Nella foresta

Tiziano Scarpa



Da aprile 2016 a marzo 2017 sono stato invitato in una residenza artistica nell’Internationales Künstlerhaus di Villa Concordia a Bamberg, insieme a compositori, artisti, autori tedeschi e italiani. Fra di loro c’erano Andrea Bajani e l’artista visivo Wolfgang Stehle, che in quel periodo ha allestito una mostra in due sedi, a Ingolstadt e a Bamberg, intitolata Tagundnachtgleiche, che letteralmente suona “giornoenotteuguali”, ma in tedesco significa “equinozio”. L’allestimento di Ingolstadt era più scuro, quello di Bamberg più luminoso. Wolfgang ha chiesto anche a me e Andrea di scrivere un testo per il suo catalogo. Ecco il mio racconto. [T. S.]


Il mio lavoro consiste nello stare sempre insieme a qualcuno. Incontro gente nuova, faccio riunioni, parlo in pubblico. Inauguro scuole, consegno premi. Visito carceri, varo navi. Non riesco mai a stare da solo. Nemmeno di notte. Anche i miei sogni sono popolati da troppe persone, esseri umani socievoli e petulanti.

Quando ho deciso di dedicarmi a questa attività avevo un’idea molto precisa dei miei obiettivi. Far sì che la ricchezza sia distribuita in maniera più equa, eccetera. Contrastare la devastazione del pianeta, eccetera. Cambiare il mondo, eccetera. Sapevo che avrei dovuto pagare un prezzo piuttosto alto, a cominciare da tutte le frivolezze che bisogna accettare in questo mestiere, come ad esempio rilasciare interviste, comparire nei media, perdere tempo con i talk show. Ma non immaginavo quali sarebbero state le conseguenze nella mia vita personale. Non avevo tenuto conto che avrei dovuto sacrificare completamente la mia solitudine. È durissimo non avere mai un minuto tutto per sé.

Un giorno ho partecipato a una riunione con certi funzionari dei servizi segreti. Mi hanno mostrato che molti trafficanti d’armi e terroristi si incontrano in rete sfruttando i videogiochi accessibili da ogni parte del mondo. In particolare, usano quei videogiochi che riproducono ambienti vastissimi: città intere, pianure, catene montuose, mari. E poi deserti, regioni appena abbozzate, ancora in corso di progettazione: boschi immersi in nebbie alfanumeriche, metropoli selciate da algoritmi, oceani che ribollono di numeri e lettere, come nel primo giorno della creazione.
È lì che mi sono trasferito.
Intorno a me, nel mondo in carne e ossa, continuo a incontrare gente, fare riunioni, prendere parte a sedute, parlare in pubblico, inaugurare, visitare, varare. Ma la mia vita vera è quest’altra. Appena posso, mi collego alla rete, inserisco la tripla password che mi ha dato un funzionario dei servizi segreti; accedo alle regioni nascoste del mio videogioco preferito.

Ho cominciato a isolarmi. La prima volta è successo in parlamento, qualche anno fa, durante una seduta in aula. Si stava votando una nuova legge, non ricordo nemmeno quale. Io ero seduto al mio seggio e sono entrato nel continente segreto.

Ho attraversato città deserte. Per le strade, di notte, grandi lampade foderate di pelliccia sintetica lasciano colare sui marciapiedi una luce scura, impregnata d’ombra, come se l’oscurità dovesse essere prodotta artificialmente dall’amministrazione pubblica, che si incarica non solo di far funzionare le scuole, la sanità, la giustizia, ma, ancor prima, di erogare il buio e la luce. Negozi e botteghe sono stati saccheggiati, le vetrine sono spalancate, senza protezione; soltanto dei teloni bianchi traboccano all’esterno delle grandi aperture, sventolano sulle vie schiaffeggiando i rari passanti.

Tutto è stilizzato e inospitale.
Gli arredi urbani, gli oggetti della vita quotidiana sembrano avere rinunciato alla loro funzione, sono stati progettati per ospitare sé stessi e nient’altro. Sui sedili stanno sedute le gambe delle sedie.

È impossibile appendere i vestiti agli appendiabiti, che a quanto pare hanno altro da fare, sono assorti nell’imitazione della forma di un albero. Scaffalature laccate di vernice non ne vogliono più sapere di reggere suppellettili, preferiscono farle slittare a terra, come gli scivoli di un parco-giochi per bambini.

Mi sono chiesto come farei a governare una città simile, se avessi anche lì la stessa carica politica che ho nella vita. La città sembra avere avuto un collasso, forse in seguito a una carestia; ma un tempo deve essere stata florida. Ora però ha fatto un passo indietro, una regressione tecnologica. Si usano materiali industriali per edificare abituri preistorici, dispositivi sofisticati diventano utensili di un’epoca selvaggia. Assi laminate da pellicole di plastica danno forma a baracche pericolanti, piene di spifferi.

Si pavimentano le strade con tavole dello stesso tipo di legno con cui si ricoprono i tetti. Gli abitanti indossano maschere fatte di attrezzi innocui, che sui volti assumono espressioni spaventevoli.

Nei parchi e nelle piazze si innalzano idoli astratti, dalle forme primitive e le rifiniture raffinate.

La lotta per procurarsi il cibo dev’essere stata feroce. Ho incontrato teschi di animali spolpati, con zanne che sono cresciute a dismisura bucando le loro stesse ossa craniche, come per un eccesso di voracità che si è accanita contro sé stessa.

Erbivori abituati a fare da preda si sono evoluti sviluppando artigli al posto degli zoccoli, ma nemmeno questo è bastato a salvarli.

Ho evitato qualunque contatto, volevo andare fuori, lontano, dove non c’è nessuno. Se venissi catturato avrebbero accesso ai miei dati: la mia identità sarebbe scoperta, si verrebbe a sapere che spreco il mio tempo perlustrando i videogiochi, invece di concentrarmi e prendere decisioni per il benessere comune. Non capirebbero mai che è proprio qui, nella solitudine di questo ambiente alternativo, che imparo a governare meglio, immergendomi nelle utopie distorte, nelle possibilità inattuate, in un mondo che presto potrebbe prendere il posto di quello in cui viviamo.

Ho vagato per le plaghe deserte. In lontananza ho visto delle sagome scure mascherate. Ballavano intorno a un fuoco, lo addestravano a comprendere i movimenti della loro danza, lo facevano diventare un guerriero pronto a obbedire agli ordini. A poco a poco, le fiamme hanno preso la forma di un corpo che si è alzato in piedi e ha seguito le sagome umane, camminando sulle sue gambe infuocate.

Mi sono allontanato ancora, fuggendo verso luoghi più deserti. Si sentivano degli ululati distanti; ho avvistato lupi braccati e presi a fucilate.
Sono entrato in una foresta abbagliante, irradiata da una luce che arrivava da tutte le parti. Aveva nevicato, e anche il cielo era bianco, sembrava che fosse foderato di neve anche lassù in alto.

Gli alberi della foresta hanno sviluppato una civiltà propria. Dai tronchi spuntano assi sagomate; le chiome di foglie sono sostituite da tettoie di legno lavorato e piallato; le cortecce foderano blocchi spigolosi, ad angolo acuto. È una foresta di alberi sapienti, che esprimono meditazioni senza parole: i loro pensieri sono fatti di cose. Il ceppo di una quercia abbattuta ha tradotto i propri cerchi concentrici in una quadratura labirintica, tridimensionale.

Radici e cortecce proiettano circonferenze esatte, angolature ortogonali, archetipi: geometria e natura si specchiano a vicenda.



Funghi e segmenti, solidi platonici e oggetti non euclidei, meteoriti di legno e lava rappresa si dispongono in minuscoli sistemi planetari; si allineano in orbite perfettamente rotonde; pur essendo oggetti curvilinei proiettano ombre diritte; si innestano in manici di metallo, di legno piallato e lucidato; collaudano attrezzi inutilizzabili: falciatrici dalle lame di corteccia; mestoli per maneggiare oggetti mentali; tane per bestiole inermi, che si difendono secernendo autoironia.

Appena posso, torno nella foresta deserta. Mi aggiro fra questi esseri semivivi. Mi domando se la foresta ha assunto queste forme in seguito a qualche catastrofe, come se le fosse esplosa addosso una bomba carica di concetti e categorie umane che hanno contaminato ogni albero con le loro astrazioni, con i loro schemi mentali, stravolgendo l’evoluzione e la crescita vegetale. Oppure, al contrario, si tratta di una foresta primordiale, che ha consegnato ai nostri antenati le leggi fondamentali, le teorie e i paradigmi di base, insegnandoci come emanciparci dal nostro sostrato organico, irrimediabile, fatto di linfa, sangue e tessuti. Vago nella foresta, e certe volte la mia empatia con questi alberi dalle ossa di metallo è così forte che sento una fitta alla gamba, sulla placca di titanio che mi hanno inserito per ricomporre una frattura, dopo un incidente, tanti anni fa.

Penso a quello che sono, a quello che potrei essere. Penso a quello che non riuscirò mai a realizzare, nemmeno adesso che sono diventato il Capo. «Presidente, scusi se la disturbo – mi interrompe il mio segretario – ma qui fuori c’è la delegazione cinese. È da un’ora che aspettano».








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 30 marzo 2018