La casa degli sguardi

Daniele Mencarelli



[Alcuni anni fa pubblicai una raccolta di Daniele Mencarelli, "Figlio", che mi colpì molto perché trattava un argomento che in poesia non era mai stato trattato prima (né prima era "tecnicamente" possibile farlo). Quando ho saputo di questo suo romanzo gli ho chiesto l’incipit. Racconta di Daniele, un giovane poeta che rifiuta di adeguarsi ai più elementari obblighi sociali. Senza lavoro, relazioni, affetti, da quattro anni la sua vita sembra risucchiata in un maelström di sofferenza e di vuoto: "Un’assenza sterminata che rende infelice anche l’amore". a.a.]

1
Non è un risveglio. È un sussulto. Ogni mattina mi ritrovo dritto sul letto, con l’affanno in gola, il cuore accelerato, il corpo preso da un tremore continuo, un delirio di movimenti.
“Non ricordo nulla.” È la frase che mi ripeto tutte le mattine.
“Non ricordare nulla.” È il mio obiettivo della sera.
Mi alzo a scatti, un automa senza coordinazione né coordinate, ho i pantaloni pieni di piscio, scanso col piede il pitale che mia madre mette accanto al letto, è vuoto, come sempre.
Sono le sei di mattina, respiro come appena riemerso da un oceano nero, senza suoni, né sogni.
Lei sta lì, addormentata sui tre gradini che portano alla mia stanza. Come si possa dormire su tre gradini lo sa solo la disperazione. Mia madre è una rabdomante sfortunata, la sua acqua sono tre figli da custodire, ma uno, l’ultimo, le è uscito con una malattia invisibile all’altezza del cervello, o del cuore, o di tutto il sangue che gli circola nel corpo.
Mia madre si tira su che smania dal dolore, ha un braccio addormentato, la postura di una contorsionista a fine spettacolo, mi guarda come sperando qualcosa, una novità che non s’avvera.
Arriverò a dimenticare anche lei, a non amare più niente, perché niente posso difendere, niente salvare. Allora si distrugga il mondo, finisca tutto, non voglio sopravvivere a mia madre, a mio padre, a tutto quello che brucerà nel niente.
La rassegna di medici a caro prezzo non ha colto soluzione possibile, a parte farmaci e accoglienza a ore, a parte dare nomi diversi a quello che dovrei o non dovrei avere. Maniaco depressivo. Borderline. Disturbo della personalità. Sindrome d’ansia generalizzata. Poi altri nomi, ma la dimenticanza se li è portati via.
Ma io non sono malato, sono vivo oltre misura, come una bestia più consapevole delle altre bestie. Ormai agli uomini non è più permesso interrogarsi, abbracciare fino in fondo l’insensatezza su cui abbiamo costruito certezze assurde. Perché alla vita, al lavoro, al farsi una famiglia, a queste cose bisogna credere, come un soldato alla guerra. Come se non bastasse un niente a far scattare il destino, a far finire tutto. Perché finisce tutto, non rimane niente. È il niente che mi uccide, che mi ha condotto a questo presente vuoto. Dovrei solo smettere di chiedere, cercare, dovrei solo far finta di non cogliere ovunque l’assenza di qualcosa, qualcuno.
Un’assenza sterminata che rende infelice anche l’amore. In tanti mi dicono di scrivere, di buttare lì dentro tutto. Perché io scrivo poesie, un paio d’anni fa ho esordito su una rivista di letteratura, poi ne sono venute altre. Mi stimano in molti, anche poeti importanti.
Ma la poesia lo testimonia il dolore, non lo cura. Le parole mi accompagnano da sempre, sono cristallo e radice, viaggio e lama, sono tutto, tranne medicina. La poesia non cura, semmai apre, dissutura, scoperchia. Ma non c’è più la forza di fare poesia.
Allo specchio guardo l’immagine che sono, il petto coperto dalle bruciature di sigaretta cadute dalla bocca nel sonno, sulla fronte un livido accaduto chissà come. Ho venticinque anni, degli ultimi quattro ho solo questa immagine allo specchio. E poi il dolore pianto, e tutto quello piantato nel petto di un padre e di una madre, un fratello e una sorella, le vite interrotte dalla mia caduta, precisa come un tuffo da olimpionico.
Quattro anni sono riuscito a spazzarli via, un passo alla volta spazzerò via tutto. Allora ci si curi.

2

È un destino più che una malattia. Una stranezza infame. Quel che agisce sugli altri come tesoro in me si trasforma in dolore. È la sorte di chi è nato per soccombere.
Se gli altri sorridono alla nostalgia io piango, il ricordo è un veleno che non so dosare, mi brucia da quando ero un ragazzino che voleva tornare indietro, indietro, al tempo di una felicità remota come di un’infanzia mai vissuta.
Se gli altri si giovano dell’amore dato e ricevuto io soffro, in me accade qualcosa d’incomprensibile, che mi fa vivere perennemente l’amore sulla soglia dell’addio. Non accetto che ciò che amo possa lasciarmi, che esista un tempo entro cui vivere e morire, i miei amori hanno la profondità dell’universo e nessuno deve toccarmeli. Ma non è così.
Gli uomini smettono di vivere come fosse naturale, la danno vinta alla morte e niente possono.
I miei amori muoiono ogni giorno. È la paura che giostra le immagini nella testa. Lì si animano scene crudeli, lì i miei amori finiscono in tragedia, e io soffro come se quelle visioni fossero di carne e ossa. La paura è il mio demonio, trasforma tutto prima che sia vissuto in un disastro scritto, con lei ho perso ancora prima d’aver combattuto.
Allora ci si curi.
Si metta dentro la medicina che fa dimenticare, che uccide la paura.
E le medicine le ho provate tutte, sino a quest’ultima. Ormai esco per bere e bevo per uscire.
Sul certificato dell’ultimo ricovero il medico ha scritto: “Abuso d’alcol come dipendenza di ripiego da sostanze stupefacenti”. Mi ucciderà un ripiego, l’ultima carta del mazzo.

3

La giornata tipo prevede la ricerca della macchina come primo passo verso la nuova dimenticanza. Spesso occorrono ore, ricordare la sera passata è come tentare di ricordare i mesi che precedono la nascita. Nella mente un vuoto che sputa di tanto in tanto un colore, un incubo, un volto emerso da chissà dove. La ritrovo con un vetro rotto e il muso ripiegato su se stesso. Ieri ho fatto tre incidenti, l’ultimo alle due di pomeriggio per un colpo di sonno. Questo lo rammento perfettamente. La dimenticanza procede con le ore, s’avventa dal tardo pomeriggio.
Dell’incidente di un mese fa, invece, non ricordo nulla, solo che mi sono ritrovato cappottato a testa in giù in mezzo alla strada, svegliato dalle inchiodate delle macchine, istantaneamente sobrio, almeno per i primi cinque minuti.
Da quell’incidente mio padre ha smesso di ripararmi la macchina, i carrozzieri dove la porta sono tutti suoi amici e non vuole farmi vedere «per come sto».
L’ultima volta un suo amico mi ha offerto un caffè, per il tremore non riuscivo nemmeno ad avvicinarlo alla bocca. Me lo ha fatto bere mio padre, lui dalla sua mano, mi portava il bicchierino di plastica alla bocca come a un paralitico, intanto cercava di sdrammatizzare la situazione davanti al suo amico.
Non l’ho mai visto recitare così male.
La prima cosa che bevo basta e avanza, quello che verrà dopo non conta. Contano invece le stazioni del mio viaggio: due bar, uno all’inizio e uno alla fine del paese. Quale la partenza e quale l’arrivo, poco importa.
A ogni bar un bicchiere di bianco. Un bicchiere di bianco dall’inizio alla fine. È la cosa che costa meno in assoluto. La destinazione del viaggio è sconosciuta, i tremori no, arrivano come scosse, sempre più forti.
Ma oggi qualcosa di nuovo sembra farmi visita.
Il tremore si è fatto crampo, mi ha piegato la testa e non riesco più a raddrizzarla. Forse è il delirio che avanza, oppure finalmente sto morendo. Vado verso l’ospedale, poi la dimenticanza bussa e io apro.
Quando mi risveglio mi ritrovo su una barella con una flebo al braccio, i polsi legati con del nastro adesivo, richiamati al loro ruolo mio padre e mia madre, da un lato, due poliziotti dall’altro. Sentirmi costretto dal nastro mi fa perdere istantaneamente la calma. Mi liberassero. Subito. Invece non succede.
Da lontano una dottoressa, molto giovane, mi guarda come si potrebbe guardare un drago.
Uno strattone più forte e il nastro salta, mi sfilo la flebo, il sangue inizia a uscirmi dalla vena a zampilli lunghissimi. Vedo gente che corre per non essere battezzata dal mio sangue, anche i poliziotti.
Mi dimettono per sfinimento, sarebbe il terzo ricovero in due mesi, e poi la psichiatra di turno, la donna che mi guardava terrorizzata, ha detto che non sono un soggetto «medicalizzabile», dalla mia bocca sono uscite nei suoi confronti parole vergognose.
Mi piacerebbe sapere quali parole ho usato, ma quello è territorio della dimenticanza.
Arriviamo a casa, mio padre non dice nulla, non guarda nulla, va verso la sua stanza chiuso tra le spalle, non l’ho mai visto così piccolo, lui grande come una montagna, forte da piegare il ferro.
Mia madre invece resta al mio fianco, improvvisamente mi prende per mano, mi fa cenno di seguirla, fuori, nella notte.
«Se proprio dev’esse, almeno facciamolo insieme.»
Mia madre mi porta sul ponte monumentale che fa da ingresso al mio paese, si ferma al centro esatto.
«Così finimo de soffri’ finalmente.»
Mia madre è una piuma pronta a volare, è lì sul ciglio della vita e non prova nulla, desidera la morte che io le sto dando goccia a goccia da quattro anni. Sto uccidendo chi vorrei proteggere da qualsiasi fenomeno naturale, il male sono io, io sono quello che sta distruggendo tutto.
Restiamo lì un tempo che non è di secondi e minuti, nella mia testa passa il pensiero di volare giù, sessanta metri a volo d’angelo con mia madre, basterebbe trasformare questo pensiero in impulso nervoso e tutto sarebbe finito, sto per farlo, e mia madre con me.
Invece la porto per mano verso casa, lei ora non sembra più presente, ha negli occhi la stanchezza di chi ha finito di vivere, anche se dal ponte stiamo tornando sulle nostre gambe.
Mi metto a letto quasi lucido, non accadeva da quanto non ricordo, al posto del sonno ho i tremori, è un cuore battente sin dentro le orecchie. Sento dei passi sui tre gradini, è lei che mi porta un sonnifero, che mi toglie la maglia macchiata di sangue, che ha ancora il coraggio di accarezzarmi. Va a sedersi sul suo gradino, sentinella spossata, un mucchio di carne e ossa. Io mi volto dall’altra parte, senza sapere più cosa augurarmi.








pubblicato da a.amerio nella rubrica libri il 17 marzo 2018