L’attesa della felicità

Roberto Michilli



Il direttore uscì e si chiuse la porta alle spalle. Elio camminò fino al soggiorno e posò sul piano della scrivania la valigetta del computer portatile che s’era tenuta in mano per tutto il tempo. Poi si lasciò cadere su uno dei divani. Il rivestimento di cuoio chiaro era fresco. Ci passò sopra la punta delle dita. Era liscio e morbido, piacevole da accarezzare. Appoggiò la testa e chiuse gli occhi. Rimase così per qualche istante, poi li riaprì e li lasciò correre per la stanza. Provava una strana sensazione. Lui e Anna c’erano venuti per quindici anni di fila, in quell’albergo, e negli ultimi dieci avevano sempre occupato la stessa camera. Che era quella in cui lui si trovava ora, ma che nello stesso tempo non lo era più perché l’avevano trasformata. Del resto, anche lui sembrava lo stesso di prima mentre in realtà era un’altra persona, più sola e più povera. Provò a ricordarsi com’era una volta la camera, ma si accorse che non ci riusciva. Adesso le pareti erano bianche; gli sembrava che prima fossero rivestite di stoffa giallo chiaro, ma l’immagine che gli si formava in testa era confusa. Si disse che non era importante.
Chissà se aveva fatto bene a tornare? Anna era morta a marzo del 2003, e a lui per tanti mesi era sembrato d’essere morto insieme a lei. Poi erano passati due anni e più. Il tempo, se non altro, gli aveva regalato l’abitudine al dolore. Elena e Giulio gli erano sempre stati vicini. Avevano insistito tanto perché quell’anno andasse a passare le solite due settimane alle terme. “Ti farà bene” dicevano. “E non solo alle ossa”. Anche i suoi figli l’avevano incoraggiato a partire. Del resto, o restava a casa per sempre o se si muoveva veniva lì, dove sapeva cosa lo aspettava. La sola idea di trovarsi in un ambiente sconosciuto lo faceva rabbrividire.

Sospirò, poi fece forza sul bracciolo e si mise in piedi. Si tolse la giacca e l’appese alla spalliera di una sedia.
Aprì per prima la valigia grande. Una enorme Samsonite di plastica grigia. C’erano sei paia di pantaloni, sopra a tutto il resto. Due erano di leggerissima lana grigio scuro; due di cotone in differenti toni di beige e due di lino, uno blu e uno bianco. Li appese nell’armadio. Sistemò con cura nei cassetti camicie, pigiami, vestaglie, calze e biancheria intima. Dalla valigia piccola, identica all’altra salvo nelle dimensioni, tirò fuori i pullover e le sue preziose magliette della salute. Nel suo vecchio e morbidissimo borsone di cuoio c’erano il necessaire da viaggio, i libri, le sue carte, il rasoio elettrico speciale per rifilare la barba, il caricabatteria per il cellulare e l’iPod che gli aveva mandato in regalo sua figlia dall’America. Lo prese in mano. Ancora gli sembrava incredibile che dentro quella scatolina piatta potesse entrare tanta di quella roba. Ci aveva scaricato tutta la musica che gli era più cara, lì sopra, oltre a usarlo per farci la copia dei file di lavoro che teneva sul picì. Mise a posto anche queste cose.
Il trolley di stoffa nera conteneva le scarpe, le pantofole e tre paia di sandali Birkenstock di varie fogge che metteva per la piscina e le cure.
Dai portabiti uscirono un impermeabile Aquascutum color sabbia; un completo grigio scuro di lana leggera; uno in tela color grigio-verdino; un blazer blu scuro a doppio petto e un abito di lino color bianco sporco. Anche quello che indossava era di lino, ma blu. Ci si era trovato bene. Era il quattro di settembre, ma faceva ancora caldo. Guardò le sue cose. Forse aveva portato troppa roba. O forse troppo poca. E se poi faceva freddo? Non sapeva regolarsi. Ci pensava sempre Anna ai bagagli. Contò le magliette di lana. Erano dieci. Si pentì di non averne messe altre in valigia. Sudava, di notte, e si cambiava due e anche tre volte. E pure di giorno si cambiava spesso. Non sopportava di sentirsi il sudore addosso. Con l’aria condizionata sempre in agguato poi... Le avrebbe comprate, ecco, sì, l’indomani come prima cosa. E intanto poteva asciugarle col fon.
Sospirò ancora. Guardò l’orologio. L’una meno venti. Doveva sbrigarsi.
Fece la doccia, indossò una camicia azzurra e il completo di lino bianco, si frizionò la barba con la sua colonia Grey Flannel e scese in sala da pranzo.


Roberto Michilli, L’attesa della felicità, pp. 200, 15,00 €.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica libri il 17 marzo 2018