Inferno da camera

Lea Barletti



Io sono la custode dell’inferno. Non dell’inferno grande, quello famoso, ma di uno piccolo, un inferno che sta tutto in una camera: un inferno da camera, un inferno minore.
Di questo inferno da camera, io sono la guardiana. Sto lì, davanti alla sua porta chiusa. E’ il mio compito. Non è un bel compito, ne avrei preferito un altro, ma è quello che mi hanno assegnato. Qualcuno lo deve pur svolgere. Ci sono sempre compiti che nessuno vorrebbe svolgere, e c’è sempre qualcuno che vi è costretto. A volte non c’è scelta, mi dicono.
Felici i tempi e i luoghi in cui le porte restano aperte e non c’è nessuno messo a sorvegliarle. Mi dicono. Dunque il mio posto è qui, da questo lato della porta di ferro. Dall’altro lato della porta c’è la camera. Dentro, ci sono degli uomini: credo siano due, ma potrebbero essere di più. In ogni caso, sono sicuramente almeno due. Gli uomini sono nudi. Io non li ho mai visti, ma immagino che lo siano. Io ho sempre visto solo i loro piedi, e i piedi sono nudi.
Per la verità ho sempre visto solo i piedi di uno di loro, ma so che c’è un altro. Un altro prigioniero.
Il pavimento della camera è una grata di ferro, come il pavimento di un mattatoio. Io non ho mai visto il pavimento di un mattatoio, ma lo immagino così: ricoperto da una grata, per permettere al sangue e agli altri liquidi fisiologici di scorrere via. Affinché non stagnino. Da sotto la grata escono delle fiamme, come se la grata fosse la griglia di un grande barbecue. Lo dico per rendere l’idea, ma so bene che ci sono alcune idee che non si possono rendere, e questa è una di quelle. Comunque.
Io sono lì - qui - da questa parte della porta chiusa, fuori dalla camera, o cella, o camera di tortura, come vogliamo – vogliamo? - chiamarla.
Non sono libera di andarmene. E non posso neanche aprire la porta della camera e liberare gli uomini che vi sono rinchiusi. In ogni caso non so neanche perché vi siano rinchiusi, se devono scontare una pena per qualcosa che hanno fatto, o se sono lì per propria – libera?- scelta. L’unica cosa che posso fare, ogni tanto, è entrare nella stanza. È quello che faccio tutte le volte che ne ho la possibilità: apro la porta e faccio un passo all’interno. Appena entro le fiamme si abbassano fino a spegnersi, come risucchiate dalla grata. Per questo, io entro ogni volta che posso. Ma subito dopo, quasi immediatamente, devo uscire e richiudermi la porta alle spalle. Giusto il tempo, entrando, di vedere sulla grata i piedi nudi di uno dei due uomini. E le fiamme, che fino ad un attimo prima le avvolgevano, ritirarsi tra le sue dita. Quando entro nella camera, io guardo in basso: non alzo mai lo sguardo per vedere gli uomini in faccia. È per questo che ne vedo sempre e solo i piedi. Dalla posizione dei piedi so che uno di loro è seduto. Dell’altro uomo non so nulla: i suoi piedi non entrano mai nel mio campo visivo, ma so che c’è, ne intuisco la presenza. Io entro, e vedo le fiamme ritirarsi tra le dita dei piedi di un uomo. Questo è tutto.
I piedi devono bruciargli in maniera intollerabile - intollerabile? - eppure non si muove: non li solleva per cercare sollievo, li lascia lì, fermi sulla grata. Io sono come ipnotizzata da questi suoi piedi e dalle fiamme che li lambiscono e poi improvvisamente e rapidamente si ritirano per effetto del mio ingresso. Che deve essere un sollievo, dunque. Eppure l’uomo dai piedi in fiamme non dice niente: non si muove lui, non si muovono i suoi piedi, e non dice niente. Non mi afferra per un braccio – ma lui le ha, le braccia? - non mi prega di restare più a lungo, di non andarmene, di non chiudere più la porta alle mie spalle. E anche l’altro, di cui non vedo i piedi ma di cui avverto la presenza, non dice nulla. Anche lui non si muove.
Io allora esco dalla camera, e mi chiudo la porta alle spalle. E’ una porta pesante, di ferro.
Io la chiudo e so che in quell’istante le fiamme riprendono a bruciare.
Io resto lì, per un attimo, forse lungo o forse no, ferma, in piedi, con le spalle alla porta. Non penso a niente: il calore della stanza mi ha disfatto i pensieri: resta solo l’immagine di quello che ho visto impressa sulla retina. Quello che probabilmente non avrei dovuto vedere ma ho visto: dei piedi umani tra le fiamme.
Io a volte mi giro e appoggio la fronte alla porta di ferro. La porta è calda, o è la mia fronte che è calda. Magari ho la febbre, perché la porta, anche se di ferro, credo sia fatta apposta per isolare dal calore: probabilmente, ha uno strato di materiale isolante all’interno. Non so. Io credo che sia l’immagine delle fiamme che escono dalla grata e avvolgono i piedi dell’uomo, credo che sia quell’immagine a trasmettere il suo calore alla mia fronte direttamente da dentro, dalla retina, dal cristallino. Da dentro. Da dentro gli occhi.
Io resto così non a lungo: appena possibile, dato che il mio ingresso nella camera fa scomparire le fiamme, apro la porta ed entro di nuovo. Mi dico: sarà un sollievo, almeno - almeno?- Ma non è che ci pensi tanto, lo faccio e basta, tutte le volte che posso. Ogni volta, però, prima, devo aspettare che le fiamme riprendano vigore. E’ un ritmo: il ritmo che mi comanda, il ritmo a cui sono costretta: fiamme-pausa-fiamme-pausa-fiamme-pausa-fiamme-pausa-pausa-

P A U S A

È una danza di cui conosco i passi: la danza della colpa. Ci sono persone che senza colpa non sono nulla, solo delle vittime. E ci sono persone che con la materia della colpa costruiscono il proprio scudo. Per non suscitare compassione, che è il colpo di grazia che finisce le vittime.
Io ho bisogno di essere colpevole. La compassione è una ferita infetta. Le mani compassionevoli, il sostegno, la cura, trasmettono una malattia contagiosa. La ragnatela della dipendenza, una richiesta di sottomissione: consegnati a me!
Il compassionevole: fuggirlo. Perché di nessuno si può avere impunemente compassione se non di se stessi e della propria mancanza. A meno che non si sappia che la ferita che si pretende di curare esiste proprio perché noi si possa curarla. Che c’è altrettanta necessità nel colpo quanta nella cura.
Da bambina mi slogavo spesso la caviglia destra. Erano slogature violente, e spesso era necessaria l’ingessatura. Con la gamba ingessata fino al ginocchio, rifiutavo qualsiasi aiuto. Niente mi umiliava di più che l’improvvisa sollecitudine che suscitavo negli altri: quel vischioso impulso ad aiutarmi, lo sentivo schizzarmi addosso come un insulto, un insulto alla mia integrità emotiva, prima che motoria. Non sapevo ancora che era solo questione di tempo e a quell’integrità non avrei più potuto appellarmi: la compassione mi avrebbe presto corrotto, e avrei imparato a rivolgerla contro qualcun altro.
Non sapevo ancora che è inevitabile lasciarsi curare, come è inevitabile lasciarsi ferire. E che altrettanto inevitabile è ferire.
Io prego: chiedimi il colpo, chiedimi la ferita, chiedimi il dolore. Fammi colpevole. Chiedimi di lasciarti bruciare in un inferno piccolo quanto una camera da letto. Chiedimi di assumermi la colpa, così che io non possa più andare via, e resti per sempre davanti alla porta dietro alla quale bruci: ogni giorno davanti al tuo inferno minore, il tuo inferno da camera. Chiedimi di danzare la danza della colpa, al ritmo della tua dipendenza, del tuo dolore e del tuo sollievo. Non saremo mai più liberi, né tu né io. Io prego così tutte le sere: che il tuo inferno divenga il mio. 









pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 17 aprile 2018