causa di un cuore che era diventato troppo grosso per continuare a battere.]

È il 1971.

Thomas Bernhard ha quarant’anni spaccati ed è al suo zenit biologico di romanziere. Almeno secondo William Faulkner, secondo cui il momento migliore per scrivere è dai 35 ai 45 anni, come afferma in un incontro con gli studenti dell’università del Mississippi nel 1947. Il momento migliore per scrivere romanzi: «Il fuoco non si è spento, l’autore conosce più cose. È una scrittura lenta e il fuoco dura di più».

[L’anno precedente, il 1970, è un anno laborioso e di consacrazione. Viene conferito a Bernhard il premio Georg Büchner, il maggiore premio letterario in lingua tedesca. Esce il suo terzo romanzo, La fornace. Si concede all’obiettivo di Ferry Radax, come accennato, e scrive per il regista il copione «approssimativamente preciso» di un film che sarà realizzato nell’inverno 1971, Der Italianer. Viene rappresentata ad Amburgo la pièce Una festa per Boris, che nel 1972 gli vale un altro prestigioso riconoscimento, il premo Grillparzer per l’opera drammaturgica. (Un vero spasso sono i resoconti del conferimento dei due premi, contenuti in un libro incompiuto ed edito postumo nel 2009, I miei premi. In particolare, riflettendo sul premio Grillparzer, «uno dei massimi onori che possa toccare a un Austriaco», Bernhard si sofferma, distruttivamente come solo lui sa fare, sulla comicità, la mancanza di gusto e la sventatezza della cerimonia. In generale, ecco cosa lo scrittore pensa dei premi: «Ma i premi non sono affatto un onore, aggiungevo, gli onori sono soltanto cattiverie, non esistono onori sulla faccia della terra. La gente parla di onori invece sono solo affronti, di qualsiasi onore si stia parlando, dicevo. Lo Stato copre di onori i suoi cittadini che lavorano e in realtà li copre di cattiverie e di affronti».]

È il 1971.

È l’anno di Camminare, racconto lungo o romanzo breve che dir si preferisca, testo che rappresenta, nell’opera di Bernhard, «una vetta di corrosiva perfezione», come leggiamo in una quarta di copertina dov’è sensibile il Calasso touch, la quarta della prima edizione italiana messa in circolo da Adelphi un paio di settimane fa, nella traduzione di Giovanna Agabio.

TB col nonno materno Johannes Freumbichler in occasione della sua cresima nel 1943.

Bernhard è un genio comico dall’inconfondibile estro armonico. Chi si deprime con Bernhard deve fare i conti con qualcosa di rotto che ha dentro, con un malfunzionamento del proprio carillon interno. È una commedia? È una tragedia? è il titolo di un breve racconto del 1967 e potrebbe essere il sottotitolo della bibliografia di Bernhard. Pochi scrittori ci fanno pensare così esilarandoci così.

Ci si scompiscia dalle risate leggendo Camminare. Io l’ho letto in treno, tutto d’un fiato, Bergamo Bologna, due regionali. Lo stato di esaltazione per quel che leggevo era tale che m’è venuta voglia di leggere a voce alta, e in parte l’ho fatto, molestando colei che mi stava a fianco, distraendola dalla lettura dell’autobiografia di Gandhi, dando il mio tono di voce alle variazioni di una scrittura che tira dritta come un treno, accompagnata in questo caso dal basso continuo delle rotaie sui binari.

Memori della lezione bachiana e gouldiana (ma potremmo dire, con una sola parola, “gouldberghiana”), le variazioni di Bernhard funzionano come un sistema di imbuti. Lucidamente delirante, contrappuntisticamente intercomunicante, ogni blocco di prosa tende a restringersi verso una sintesi di estrema perentorietà e da lì confluisce nel blocco successivo, senza soluzione di continuità. Per questo parlo di imbuti: colando da un imbuto all’altro, attraverso il forellino di una visione implacabile, la linfa della scrittura incrementa una spirale polifonica che incede verso il massimo della strettura, della vertigine, dello scintillìo, una spirale terminale che conduce infine al massimo dell’azzeramento o, come direbbe Bernhard, dell’estinzione.

I libri di Bernhard sono macchine per pensare e pensando per vedere meglio. La sua arte — la sua ineguagliata arte del crescendo grottesco, dell’iperbole demolitoria — è sempre funzionale a un problema focale. Bernhard esagera e martella per consentirci di individuare i gangli oscuri e nevralgici della narrazione e del discorso filosofico che s’impasta con la narrazione. Bernhard è un cartografo che ingrandisce la scala di quel che mostra per garantirci una messa a fuoco dell’ambiguità costitutiva di ogni narrazione e di ogni discorso. Bernhard dinamita qualsivoglia spiegazione univoca e lo fa a prescindere dall’adesione morale di un personaggio esulcerato al suo monologo negativo, a prescindere dall’assertività e dalla consequenzialità argomentativa con cui un determinato punto di vista o un determinato concetto si pretende inequivocabilmente vero. Tutto è ambiguo e tutto è chiaro, in Bernhard.

Tanto più la materia si fa abissale (o, come direbbe Bernhard, esiziale), quanto più la lingua deve essere chiara. Bernhard invita a rappresentarsi mentalmente le pagine dei suoi libri come «completamente buie», perché solo allora la parola riluce e raggiunge la sua «chiarezza o iperchiarezza». Si esprime così (corsivi suoi) nel monologo Tre giorni e sul tema oscurità/chiarezza ritorna in Camminare (che dei postulati poetici espressi in Tre giorni costituisce l’applicazione narrativa più vicina cronologicamente). Qui scrive, per voce di Oehler, con riferimento alla visione di Karrer, pensatore d’incredibile sensibilità e di grande spietatezza: «All’improvviso il mondo per noi non è più fatto solo e interamente di strati di tenebra, ma è interamente fatto di strati di chiarezza». In Bernhard la chiarezza sta all’oscurità come la precisione sta all’ambiguità: v’è tra loro l’intimità della consustanzialità.

Tanto più la materia è ambigua, e la vita è sempre ambigua, quanto più la lingua dev’essere precisa, di una precisione micidiale. La precisione di Bernhard è la precisione del cecchino, soprattutto quando si tratta di distruggere storie. Egli considera se stesso «il tipico distruttore di storie», come afferma in Tre giorni, dove precisa: «Nel mio lavoro, quando qua e là si formano i primi segni di una storia, o quando in lontananza vedo spuntare, da dietro una collina di prosa, l’accenno a una storia, gli sparo addosso». I suoi romanzi e i suoi racconti — se così li si può ancora chiamare — sono romanzi e racconti distrutti.

È implacabile la logica bernhardiana. Estinguere tutto per rigenerare tutto: è la regola. I suoi ribaltamenti sono totali e il primo a essere travolto è l’io narrante. La scrittura — l’orrendo lavoro dello scrivente — si fonda sul contrasto lacerante, sull’impietosa opposizione innanzitutto dell’io verso di sé. L’io, in Bernhard, è lo squartatore di sé.

L’incontro con la scrittura di Bernhard è un incontro ravvicinato con la scrittura del terzo stadio. La chiamo così, scrittura del terzo stadio, sulla scorta di quel bifolco di Faulkner che opera, in un’intervista del 1932, la seguente distinzione. «Il primo stadio, quando credi che tutto e tutti siano buoni». La cosiddetta letteratura edificante. «Il secondo stadio, quello del cinismo, quando credi che niente sia buono». La letteratura nichilista, quella mollemente adagiata sul proprio nulla, quella cinicamente impomatata col proprio nulla. «E poi l’ultimo, quando capisci che tutti possiamo essere capaci di qualunque cosa, di essere degli inetti o degli eroi, o codardi, gentili o crudeli». La letteratura che lotta dentro e contro l’abisso in cui sprofonda: l’unica che fa sul serio, l’unica da prendere sul serio.

TB sul set di "Tre giorni" (1970) di Ferry Radax

Camminare è un libro contro. Radicalmente contro. Contro i fatti, in primis contro i fatti, contro i fatti che ci schiacciano, i fatti contro cui dobbiamo esistere. Contro l’intelletto, che è sempre e soltanto un sottointelletto o subintelletto. Contro la psichiatria, incarnata dal dottor Scherrer, uomo la cui ignoranza è vergognosa. Contro le persone orribili che la morte fa uscire dalle loro case grigie e cadenti dove dopo di loro andranno a tumularsi altre persone orribili. Contro la famiglia, che si schiera sempre e comunque dalla parte dello Stato contro il genio, ovvero che si schiera contro il fratello, contro il marito, contro il figlio che porta su di sé il fardello mortale di una visione geniale. Contro lo Stato, che rappresenta la stupidità e la bassezza al sommo grado, all’ennesima potenza. Contro la Storia, che altro non è se non una «menzogna storica», contro una Storia «completamente morta», perché condannata a degradarsi nell’inesorabile collasso sistemico nel quale precipita il genere umano. Contro la natura umana e, ancora di più, contro la Natura, che è «orribile e ripugnante e atroce e infinitamente triste e tremenda e schifosa». Contro, dunque, l’intero processo vitale, che è un inarrestabile processo di peggioramento. Contro, ne consegue, la procreazione, che è un crimine, un crimine che rende chi procrea un criminale.

Bernhard guarda gli uomini e vede — come scrive Ludwig Wittgenstein, il suo filosofo prediletto, che non manca di fare capolino anche tra le pagine di Camminare, come scrive Wittgenstein in una pagina dei suoi Diari segreti, in una nota del 28 maggio 1916 — Bernhard guarda gli uomini e vede «smorfie».

Si salva qualcosa in questa logica macinatutto?

Sembrerebbe salvarsi il pensare, il pensare lucidamente, il dedicarsi al concetto puro sganciato dalla volgarità del concetto d’uso, se non fosse che abbandonarsi completamente al pensiero significa essere perduti, se non fosse che giungendo col pensiero alle più inaudite altezze troviamo ad attenderci la follia, che è il disastro definitivo, se non fosse che è proprio lei, la follia, il «compimento» del pensiero più audace.

Sembrerebbe salvarsi il camminare, il camminare che con il pensare è in «rapporto costante di reciproca intimità», tanto da poter dire che un eccellente camminatore è un eccellente pensatore e che un pensatore sciatto è un camminatore sciatto, tanto che si potrebbe affermare che pensare e camminare sono concetti «assolutamente uguali», se non fosse per la differenza che il camminare è sempre in rapporto alla velocità mentre il pensare non ha niente a che spartire con la velocità, se non fosse che, mentre la velocità può essere in rapporto con una destinazione e con un completamento, il pensiero no, il pensiero non conosce destinazione e completamento, se non fosse cioè per questo dato di fatto: se si può percorrere una strada sino alla fine, non si può pensare un pensiero sino alla fine.

Sembrerebbe dunque salvarsi soltanto il camminare, se non fosse per il fatto che camminando andiamo da una disperazione all’altra, se non fosse che passo dopo passo «andiamo sempre a finire in una disperazione ancora più disperata». Come, del resto, pensiero dopo pensiero.

Una cosa però si salva davvero: si salva la scrittura.

Si salva una scrittura che è una ricerca senza quartiere della verità, una verità che non si lascia mai prendere, definire dunque finire, una volta per tutte. Una scrittura che non guarda in faccia niente e nessuno, né Dio né Io, figuriamoci le piccole e grandi menzogne che la marmaglia umana si racconta per tirare avanti mentre perde pezzi per strada. Una scrittura da cui sprigiona un’energia briosa, contagiosa, malgrado la cupezza dei suoi postulati. Una scrittura dove l’orrore si fa canto. Una scrittura che, aprendoci gli occhi, c’incanta. Una scrittura di fuoco, che gioca col fuoco e incendia chi legge e se stessa. Una scrittura che è affermazione di vita proprio dove la vita sembrerebbe negata con maggiore tenacia: affermazione di vita insorta e implacata, passionale e musicale, vita intensificata tra le spire di una scrittura che stritola quel che uccide la vita, vita che fissa quel che mortifica una certa idea di vita. La scrittura di Bernhard è la scrittura di uno che scrive come si dovrebbe sempre scrivere: come chi non ha niente da perdere. La scrittura di Bernhard è la mano tesa da un solitario a tutti i solitari del mondo.

TB su una riva del Mare del Nord nel 1956.

Ci si sbellica leggendo Camminare, non mi stanco di ripeterlo, ma le risa sono interiori e amare. Bernhard ficca il dito nelle piaghe del cuore e della mente. Bernhard gratta gratta gratta e ancora gratta, accanitamente. Ci escoria. Le unghie di Bernhard sono sporche dei nostri globuli e della nostra materia grigia. Bernhard è un artista del dito nelle piaghe che non cicatrizzano e non smettono di fare sangue, di fare male. Passano i decenni e la sua scrittura non smette di sanguinare. Questo tubercolotico di uno scrittore è la conferma sboccante che un artista inattuale è in ogni tempo attuale.

A proposito di attualità dell’inattuale, le pagine contro lo Stato di Camminare, lette oggi in Italia, in un paese dove si cammina poco e male, statisticamente e com’è evidente, in un paese dove difetta la cultura e l’intelligenza del camminare, queste acuminate pagine lette oggi in Italia, nel nostro anchilosato e cellulitico paese, sortiscono l’effetto che sortisce chi parla di corda in casa dell’impiccato. Trascrivo qualche brano:

Il genio viene piantato in asso e spinto al suicidio. Uno scienziato, dice Oehler, in Austria è un povero diavolo, che prima o poi, ma soprattutto quando appare più insensato, deve crepare per l’ottusità dell’ambiente, o meglio, per l’ottusità dello Stato…

Allora una natura come quella di Hollensteiner deve riconoscere di esistere in uno Stato che, va detto senza esitazioni e con la massima spietatezza nei confronti di questo Stato, odia chi è fuori dall’ordinario, e nulla odia più profondamente di chi è fuori dall’ordinario. Lo vediamo ogni giorno in centinaia di esempi. E questo Stato pretende di essere un cosiddetto Stato civile, e pretende di essere definito tale in ogni occasione. Non raccontiamocela, dice Oehler, con uno Stato civile questo Stato non ha nulla da spartire…

E sappiamo che cosa significhi, dice Oehler, amare un paese come il nostro con tutto se stesso contro uno Stato che fa l’impossibile per paralizzarti anziché venirti in aiuto…

Se paragoniamo la bellezza di questo paese alla bassezza di questo Stato, dice Oehler, arriviamo al suicidio…

Lo spettacolo di uno Stato odiatore della straordinarietà e il connesso spettacolo delle migliori menti annullate silenziate stecchite esautorate dal suddetto Stato sono spettacoli di cui ha fatto e continua a fare esperienza chiunque abbia occhi per vedere e chiunque sia in grado di elaborare pensieri commisurati a quel che vede. Pensieri che si anneriscono in proporzione all’orrore in atto. Pensieri neri sulla realtà dove annaspiamo e su noi stessi, sulle nostre pericolanti sorti, sulla nostra capacità di sopravvivenza fisica e spirituale.

[A onor del vero, va detto che la bile che scorre in ogni singolo libro di Thomas Bernhard non è meno acre di veleno che Herman Melville e Gustave Flaubert, per dirne due, vomitano, due secoli prima, nei rispettivi carteggi. Il fatto è che l’essere umano il marcio ce l’ha nel midollo, volendo essere brevi, e non c’è creazione d’ingegneria sociale che lo emendi e lo emancipi dalla sua sporcizia secolare, dal suo marciume midollare. È tuttavia legittimo che, poiché la Storia va a collassare, poiché l’umanità va a schiattare, poiché l’intero universo va incontro alla morte fredda cui lo condanna la legge dell’entropia, è legittimo e comprensibile, per non dire fisiologico e inevitabile, che chi si trova dentro la morsa del proprio tempo e del proprio paese coltivi la convinzione che nessuna morsa sia mai stata peggiore. È umano ritenere la peggiore di tutte la tortura in corso: la tortura che strazia la nostra propria carne.]

TB nella foto del passaporto dei primi anni Sessanta.

È quotidiana l’esperienza della profonda inimicizia dello Stato cosiddetto civile nei confronti degli inconformati, degli ipersensibili, dei visionari inconcilianti con la paccottiglia circostante, delle intelligenze in rivolta contro un uno spirito del tempo che gronda abiezione da tutti i pori. Da che mondo è mondo, costoro vengono sistematicamente sabotati silurati stroncati estromessi e umiliati in tutti modi possibili dallo Stato sedicente civile. Uno Stato il cui equilibrio si basa sul tarare al ribasso quel che tocca e scartando quel che non si lascia tarare. Uno Stato la cui igiene mentale si basa sulla lobotomia generale.

L’esperienza, diretta o indiretta, di questo massacro, generazionale e trans, la fa ciascuno di noi. Chi non la fa, chi non si accorge di niente, chi non vede cosa stanno facendo ai più fragili, ai più vulnerabili, agli indifesi, chi pensa di vivere nel migliore dei mondi possibili, è semplice, o ha una fetta di prosciutto sugli occhi, e un polpettone al posto del cervello, oppure è dalla parte dei cattivi: o l’una o l’altra. Anche se, sempre a onor del vero, i cattivi, almeno nel nostro paese, non sono poi così cattivi. Sono soprattutto mediocri.

I cosiddetti cattivi sono servi padroni mediocri e imbroglioni che è l’occasione a fare assassini. Servi padroni aggressivamente avidi e inevitabilmente cementati nelle proprie tare. Tare cui devono, se non tutto, quasi, e quantomeno: posizionamento e legittimazione, riconoscimento di funzionalità e di affidabilità strutturale, mantenimento dei privilegi ereditati o sudati, leccati o sbocconcellati, con tutto quel che ne deriva in termini di gratificazione mediale e potere di consumo.

Oggi in Italia la solidarietà di casta si fonda sulle tare dei suoi membri. Le tare sono il concime necessario all’albero dello Stato. Come asserì a suo tempo il divo Andreotti, realista e re al contempo: gli alberi per crescere hanno bisogno di letame. È un allocco chi si aspetta che i frutti e i fiori dello Stato siano qualcosa di diverso da stronzi sotto mentite spoglie. Com’è un allocco chi si ripara sotto le fronde dello Stato e poi si stupisce di venirne fuori tutto smerdato. Ne conosco di allocchi. In giro c’è tanta puzza quanta malafede. Le tare sono macroscopiche.

Va da sé che, dicendo Stato, diciamo metonimicamente tante cose: diciamo potere e ignoranza al potere, classe dirigente e cultura dominante, massoneria e criminalità infiltrata, cupole a cono di mafia e armate di secondini, secondini a non finire, dai taratissimi mastini della cosiddetta intellighenzia ai bambinoni superbi della new economy, così tronfi dei propri know-how, ma soltanto di quelli più wow. Va da sé che, dicendo Stato, diciamo Italia.

Non meno dell’Austria di Bernhard, dove il faro di Hitler s’è tutto fuorché spento, mutatis mutandis, l’Italia di oggi, con i suoi sempreverdi struggimenti mussoliniani, è una Oligarchia clientelare fondata sulle tare dei suoi piccoli cesari e sugli interessi tarati dei suoi borghesi sempre più piccoli.

That’s Italy!

Eccolo, il nostro Belpaese, al passo con lo sfacelo globale, con l’«estinguersi lento e totale dell’umanità» (con le parole di Oehler), con il «crudele processo entropico» (con le parole di Karrer, che cammina con Oehler e cammina cammina impazzisce e viene rinchiuso nello Steinhof, il celebre ospedale psichiatrico viennese).

That’s Italy today!

L’Italia delle pizze e dei mandolini, delle mazzette e dei mocassini. L’Italia da bere e da ruttare. L’Italia da esportare. L’italia di cui all’estero ci si vuole ingozzare. Ma soltanto se soffritta con cipolle di Tropea e servita in crosta oleografica.

Dedico questo scritto a Luca Ferri, che mi ha fatto dono di Camminare martedì primo maggio, dopo un lauto pranzo a San Giovanni Bianco, dove si respira l’aria di Torquato Tasso e dove c’è la casa di Arlecchino, che ospita peraltro un cruento dipinto del Martirio di San Simonino. Dedico questo scritto al pensatore barbagianni, che da otto anni vive con la sua regina nel borgo medievale di Olera, circondato da monti e da uccelli, in una casa a castello dove si arriva solo a piedi. Dedico questo scritto al geniaccio d’un cineasta, che mi ha fatto dono di Camminare il giorno della festa dei lavoratori, il giorno dopo avere visto la sua Dulcinea e avere camminato nottetempo sul limitare del bosco, sotto la luce della luna piena, uhhhhhhhhh. Dedico questo scritto all’amico prezioso, che mi ha fatto dono di Camminare mentre io, contestualmente, nella medesima libreria bergamasca, gli facevo dono di Camminare. Dedico questo scritto a tutti i lavoratori nelle tenebre, innanzitutto nelle proprie, a coloro che ambiscono — come ha scritto in finale di partita Roberto Bolaño — a ballare la conga mentre l’abisso scruta dentro di loro.

Le immagini riprodotte nel presente scritto (eccetto quella del backstage di Tre giorni) provengono dal volume Thomas Bernhard: Essential Companions and Legacy (2001), a cura di Martin Huber, Manfred Mittermayer, Peter Karlhuber. Anche questo libro è un dono, un dono ricevuto di una persona che non vedo da otto anni, Lajos Adamik, il traduttore ungherese di Thomas Bernhard. Colgo l’occasione per salutare Lajos e, insieme a lui, Martin Huber, co-curatore del libro e direttore del “Thomas Bernhard Archiv Gmunden”, cui mi rivolsi nell’ottobre 2010 per una verifica relativa a un mio progetto di scrittura che riguarda anche Bernhard e che prima o poi riprenderò. Salutandoli, li ringrazio entrambi, oltre che per la gentilezza e la disponibilità dimostratemi al tempo, per l’intelligenza, la passione e il magnifico lavoro che da lustri svolgono su Thomas Bernhard.

TB a Mayrwies (Salisburgo) nel 1951.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 5 maggio 2018