L’indisciplina e la strada

Sergio Baratto



Ho scritto i due brani che seguono nell’autunno del 2008, due anni fa, all’inizio delle proteste studentesche (che allora venivano chiamate "onda anomala"). Entrambi sono entrati a far parte di uno scritto più lungo intitolato "Finché vivi, finché ti è possibile, diventa buono", comparso su Che fare?, il quinto numero della rivista del Primo amore.

Indisciplina

L’indisciplina è come l’ossigeno e come l’acqua. Cos’è il bisogno di indisciplina? Victor Serge: bisogno di assoluto, desiderio di combattere, volontà di evadere. È il grumo di «avversione mista di collera e di indignazione» (ancora Serge), l’urgenza di rovesciare l’ordine mortuario, di scardinare la realtà pietrificata, la vita mummificata, di rompere le righe, di disobbedire agli ordini, alle regole vuote e farisaiche, l’impulso profondamente umano a gettarsi fuori dalla carreggiata: Dostoevskij fa dire all’uomo del sottosuolo: «Vien voglia ogni tanto di buttarsi fuoristrada». Il bisogno di rispedire al mittente qualsiasi biglietto d’ingresso a qualsiasi paradiso imposto, il rifiuto istintivo ancor prima che ragionato di soggiacere a un destino eterodiretto, preconfezionato. Il bisogno di sottrarsi, di chiamarsi fuori dalla sclerosi dell’esistenza. Il rifiuto di rassegnarsi. L’incessante moto insurrezionale dell’anima. Il rifiuto di conformarsi. Il rifiuto di accettare l’inaccettabile. Il rifiuto di non credere a nulla, di credere nel nulla. L’irriducibilità all’orizzontalizzazione, all’appiattimento.

Scendere in strada

L’indignazione non basta, da sola serve solo come materia per arringhe da bar. Devo cogliere ogni occasione per agire. Sfruttare ogni spazio per lottare contro le ingiustizie anche nelle piccole cose, negli interstizi quasi invisibili della vita quotidiana, e nello stesso tempo non smettere di pensare in grande, perché sono grandi i problemi dell’umanità e i danni che si infligge. Devo imparare a intervenire con cortesia e fermezza ogni volta che la situazione lo imponga. Se c’è necessità che io faccia massa con il mio corpo in marcia, farò massa e marcerò. Se la mia voce servirà ad amplificare l’insopportazione e a trasformarla in grido di ribellione, metterò la mia voce. Il mondo, in verità, è pieno di occasioni per mettere alla prova l’odio e l’amore. Ogni giorno ci insegna che niente è immobile e che la rassegnazione con cui ci si dice che i giochi sono chiusi è un reato di favoreggiamento. Mentre termino di scrivere queste righe, in Italia cresce la protesta contro la distruzione della pubblica istruzione voluta dal centrodestra. Di nuovo, come altre volte nei momenti più agitati e fertili della nostra storia, giovani uomini e giovani donne spuntano dal nulla, occupano le università e le piazze, prendono la parola e gridano una frase che da sola è uno sputo in faccia a tutta la propaganda terrorista: «Noi non abbiamo paura». In un paese in cui i politici e i mezzi d’informazione fomentano la paura collettiva che serve loro per continuare a sopravvivere, è come urlare che il re è nudo: il culmine dell’eresia, la verità scomoda scaraventata sul muso. In un paese in cui il potere si serve del manganello, della tortura in caserma e all’occorrenza del proiettile per reprimere il dissenso, è un atto di coraggio al cui confronto le stronzate sull’onore e l’ardimento care ai fascisti riacquistano le giuste proporzioni: infime. È la fine di ottobre del 2008, non so dire cosa sarà di questo movimento, se mai il fronte della protesta si allargherà ad abbracciare tutta l’immonda precarietà della vita cui il potere politico ed economico ha condannato le nuove generazioni, se le minacce di violenza di stato basteranno a spaventare, a calmare le acque, o se verranno messe in pratica e i dissenzienti finiranno massacrati di botte dai loro padri e dai loro fratelli in divisa. Comunque vada, una cosa è certa: persino la palude più stagnante nasconde flussi sotterranei, ribollimenti, risucchi. Gli insetti ronzano, l’erba cresce. Tutto può ancora essere.
Non so nemmeno se un altro mondo sia possibile. So che mi vergognerei di me, se non tenessi questo sogno o miraggio come stella polare del mio cammino.








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 17 dicembre 2010