La tristezza e l’ebbrezza

Antonio Moresco



Vincent Vam Gogh, "I bevitori o Le quattro età dell'uomo" (1890, da Daumier)

C’è stato un periodo della mia vita in cui ero molto triste ed ero molto ebbro. Camminavo di notte ed ero così triste e così ebbro che non vedevo neppure le strade. Mi sedevo nelle notti d’estate sui gradini del Duomo della mia città, mi guardavo attorno e non vedevo niente. Una volta non mi sono neppure accorto che, vicino a me, un sudamericano aveva pugnalato a morte un altro sudamericano. Me ne sono accorto solo quando sono venuti a portarlo via con una barella.
Gli uomini e le donne della nostra specie sono spesso molto tristi e quando hanno bisogno di una piccola trascendenza la vanno a cercare nel sesso e nell’ebbrezza. E di ebbrezza ce n’è una sempre a portata di mano, che si può comperare al supermercato. Quando anche quella non basta, gli uomini ci danno dentro con cose maledettamente più pesanti. Così anche nel passato. Gli uomini hanno sempre cercato la dimenticanza e l’ebbrezza.
Sto rimuginando su queste cose, mentre cammino di notte sorseggiando birra da una lattina lunga, quando sento dei passi vicino a me.
Mi giro.
È Bukowski!
Figurarsi se non spuntava lui, a questo punto!
Gli dico: “Un mio amico pittore di nome Giuliano della Casa mi ha raccontato che una volta, in California, si è trovato in una tavolata insieme a te e ad altri scrittori, poeti e pittori. Io gli ho detto: Accidenti, Giuliano, hai mangiato insieme a Bukowski! Chissà come beveva!’ ‘Ma no!’ mi ha risposto lui, con la sua flemma emiliana ‘Bevevamo di più noi modenesi!’
L’americano verrucoso si mette a ridere.

Charles Bukowski

Ma non è finita. Ecco che adesso ne spunta un altro.
E’ un tipo pallido con la faccia quadrata e dei baffetti che sembrano appiccicati con la colla.
È Edgar Allan Poe!
Mi prende la lattina di mano e ne beve un sorso.
Lo sputa fuori.
“Che cos’è questa piscia?” dice indignato.
E poi, man mano che cammino, se ne aggiungono di sempre nuovi, e allora andiamo in giro insieme, così, nella notte, nel buio, come un piccolo popolo.
Riesco a riconoscere Malcolm Lowry, che ha scritto un meraviglioso libro sulla tristezza e l’ebbrezza. E poi c’è il mio Van Gogh, bevitore d’assenzio e frequentatore di bordelli per zuavi. E poi mi sembra di riconoscere addirittura Melville…
Gli dico: “Non sapevo che fossi anche tu della band!”
“Be’, sì, per forza!” mi risponde “Sai, sulle navi... E poi in tutti quegli anni mentre lavoravo alla dogana ed ero ormai uno scrittore dimenticato, rifiutato dal mio paese e dalla mia epoca, anche se avevo scritto il delirante Moby Dick, o forse proprio per quello…”
E poi arrivano i poeti e i romanzieri francesi: Baudelaire, Rimbaud, Balzac… E poi i grandi romanzieri e poeti russi, con le loro lunghe barbe e la loro oltranza. E poi gli altri americani dell’Ottocento, e poi quelli del Novecento, e ce n’è una valanga, tutti tipi tristi ed ebbri, da Hemingway, a Fitzgerald, a Faulkner, e poi a Kerouac, Burroughs… fino agli ultimi, alla testa dei quali sta camminando David Foster Wallace, con il suo passo pesante e la sua bandana.
A un certo punto mi sembra persino di distinguere il testone di Beethoven.
“Cosa ci fai qui in mezzo?” gli chiedo sbalordito.
“Ma certo!” mi risponde “Come cavolo credi che abbia composto la Missa solemnis!”
E poi mi sembra di riconoscere Goya, con la sua faccia da zingaro, e poi addirittura Rembrandt.
“Come, persino tu?”
“Di cosa ti stupisci? Mi sono anche ritratto mentre mi sbronzavo, con Saskia sulle ginocchia, anche lei sbronza!”

"Rembrandt e Saskia che brindano" (1635 circa)

Ormai non mi stupisco più di niente. A un certo punto sbuca da una traversa una ragazza con un vestito lungo fino ai piedi e un mazzolino di fiori in mano, che sta masticando in silenzio una cicca.
Non ci posso credere: è Emily Dickinson!
“Anche tu!”
“Che cosa credevi che facessi mentre me ne stavo chiusa per anni in casa!” mi risponde “Scrivevo le mie poesie acuminate come diamanti e bevevo. Certe volte ero talmente sbronza che rotolavo giù dalle scale!”
Resto senza parole.
Intanto siamo ormai arrivati al Duomo. Ci sediamo sopra i gradini, e adesso siamo così tanti che riempiamo mezzo sagrato.
E allora, siccome sono un po’ fuori di testa anch’io, non so perché mi salta in mente di chiedere a questo piccolo popolo triste ed ebbro:
“Ditemi un po’: cosa ve ne sembra dell’Italia?”
A questo punto succede una cosa strana.
Metà si mettono a ridere a crepapelle, metà si mettono a piangere disperati.
E poi succede un’altra cosa più strana ancora.
La metà che prima si era messa a ridere si mette di colpo a piangere, la metà che prima piangeva adesso si mette a ridere.
Intanto Emily Dickinson è riuscita a fare un grande pallone con la cicca.
Lo gonfia, lo gonfia.
Le scoppia in faccia.
“Oh, yeaaaah!” esulta, perché si vede che questa qui è sempre sbronza.

Honoré Daumier, "Fisiologia del bevitore: le quattro età" (1862)








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 23 aprile 2018