Una crepa nera

Domenico Brancale



«C’è menzogna più grande delle ‘chiusure’, e c’è qualcosa di più aperto e più ambiguo di una porta chiusa? L’unica strada ‘onesta’ nella vita non consiste forse nel lasciar appassire le cose, e seppellire poi i morti? Ma chi è vivo e chi è morto? Quante volte risorge dalla propria morte chi molte volte è stato sepolto?»
György Lukács

"Duello rusticano" (1820-21) di Francisco Goya

Chi di noi è Giobbe scagli il primo grido.

Lo sappiamo bene, saremo costretti a sbattere la fronte sempre contro l’impossibile, contro l’ottusità degli uomini di fronte a quelli che sono i problemi della vita, alle necessità del cuore, alle implicazioni del sangue. Più passa il tempo, più mi sento estraneo, anzi, a volte avverto una distanza così reale tra me e gli altri che di colpo raggelo. Questa l’ho sentita prima di tutto nella parola. Gli orecchi sono rari. Ne ho trovati, ma sembra non bastare. Ho tentato di tenermi lontano dal fiscale meccanismo della realtà, ma è difficile. Accettare il proprio esilio è una regola asfissiante. C’è una crepa che si ripresenta ogni giorno, un’incomprensione di cui non riesco a capire il perché, una crepa nera che risucchia ogni cosa. Possiamo non pensarci, ma alla fine te la ritrovi davanti. Possiamo fare progetti, impegnarci, avere ambizioni, sognare sperare, e poi ci accorgiamo che è tutto inutile. A questo si aggiunge la lotta intrapresa contro noi stessi, quella più crudele. Se solo riuscissi a farla finita con l’io e le sue dichiarate ossessioni.

Il problema è l’io. Passato, presente e futuro non contano. Gli echi stonano. Il Bene e il Male si passano inesorabilmente il testimone. Come fare a vivere senza tutto ciò? Ci rimane il grido. Il grido che dovrebbe sorgere dentro ognuno di noi. Il grido di Giobbe capace di far crollare le mura della fortezza dell’io. Un grido che provochi la parola, là dove si nascondono Dio e il destino. Ci rimane la bellezza, per questo ho cercato sempre la bellezza, aver prodotto bellezza è quanto di più alto possa raggiungere un uomo. Mi riprometto grido e bellezza ogni qualvolta la corda è pronta a spezzarsi. Ma, alla fine, non faccio altro che fallire. Può essere questa la pratica dell’esistenza degli uomini che hanno accettato il loro destino? L’idea di sottrarsi è alquanto improbabile. Allora bisogna continuare. E soltanto lottando, lottando a costo di qualunque sacrificio, fosse anche a prezzo di sacrificare la ragione. E soltanto fallendo, fallendo.

Condurre una vita esemplare non impedisce né dolore, né povertà, né estrema angoscia, e nel momento della sofferenza la consolazione non è di alcun aiuto, è solo impotenza. Il dolore è alto. Il dolore scava solchi nell’anima, spegne la luce del volto. Il dolore ha bisogno di uomini veri che siano capaci di avere orrore di se stessi, l’orrore estremo da cui bisogna partire alla ricerca di una realtà nuova, affinché ci si liberi della sofferenza.

Essere se stessi, oggi giorno, pare sia un peccato capitale. Non è ammessa la voce intima. Il tutto è un accumulo di rappresentazioni. Anch’io non sono più quello di una volta. Vivo di continui cambi di umore. La colpa ha conficcato i canini nel mio cuore. E se non ci fosse nessuna colpa.

Ciò che vi è di sbagliato nella nostra esistenza è nel non essere all’altezza delle proprie azioni. Allora che cosa è meglio cercare, un equilibrio con l’ombra del compromesso o ascoltare la voce del proprio demone con la possibilità di essere bruciati. La risposta forse è già nel principio della nostra venuta. C’è in quell’istante la scrittura della nostra parte. Tutto il resto è un vano tentativo di uscirne. Indossiamo maschere, ma tutte le maschere non varranno mai il volto di un uomo che sa contraddirsi. Non m’interessa quale sarà il risultato. Il risultato siamo noi stessi. Siamo e saremo sempre noi la nostra mancanza.

"Cane interrato" (1820-21) di Francisco Goya (dettaglio)

- Questo testo è apparso sul libretto di sala de Il libro di Giobbe per la regia di Pietro Babina che ha debuttato il 13 ottobre 2017 al Teatro nazionale Arena del Sole di Bologna.








pubblicato da j.costantino nella rubrica il miracolo, il mistero e l’autorità il 18 marzo 2018