La Pece – parte quarta

Tobia Iacconi



La Pece è un romanzo a puntate, un Gioco di Luna, una Fiaba Epidermica. Questi sono gli episodi precedenti:

La Pece – parte prima
La Pece – parte seconda
La Pece – parte terza
La Pece – E torneremo a dibattere, a tempo debito, di Eutanasia
La Pece – A.R.S.P.O.E.T.I.C.A.

Le illustrazioni stavolta sono pescate dall’universo dei Mondi d’Aria di Andrea Volpi, compagno di vita la cui esistenza è divisa tra Pisa, Parigi e Reykjavík. Sono incubi galleggianti, spugne cancerose, pietre vuote di una leggerezza inquietante. Galassie disabitate, cuori ossei e porosi, ombre topologiche sfibrate e disidratate. Sono corpi cosmici in agonia. Come ogni altra cosa.


La Pece – parte quarta

A Tess, domatrice di gatti. Bambine di ogni tempo, fate come lei. Trattenete le lacrime, stringete forte i pugnetti, guardate in cagnesco. Siate rabbia e amore e smorfie e capelli buffi. Abbiamo bisogno di voi.
Non abbiamo mai avuto dubbi: il mondo è sempre uguale al mondo e il tempo è una grinza incartapecorita su se stessa – la varietà non è che un’immensa distrazione microscopica. Eppure, stavolta, qualcosa non va, il cerchio non quadra. Il giochino sembra rotto, la trottola scarta di lato e sputazza scintille e anomalie alle quali, da secoli, non siamo abituati: HannaH odia le storie, e poco fa ci ha chiesto di raccontarle una storia; HannaH odia le bambine, ma ci ha appena confessato di volerne una. E adesso, mentre se ne sta nascosta nelle lenzuola per via di quella figlia che non avrà mai, segregata nel suo stupido utero di poliestere, si mette persino a cantare: HannaH odia la musica sopra ogni altra cosa e non l’abbiamo mai sentita fare una cosa del genere. Sempre che si possa definire canto quella raucedine tubercolotica che le rantola fuori dalla gola. Se ne sta là sotto chiusa come una conchiglia arricciata e intona una nenia autistica e infantile. Una frase oscura e spezzata, ripetuta ossessivamente, una melodia abortita, macabra. Le chiediamo il permesso di entrare nelle lenzuola. Nessuna risposta. Le chiediamo il permesso di entrare nelle lenzuola, le chiediamo per favore. Nessuna risposta. Le chiediamo per favore, la preghiamo, le chiediamo scusa, la carezziamo dolcemente. Nessuna risposta. HannaH è altrove. I suoi occhi hanno chiuso le palpebre come due pesanti portoni di carne pallida, lasciando noi fuori, nel freddo, negli spazi opachi dove le cose non esistono. Aiutati dal silenzio, finalmente, riconosciamo le parole di quella filastrocca sfibrata: si tratta di un palindromo latino di quelli che HannaH utilizzava quando l’abbiamo conosciuta. Ancora quella ridicola, insopportabile malattia che si ripresenta ogni volta che le cose non vanno come aveva previsto. Il suo nascondiglio sicuro, il rifugio spastico e consolatorio in cui si barrica quando la pappa non le piace. Come se questa pappa potesse piacere a qualcuno. In qualunque mondo, in qualunque tempo. Sentiamo sciogliersi un tuorlo caldo d’Odio, di nuovo ci viene voglia di farle male. Di morderle i denti con i denti. Di picchiarle la pancia, di torcerle le dita. Di farla soffrire per qualcosa di vero, per un dolore reale. Ma sarebbe inutile. Le sue ferite sono vere. E il suo dolore è reale. In un modo che nessuno potrà capire mai. Ai tempi dell’Università Sabbatica – gli anni della sua malattia – credevamo che grazie alla sua folle visione del Tempo HannaH riuscisse a esorcizzare ogni tipo di paura: se il Tempo scorresse indistintamente in tutte le direzioni, non sarebbero forse nascita e morte parti uguali e complementari dello stesso spasmo? Di quale gioire, se non di entrambe? E, parimenti, di quale disperarsi, di quale avere terrore? Come in un palindromo, nel cui esordio è mimetizzata la fine, la nascita è custode del segreto della morte di ognuno di noi: la morte è già con noi al primo respiro: cambiata di segno, rovesciata: nascosta. E, nella morte, nasciamo nel tempo opposto, con Dolore e Dolcezza, con la stessa crudeltà, lo stesso Amore. La materia, la materia che amate e desiderate, la materia di cui vi considerate composti, la materia di cui vi considerate esempi straordinari e semidivini, quella materia non è che Tempo immobile, condensato, incatenato. La massa è la prigione del Tempo. È la sua tortura atroce, la sua maledizione. E la vita, la massa viva, è la sua condanna definitiva: solo ciò che è vivo ha la presunzione di distinguere, di contare, di giudicare, di dividere il prima dal dopo, il futuro dal passato, la vita dalla morte. Ma la materia, che è Tempo, non ha direzione. Perché, perché il Tempo dovrebbe averne una? Se da una parte non incontrammo particolari difficoltà nello smontare la struttura illogica di quelle malsane elucubrazioni da principessa della belacqua, dall’altra ci rendemmo conto di aver creato un vuoto – e di non sapere come colmarlo. Sapevamo solo che quelle erano tutte fandonie, ma non sapevamo perché lo fossero – e non avevamo idea di come stessero le cose in realtà. Che certezze avevamo, noi? Da quale sommo pulpito ci permettevamo di professare la nostra sicurezza, la nostra logica impomatata, la nostra razionalità maniacale? Noi, cavalieri della sconfitta. Noi, baluardi della deflagrazione e del fallimento, noi, devoti cantori del Dolce Far Niente. Come potevamo strapparle dalla carne quelle sicurezze che indossava come un’armatura e lasciarla nuda, convalescente e vulnerabile alle ferite del tempo, alle mostruosità sociali, ai demoni di Stato? Nel momento esatto in cui capimmo che avremmo dovuto curarla, realizzammo la gravità della situazione: eravamo malati anche noi. Adesso, barricata nelle lenzuola per colpa della figlia che non avrà mai, protetta dal suo stupido utero di poliestere, nel tremore liquido della fiamma della candela, HannaH canticchia un palindromo latino e ci tiene fuori dalla sua esistenza. Le chiediamo, rassegnati, per un’ultima volta, le chiediamo il permesso di entrare. Lei smette di cantare e tace a lungo. Poi, quando meno ce lo aspettiamo, sussurra: sarebbe stata bellissima. Non farlo, pensiamo. Dice: avrebbe salvato il mondo. Non farti questo, pensiamo con vergogna. Dice: ho bisogno di un orgasmo. HannaH. Alziamo le lenzuola e scivoliamo sotto come un branco di serpenti rossi. Prima che possa fermarci le afferriamo le caviglie e le divarichiamo le gambe. La sua piccola fica si apre come un fiore umido e inizia a pulsare. HannaH apre gli occhi gialli e ci guarda con odio. Il suo cuore accelera e a ogni battito la sua fica sussulta. Prova a raggiungerla per masturbarsi ma le blocchiamo la mano. Lei geme e ci guarda con odio. Non la tocchiamo, non le permettiamo di toccarsi. Non c’è niente che la ecciti quanto l’attesa. La sua fica si bagna, si apre e si chiude, sgocciola, le piccole labbra si schiudono e mostrano la sua umida ferita, la carne lacera sussulta con odio, lei ci guarda con amore e lacrime, si bagna e si apre, si gonfia, si bagna ancora di più. HannaH respira forte, ci guarda con odio, soffia, digrigna, chiude gli occhi gialli, li riapre più forte, più gialli di prima, ci guarda con odio, con amore: allora si afferra le gambe e le apre più che può, all’indietro. Chiude gli occhi, si morde le labbra, tira fuori la lingua. Ci avviciniamo, stando attenti che niente le sfiori la fica: deve rimanere elettrica, tesa e impregnata di luce bagnata. Le nostre lingue si attorcigliano cariche di saliva. HannaH morde e bacia e sputa in bocca. Le lecchiamo i denti, gli occhi, le labbra, il collo. Le lecchiamo la lingua. Le azzanniamo la gola, le graffiamo la schiena, le cosce, le ascelle. HannH sta per esplodere, alza il ventre in cerca di qualcosa, qualsiasi cosa che le tocchi la fica e che la faccia detonare. Ma non le facciamo trovare niente. Smettiamo di baciarla e la lasciamo impazzire mentre la nostra carne diviene pietra. Poi, con precisione, iniziamo a farle colare tutta la saliva che abbiamo sul clitoride, come albume crudo. HannaH ha uno spasmo elettrico, si tappa la bocca con entrambe le mani come in preda a una vergogna che non proverà mai, gli occhi gialli spalancati e iniettati di sangue. È il momento di farsi da parte: Mentre ci masturbiamo accanto a lei, HannaH si devasta il clitoride fradicio passandoci sopra con forza e velocità due dita accoppiate. Il burro schizza e sbatte ovunque su di noi. Il volto trasfigurato, gli occhi ribaltati verso il cielo polare, il clitoride arrossato e gravido, dal profondo della carne le cresce un grido animale. La Stanza si riempie del suo orgasmo. La candela si spegne, i tremori le sopravvivono. Un montone, una brocca, una falce e una Luna. Non è tutto: c’eravamo anche noi. Noi non eravamo che gli ultimi strascichi, un’onda lunga e scaduta, di ciò che si sarebbe potuta confondere, in altre circostanze e con altri tipi di sensibilità, per una famiglia. Gli ultimi errori, le ultime falsità: l’eco di una normalità tanto esibita quanto farlocca. Per tutta la durata della nostra infanzia scartavetrata, fatta eccezione per nostro fratello e nostra sorella, nessun essere umano ci ha mai considerati speciali. Nessuno pareva accorgersi di noi. Quando nostra madre stava per partorire, i medici si accorsero che la sua fica non funzionava più come avrebbe dovuto e le dovettero squartare il buzzo: ci tirarono fuori con la forza. Il più brutale degli esordi. Prima della nostra nascita, prima che sulla vita colasse il grigio, nostra madre non era stata una cattiva madre. La domenica, alle volte, quando nostro padre usciva con gli amici per guardare il campionato, riempiva la vasca da bagno di acqua bollente, spuma di gelso e miele, si spogliava interamente e vi si immergeva con nostra sorella e nostro fratello per ore, fino a quando la pelle non si riempiva di grinze. Li strofinava con cura mentre loro costruivano castelli di schiuma e creavano bolle di sapone soffiando negli incavi tra le dita. Ma era sotto al pelo dell’acqua che avvenivano le magie più straordinarie: se rimanevano immobili per qualche istante, la pelle a poco a poco s’andava ricoprendo di una miriade di minuscole bollicine d’aria, che divenivano miliardi nei punti in cui i corpi erano ricoperti dalle pelurie. Allora, di volta in volta, sul pube di nostra madre si creavano meravigliose città sottomarine incastonate negli oceani, civiltà perdute di vetro e ghiaccio, immensi castelli d’avorio cosparsi di brina che si ergevano al centro di sterminate foreste di querce bianche, galassie di pianeti di aria sospesi in cieli di abisso e acque primordiali. La pelle s’intarsiava di grandi e minuscole storie preziose, interi universi fragili, pronti a dissolversi al più impercettibile movimento. Un’infinità di vite destinate a scomparire in fretta e per sempre. Nostra sorella e nostro fratello se ne stavano ad ammirare quelle eternità imperfette con gli occhi spalancati e felici. E lei, che dava un nome a tutto, li aveva chiamati Mondi d’Aria. E noi, ovviamente, non ne abbiamo mai visto uno. Con la nostra venuta al mondo questa abitudine scomparve per sempre: non è per pudore che nostra madre non si è mai mostrata a noi nuda, bensì per non mostrarci l’enorme cicatrice a forma di X che le avevamo provocato sul ventre. Non abbiamo nemmeno mai visto la vasca da bagno in funzione. A quanto diceva nostro fratello, anni prima c’era stata una grave crisi economica che aveva colpito duramente il lavoro di nostro padre, che da allora ne aveva vietato l’uso per risparmiare sulla bolletta dell’acqua – perché a detta sua era uno spreco bellebbuono, sissignore, una roba da checche e poeti, mentre una bella doccia fredda di primo mattino temprava e svegliava il corpo e andava più che bene. Nostra madre non era un poeta e credevamo non fosse nemmeno una checca – non ci era ben chiaro il significato – ma adorava la sua vasca da bagno: ne aveva sempre sognata una, fin da bambina. Era una delle poche cose che le davano gioia, l’unica che la faceva ridere. E noi non l’abbiamo mai vista ridere; non l’abbiamo mai vista nuda. Ma la parola di nostro padre era legge. È triste: l’unica cosa che abbiamo fatto assieme a nostro padre, è stata togliere a nostra madre la cosa più preziosa che aveva. Nostra sorella, da condottiera dinamitarda qual era, non aveva mai creduto a nostro padre: col tempo si era convinta che ci fosse qualcosa sotto al quel divieto, qualcosa di ben più occulto e misterioso di una semplice crisi economica; credeva che i Mondi d’Aria nascondessero dei segreti che, per qualche oscura ragione, i grandi non volevano rivelarci. Segreti che avevano a che fare col Contagio, con i boschi Pensili di Belacqua, con la morte della Luna e tutto il resto. Aveva una teoria tutta sua, strampalata e bislacca come solo le cose dei bambini sanno essere: se solo fosse riuscita a prendere un Mondo d’Aria e a farne un Gioco di Luna, allora il Contagio si sarebbe finalmente diffuso e ne avremmo viste delle belle. Nostro fratello, che era il più grande, credeva che tutto ciò non avesse senso, che fossero solo storie, storie separate che non avevano niente a che fare tra loro, figurarsi con la nostra storia, che invece era reale, e in quanto tale aveva bisogno di soluzioni altrettanto reali: la lotta, la vendetta, la fuga. Sarebbe come graffiare lo specchio per togliersi il viso, diceva, e noi non abbiamo mai capito che cosa volesse dire, ma eravamo abituati a dargli ragione perché era forte e coraggioso, ed era quasi grande. Eppure. Eppure a volte i bambini vedono qualcosa che i grandi non riescono più a vedere. Perché anche i grandi, bisogna ammetterlo, sono alquanto strani: non vedono più le città di formichine nel vialetto, non vedono più i mostri dentro gli armadi, non vedono più la magia e il gioco e il sogno e quant’è bello sporcarsi, non riescono più a morire per finta e a sbucciarsi le ginocchia, non costruiscono grotte con le lenzuola e non vengono quasi mai arrembati dai pirati il martedì notte. Ad ogni modo, nostra sorella era un osso duro, e una volta che si metteva in testa una cosa ci s’incaponiva tutta e non c’era modo di distrarla dall’obiettivo: avrebbe rimesso in funzione la vasca da bagno e ci avrebbe mostrato i Mondi d’Aria: ce lo aveva promesso: e noi le credevamo. Magari avessimo avuto il suo coraggio e la sua caparbietà. Non le somigliavamo in niente. Da nostra madre avevamo ereditato stretti occhi celesti che nessuno ha notato mai e piccoli piedi di neve fredda da proteggere con calzettoni di lana e spesse coperte. Da nostro padre avevamo ereditato niente, non la forza maschia, non la virile possanza dei polsi, non certo l’ingordigia riproduttiva. Nostro padre sembrava odiare nostro fratello e lo picchiava molto spesso – il più delle volte lo afferrava per i capelli, o per la mandibola, o gli infilava la mano in bocca premendo con i polpastrelli contro il palato superiore, lo alzava da terra e poi lo lanciava più forte che poteva: contro il muro, giù per le scale, o per tutta la lunghezza del corridoio. Nostro fratello soffriva ma non piangeva mai. Nostro padre gli invidiava la giovinezza e ne percepiva le potenzialità, sapeva con certezza che un giorno, non lontano, sarebbe diventato più forte, più bello, più intelligente di lui: un uomo migliore, con un lavoro migliore e una donna migliore al suo fianco; e avrebbe potuto avere, credeva nostro padre, decine, centinaia di donne con cui tradirla: intriganti pallide e rossicce, coperte di lentiggini con occhialini triangolari da segretaria e capezzoli grandi e rosa, negre formose dagli enormi sederi ballonzolanti e grosse fiche di carne marrone, asiatiche vogliose con la topina piccina picciò – il tutto senza bisogno di pagare, senza bisogno dell’immaginazione o di un buon Sabbiatore. Ma, in qualche recondito angolino del suo essere padre, questi motivi di invidia lo rendevano anche profondamente orgoglioso. Come ogni animale che si rispetti. Il suo rapporto con noi era di gran lunga diverso: gli facevamo semplicemente schifo. Non ci picchiava mai, non ci sgridava mai, non ci toccava nemmeno. Raramente ci guardava negli occhi, e sempre, sempre il suo sguardo deluso e annoiato diceva che non eravamo degni di essere la sua prole. Nostro fratello era un minaccioso vanto genetico; noi un’innocua sconfitta biologica. A scuola, a differenza di nostro fratello e nostra sorella, andavamo male. Malissimo. Durante le lezioni di galateo ci addormentavamo sempre, sbavavamo sui taccuini e la maestra ci derideva davanti a tutta la classe; a educazione del fisico nessuno ci sceglieva per la propria squadra e tutti parevano divertirsi a prenderci a pallate di morchia; In Scienza Religiosa e Storia di Io non ci riusciva proprio di imparare a memoria tutte quelle formule e preghiere, e date, e rime, ed equazioni assurde. Le uniche materie in cui eccellevamo erano Astrologia e Mitologia, ovvero due materie facoltative e pressoché inutili. Ma a noi piacevano: per Astrologia avevamo scritto dei temi bellissimi su Orione e sulla Luna – la maestra, dato che nessun abitante della Valle aveva mai visto qualcheduna di queste fantomatiche luci notturne, si chiedeva ogni volta dove reperissimo tutte quelle informazioni; per quanto riguardava Mitologia, i nostri argomenti di ricerca preferiti erano: Crono, perché era simile a nostro padre; Ulisse, perché il suo grande viaggio verso Itaca, lo avevamo capito persino noi che eravamo tonti da legare, riguardava tutto e tutti e si svolgeva sempre e ovunque, in qualunque angolo di qualunque città, nelle immensità celesti come nei microscopici pulviscoli, in ogni mondo possibile e in ogni mondo impossibile; infine il Meraviglioso Bestiario dei boschi pensili di belacqua, dove erano elencate tutte le creature fantastiche che abitavano quelle foreste misteriose che circondavano la Valle e dove nessun uomo aveva mai messo piede: le mastodontiche galline, regine dei cieli sopra il cielo grigio, gli ippogrifi, gli ornitotteri, le lucciole intermittenti che come un bagliore dorato scendevano di notte a far visita alla Città, gli eleganti fenicari (animali straordinari: dopo l’accoppiamento, i maschi, colti da una inspiegabile frenesia rosa, si mettono a strillare istericamente e a volare in direzione del sole fino all’esaurimento delle forze; a meno che, durante il malsano volo suicida, il sole tramonti, o si spenga improvvisamente, o venga coperto da fitte nubi, il fenicaro continua il moto fino all’esplosione del suo stesso cuore. Allora s’infarta e s’arrovescia e, cullato dall’aria, stramazza al suolo stecchito, col becco spalancato e gli occhi fucsia strabuzzati, la lingua a zigo zago rorida di bava), le mandragole, le chimere, le anguille di iuta e nervi arrotolati e i Contagiati, ombre demoniache che forse non erano mai esistite; senza dimenticare, ovviamente, il fiore all’occhiello della Mitologia della Valle, i lupi mannari: i leggendari e terribili Misantropi.


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pubblicato da t.iacconi nella rubrica racconti il 5 aprile 2018