Sfuggire al contagio della follia

Simone Weil



Chiedo scusa se anticipo la conclusione di questo meraviglioso libro, ma ho trovato questi passi così toccanti e attuali che non ho resistito alla tentazione di trascriverli e condividerli.
S.B.

Esattamente che cosa morirà e che cosa sussisterà della civiltà attuale? In quali condizioni, in quale senso la storia si svolgerà in seguito? Questi quesiti sono insolubili. Ciò che noi sappiamo sin d’ora è che la vita sarà tanto meno inumana quanto più grande sarà la capacità individuale di pensare e di agire. La civiltà attuale, della quale i nostri discendenti raccoglieranno sicuramente in eredità almeno dei frammenti, contiene, lo avvertiamo fin troppo, quanto basta per schiacciare l’uomo; ma contiene anche, almeno in germe, qualcosa che può liberarlo. Vi sono nella nostra scienza, malgrado tutte le oscurità prodotte da una sorta di nuova scolastica, mirabili barlumi, parti limpide e luminose, procedimenti dello spirito perfettamente metodici. Anche nella nostra tecnica vi sono germi di liberazione del lavoro.
(…)
Dal momento che la nostra impotenza quasi totale nei riguardi dei mali presenti ci dispensa, una volta che sia stata chiaramente compresa, almeno dalla preoccupazione dell’attualità, esclusi i momenti in cui ne subiamo direttamente gli attacchi, quale compito più nobile potremmo assumerci se non quello di preparare metodicamente un tale avvenire lavorando a fare l’inventario della civiltà presente? A dire il vero si tratta di un compito che oltrepassa di molto le possibilità così ristrette di una vita umana; e d’altra parte incamminarsi per una simile via significa condannarsi di sicuro alla solitudine morale, all’incomprensione, all’ostilità sia dei nemici dell’ordine esistente sia dei suoi servitori; quanto alle generazioni future, niente permette di supporre che il caso faccia eventualmente pervenire loro, attraverso le catastrofi che da esse ci separano, anche i frammenti di idee che qualche spirito solitario potrebbe elaborare ai giorni nostri. Ma sarebbe folle lamentarsi di una simile situazione. Nessun patto con la Provvidenza ha mai garantito l’efficacia neppure agli sforzi più generosi. E quando ci si è decisi a confidare, nel proprio intimo e attorno a sé, soltanto negli sforzi che hanno la loro fonte e il loro principio nel pensiero di colui stesso che li compie, sarebbe ridicolo desiderare che un’operazione magica permetta di conseguire grandi risultati con le forze infime di cui dispongono gli individui isolati. Non è mai per simili ragioni che un’anima salda può lasciarsi distogliere, quando scorge con chiarezza una cosa da fare, e quella sola. Si tratterebbe dunque di separare, nella civiltà attuale, ciò che appartiene di diritto all’uomo considerato come individuo e ciò che è tale da fornire armi alla collettività contro di lui, cercando contemporaneamente i mezzi per sviluppare i primi elementi a detrimento dei secondi.
(…)
Quand’anche un insieme di riflessioni così orientate non avesse alcun influsso sull’evoluzione ulteriore dell’organizzazione sociale, non per questo perderebbe il suo valore; i destini futuri dell’umanità non sono l’unico oggetto degno di considerazione. Soltanto dei fanatici possono attribuire valore alla propria esistenza unicamente nella misura in cui essa serve una causa collettiva; reagire contro la subordinazione dell’individuo alla collettività implica che si cominci col rifiuto di subordinare il proprio destino al corso della storia. Per risolversi a un simile sforzo di analisi critica basta aver compreso che esso permetterebbe a chi vi si impegnasse di sfuggire al contagio della follia e della vertigine collettiva tornando a stringere per conto proprio, al di sopra dell’idolo sociale, il patto originario dello spirito con l’universo.








pubblicato da s.baratto nella rubrica emergenza di specie il 28 marzo 2018