La città di Stammerda

Pietro Dell’Acqua



In questo periodo dell’anno moltissime visite guidate, sconfinate moltitudini di genti straniere sconfinano nella nostra splendida terra del Nord, quasi tutte per andare a Stammerda, che non è la capitale, bensì la città più sviluppata e rappresentativa del nostro benessere socio-tekno-etik-economico.

In questa città non troverete nulla se cercate i soliti ruderi di qualche millennio fa per farci la foto ricordo o se cercate le imbrattature di qualche pittore o affrescatore più o meno noto ai più. Senza timore di smentita si può dire che in tutta Stammerda non c’è un solo segno che faccia pensare all’arte. Anzi essa è bandita come pericolosa forma di sublimazione che distrae dalla contingenza e come atto di superbia, artigianato che s’è montato la testa. All’ingresso della città il turista troverà una targa dove compare un monito al riguardo:

Come spiegherete
al visitatore dell’Avvenire
che verrà e avrà i suoi occhi
a dell’Universo il finire
che i nostri non eran pastrocchi
ma eterna arte?

Nonostante tutto, c’è sempre qualcheduno, che evidentemente non comprende molto bene il messaggio, che dice «ma che bella poesia!» e prova a mettersi in posa per farci una foto accanto, prima di venire arrestato dalle guardie. Quella che voi forestieri chiamate intolleranza, attribuendole un’accezione così negativa, noi l’abbiamo rispolverata, l’abbiamo rinominata tolleranza zero e in men che non si dica è diventata un valore fondante della nostra società. Le norme, anche le più recenti e all’apparenza insignificanti, non possono essere mai trasgredite. Chi viene nella nostra splendida terra lo deve sapere, prima di intraprendere il viaggio. Noi consigliamo di effettuare un breve periodo di addestramento, altrimenti il salto tra i vostri stati incivili e il nostro può risultare traumatico, può capitare di passare tutte le vacanze in cella.

L’urbe è divisa in quartieri residenziali, a cui si può accedere solo se si appartiene all’opportuna fascia di censo, si parte dalle baracche fino ad arrivare alle megaville e non c’è limite al meglio, in quartieri commerciali, dove con periodica regolarità si alternano negozi di fornaio, di abbigliamento, di orefice, di arrotino, di cartolaio, di pasticceria, di ferramenta, di menta, di chincaglierie, di lingerie ecc, in quartieri dedicati al tempo libero, con parcogiochi, circoli di scacchi e corsa nei sacchi, altri a luci rosse, con offerte mensili, scontate dal venti al cinquanta percento, per venire incontro a sodomiti e pederasti, che possono trovare la fanciullezza e la carne più tenere, trans e lesbiche e via via fino ai pochi superstiti eterosessuali senza nessun pervertimento o devianza di sorta, se si esclude quella di andare a mignotte, ma da noi, che abbiamo abbattuto tutte quelle mura moralistiche che non consentivano all’individuo di parlare, inculare ed eiaculare liberamente, non è considerata tale.

Ovviamente parlare liberamente va opportunamente inteso all’interno del quadro normativo vigente. Non si deve pensare che, poiché si può dare libero sfogo alle istanze del birillo, allora vale l’invito «se ti viene in mente un pensiero, dillo». Esiste il reato d’opinione. Ognuno può discorrere usando tutti quei ragionamenti e argomenti che siano stati approvati – l’elenco è vastissimo – e ha licenza di assemblarli liberamente, senza però esprimere idee nuove, che può pronunciare, questo vale sia per un dialogo pubblico, sia per uno privato, solo dopo aver ricevuto il nullaosta ufficiale. Sarà per carenza d’ingegno, come sostengono alcuni oppositori, o per sana abitudine, come si oppongono i sostenitori, comunque quasi nessuno si accorge di avere delle barriere al proprio sproloquiare. Anche l’umorismo è ben vivo dalle nostre parti; c’è una spassosa parodia della nostra città e delle sue usanze che viene fatta prendendo in giro l’immaginaria città di Amsterdam – altro non è che un fantasioso anagramma di Stammerda – situata, pensate l’ingegno dei nostri satiri, in un territorio al di sotto del livello del mare.

Dopo essersi perso nei numerosi spassi, il visitatore non potrà evitare di fare due passi presso la tappa obbligata di ogni viaggio a Stammerda: l’inceneritore. Esso sorge in un’area piuttosto periferica, una nube si alza notte e giorno verso il cielo, fornisce energia a tutta la città. La tecnologia ha fatto passi da infante, riusciamo a ricavare enormi quantità di energia dalle cose più impensabili. La materia prima più ricca è costituita certamente dai lavoratori dismessi, oramai inutilizzabili, che all’estero vanno in pensione causando scompensi al bilancio nazionale, mentre da noi vengono bruciati vivi, secondo uno studio hanno una resa migliore rispetto ai morti, i quali oltretutto comportano la problematica della conservazione in magazzini speciali. Altre materie prime, che contribuiscono in maniera secondaria al fabbisogno energetico, sono i neonati non voluti o deformi, la spazzatura, dischi e libri – è incredibile quanto si riesce a tirar fuori da un solo scaffale di quella roba – e poi i ragazzini che a nove anni prendono la patente, per qualche anno corrono aggrappati al volante, senza vedere la strada, e poi arriviamo noi a raccogliere cadaveri e lamiere e buttiamo tutto dentro l’inceneritore.

A tutti gli abitanti di paesi stranieri che leggendo queste righe hanno ripetutamente scosso la testa, ritenendo inadatti i nostri costumi o guasti i nostri comportamenti, sappiano che tutti i re, i presidenti, i parlamenti della Terra si ispirano a noi, aspirano a edificare una società come la nostra, e confidiamo che prima o poi ce la faranno.


Gli ultimi libri di Pietro Dell’Acqua sono pubblicati da Mincione Edizioni: Jo va a nanna e, con lo pseudonimo di Peter Water, Black Jack.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica racconti il 10 aprile 2018