La letteratura circostante

Gianluigi Simonetti



Oltre il Novecento

All’inizio di aprile è uscito per il Mulino La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea, di Gianluigi Simonetti. Analizzando centinaia di opere apparse tra anni Novanta e anni Zero, e muovendosi in modo fluido tra romanzo, poesia e ‘altre scritture’, La letteratura circostante mira a due obiettivi principali. Primo, delineare una storia delle figure retoriche più significative degli ultimi trent’anni; secondo, azzardare un’interpretazione unitaria della scena contemporanea. Pubblichiamo il sesto paragrafo dell’Introduzione, ringraziando l’editore per avercelo permesso.


[…] Il campo letterario italiano, e occidentale in genere, è passato da un complesso di superiorità a uno di inferiorità nei confronti della mediasfera. Dall’impressione generale, a lungo coltivata, di godere di un primato culturale ed estetico sui linguaggi artistici ed estetici concorrenti, all’impressione per la quale i linguaggi audio-visuali diventano egemoni – mentre sono proprio i letterati a sentirsi sempre meno visibili socialmente, e quindi meno sicuri di sé.

Questo non vuol dire che all’inizio del millennio la letteratura sia morta o stia morendo. A trovarsi in forte difficoltà è semmai un certo tipo di letteratura e un certo tipo di scrittore, che definirei appunto di «stile Novecento», riciclando stavolta una categoria del disegno d’interni e dell’arredamento. Ma certo rispetto al secolo scorso risultano specialmente mutate, nel nuovo millennio, la posizione che la letteratura occupa nella società e l’uso che della letteratura fanno gli attori sociali.

La posizione, innanzitutto. Nello scaffale simbolico in cui è ordinata, la letteratura che conserva gli spessori e le ambizioni di una volta diventa sempre più un prodotto di nicchia, in senso merceologico. Come tutti i prodotti di nicchia, occupano una posizione magari prestigiosa – anzi, sicuramente prestigiosa – ma altrettanto certamente defilata e circoscritta, rivolta a una comprensione d’élite. Letteratura contemporanea in senso forte non smette certo di essere scritta, però è sempre più destinata ad una parte molto ristretta della popolazione, ad un tipo specifico e minoritario di lettore forte (in Italia, non più di qualche decina di migliaia di individui). La crisi delle centrali educative tradizionali – scuola e università – contribuisce a toglierle ossigeno, cioè lettori in grado di apprezzarla o anche soltanto di riconoscerla come forma di sapere trascendente: fuori dalla nicchia, la grande letteratura si scioglie nella comunicazione, nell’informazione, nelle contraddizioni dell’istruzione di massa.

In secondo luogo, sta mutando l’uso che si fa della letteratura. Se è vero che la letteratura in senso forte è sempre stata una miscela di piacere e di scoperta, è altrettanto vero che oggi è sempre meno socialmente intesa come strumento di esplorazione e accertamento. Ogni vera conoscenza letteraria, l’abbiamo visto, presupponeva «una volta» una certa dose di rischio: che fosse una lacerazione, una cessione o almeno una sospensione del sé. Di fatto, la letteratura contemporanea è diventata, per milioni di lettori, niente più che un passatempo (diverso il discorso per i classici, che per senso di colpa tendiamo a caricare di responsabilità di bellezza e di senso perfino eccessive). Un passatempo meno tecnologico e versatile di altri, ma al tempo stesso più nobile: rispetto ad altre forme di distrazione, la letteratura presenta infatti il vantaggio non trascurabile di far sentire più intelligenti, più buoni, più rispettabili socialmente.

Si profila qui una contraddizione tra i parametri di profondità, e serietà, con cui si misurano tradizionalmente le opere di cultura, e la dimensione di superficialità, e leggerezza, che siamo soliti attribuire allo svago. E a partire da questa, le contraddizioni potrebbero moltiplicarsi. Per esempio, la grande letteratura moderna si è spesso distinta per il suo dire di no alle magagne dell’individualità e della società borghese. Ma può un passatempo dire di no? E cosa resta, oggi, di quell’individuo, e delle sue magagne? Il sogno dell’industria culturale odierna consiste probabilmente in un’opera che risolva questa e altre contraddizioni sostituendo l’aspirazione moderna a un’arte come un infinito possibile, onnicomprensivo e antagonista, con quella, più terra terra, a un molteplice concreto, il più possibile accogliente, adatta ai bisogni del mondo globale e del suo azionista di riferimento, l’individuo di massa, sorta di «persona pubblica autonoma» che ha voglia di specchiarsi molto più che di conoscersi. In termini editoriali ciò significa puntare su una scrittura come svago smart e consensuale, prodiga di informazioni e rassicurazioni identitarie; aggiornata e aggiornabile, come un profilo in un social network. Una scrittura che intrattenendoci ci istruisca su qualcosa di generico e che se possibile ci faccia sentire migliori (se la letteratura non riesce a essere un piacere, che sia almeno un dovere, cioè un obbligo assolto con merito, un dovere civile e culturale cui non ci si è sottratti). L’arte, comunque, non importa che scavi; importa che scivoli e permetta di evadere (esotica nella forma, se non proprio nel contenuto): se quello che conta è la capacità di un’opera di creare legami in orizzontale, è inevitabile che cada l’attenzione per quel lavoro in verticale che a lungo è stato prerogativa della letteratura. Senza dimenticare che talvolta è la stessa letteratura cosiddetta di ricerca a cercare una vacanza programmatica dalla profondità: è il caso di molta poesia italiana recente, concentrata a esplorare le superfici del mondo contemporaneo in polemica esplicita con ogni ipotesi di trascendenza e intraducibilità.

Ma al di là dei paradossi della letteratura di ricerca, quel che succede, sotto i nostri occhi, è che bassa temperatura stilistica, incerta padronanza formale, stereotipia, scarsa coerenza strutturale e logica – quelli che abbiamo identificato come aspetti tipici delle scritture di genere – possono, anzi devono, affacciarsi anche ai piani alti della poesia e del romanzo. Le due letterature a cui una volta eravamo abituati – e che abbiamo descritto nel secondo paragrafo di questa introduzione – tendono oggi a diventare tre. Ed è questa terza, oggi, a guadagnare soprattutto posizioni e lettori, non solo nel grande pubblico ma anche tra le cosiddette élite, e tra i lettori forti. Una scrittura via-di-mezzo, né puro consumo né sfida culturale, ma piuttosto «nobile intrattenimento» – come ho sentito definirla, durante una conversazione privata, dal funzionario di una importante casa editrice italiana, persona intelligente e abile scrittore in proprio.

Questa narrativa via-di-mezzo (che identificheremo meglio nel terzo capitolo) può all’occorrenza nutrirsi di impegno civile e alibi culturali, ma al dunque stringe alleanze spontanee con altre forme di intrattenimento mediocre, più imperialistiche e più easy. Oggi risulta in posizione egemone. Ecco perché nella letteratura circostante, come in molto cinema e in moltissima tv, la mediocrità stilistica non è sempre l’esito imprevisto di un fallimento progettuale. Spesso è l’offerta più ragionevole – e più democratica – a una specifica domanda di cultura media.








pubblicato da l.cristiano nella rubrica in teoria il 17 aprile 2018