Graffiti a New York, primo virus d’arte urbana

di Silvio Bernelli



Certe opere hanno lo strano potere di riaffiorare improvvisamente dal passato come sottomarini fantasma. Si tratta di lavori misteriosi, spesso ritenuti perduti, la cui esistenza è stata affidata per decenni soltanto a un passaparola sotterraneo. È questo il caso del documentario Stations of the Elevated, girato da Manfred Kirchheimer nel 1977. Scomparso per quarant’anni, restaurato nel 2014 per una proiezione al New York Film Festival, Stations of the Elevated è stato presentato in anteprima europea al Sotto18 Film Festival & Campus di Torino. Il merito va al regista Enrico Bisi, curatore della sezione hip hop della rassegna 2018 dedicata alla cinematografia per ragazzi (e non solo).

Luogo delle riprese di Stations of the Elevated è la New York devastata del Bronx, gli scorci anonimi di Harlem e del Queens, il sinistro carcere di Napanoch appena fuori città. Soggetto: i treni sulle sopraelevate della metropolitana ricoperti dai lavori dei primi graffitisti. Tra questi, alcuni diventeranno famosi come Lee, Fabulous Five, Shadow, Daze, Kase, Butch, Blade, Slave, 12 T2B, Ree, Pusher.

Il documentario di Kirchheimer è fondamentale perché fotografa agli albori un movimento artistico estremo che si sarebbe poi diffuso in tutto il mondo. E poi, fatto ancora più importante, Stations of the Elevated è il primo film a immortalare opere usa-e-getta, pensate per bruciare la loro creatività come abbaglianti meteore urbane. All’epoca infatti, ai graffiti sui treni di New York non veniva riconosciuto alcun valore artistico. Non solo. Ritenuti agenti patogeni di un disagio trasportato dai ghetti fin nel cuore di Manhattan, venivano cancellati alla prima occasione.

Alcuni dei pezzi presenti nel documentario appaiono grezzi, manifestano più il desiderio di lasciare testimonianza che non di creare arte; in altri sono invece già evidenti gli stilemi del writing maturo: la maestria nell’incastro delle lettere che compongono le scritte, un tocco che risulta selvaggio eppure raffinato nella scelta di forme e colori, e infine l’abilità di far interagire i graffiti con gli elementi del treno; finestrini, porte, maniglie. Così il vagone della metropolitana non è più un mero supporto quanto un elemento che impone la sua tridimensionalità all’opera.

Inoltre, ed è questo l’aspetto che più aveva affascinato Kirchheimer, questi lavori a grande impatto visivo dialogavano con la città attraversata dalle linee della metropolitana, portando colore provocazione, voglia di vivere e fare arte anche nei distretti sub-urbani nei quali l’unica realtà possibile sembrava il collasso, la distruzione. A questo proposito è illuminante la sequenza del treno che porta per il Bronx desolato la scritta “Earth is hell”.

Inseguendo i treni nel loro viavai per la città, e spesso confrontando la forza dei graffiti con il rassicurante, ancorché acerbo mondo dei cartelloni pubblicitari anni ’70 (molti realizzati a mano), Kirchheimer produce un film che si rivela un irripetibile documento d’epoca e anche un’esperienza psichedelico-catatonica. L’unico impegno richiesto allo spettatore è lasciarsi andare al flusso delle immagini, reso ancora più ipnotico dallo sferragliare dei treni e dalla colonna sonora firmata dal grande Charles Mingus.

Per farne esperienza, basta acquistare il dvd di Stations of the Elevated ora facilmente reperibile su internet. Pare proprio che il sottomarino inabissatosi a New York quarant’anni fa sia riaffiorato per restare.








pubblicato da s.bernelli nella rubrica arte il 11 aprile 2018