It. Ovvero istruzioni per distruggere il male

Marta Chini su It e Dentro al nero



Il mio primo incontro con Derry e Pennywise avvenne grazie al padre di una amica, che ci propose la videocassetta con la miniserie del ’90, quella in cui It è interpretato da Tim Curry. Doveva essere il ’91, perché ricordo che non avevo ancora compiuto dieci anni. Il padre della mia amica ritenne che quella fosse una visione adeguata a due bambine: ovviamente non lo era. Ne fummo entusiaste e terrorizzate e io rimango ancora oggi una grande amante della miniserie, che non manco di infliggere ai miei studenti ogni volta che ne ho la possibilità.

Ma il principale merito dello sceneggiato televisivo fu che pochi giorni dopo, in libreria, mi fermai davanti al bancone dove erano esposte le opere di Stephen King. E lì si accese un interruttore.

It, come è stato notato più volte nel volume che ci troviamo a presentare, è un classico. Cioè un libro che “si configura come equivalente dell’universo”, per usare una delle definizioni di Calvino. Stephen King è il Dio di un universo vasto e ricco che non cessa – l’autore ha ormai compiuto settant’anni – di essere percorso nella direzione dello spazio e del tempo. Uno dei soli di questo sistema è Derry, la città immaginaria del Maine in cui il romanzo è ambientato.

Ma non è sufficiente riconoscere a un libro lo statuto di classico, perché conquisti il nostro cuore. Per legare il lettore indissolubilmente (gli amori letterari sono sempre eterni, non ne conosco di altro tipo), quel libro deve in qualche modo parlare di noi, rivelarci, illuminare qualche parte di noi stessi. Ecco, ci sono un paio di cose, in It, che parlano di me.

Uno. I grandi non vedono It. Ho sempre trovato questo aspetto affascinante. I grandi non vedono il sangue, i palloncini, le metamorfosi; non sentono le voci dei bambini morti. Ma non vedono neanche la violenza, la sopraffazione che gli abitanti di Derry infliggono ogni giorno gli uni sugli altri. Questa umanità adulta, che dovrebbe proteggere i bambini, salvarli dalla loro fragilità e innocenza, non è solo distratta o sottoposta a qualche tipo di magia: è complice di Pennywise.

Facciamo un passo avanti.

I Perdenti, in inglese i losers, il gruppo i ragazzini protagonisti di It (che una delle autrici propone, felicemente, di tradurre con il più contemporaneo “sfigati”) invece riescono a vedere il male. Questa capacità – questa disgrazia se vogliamo – è il segno della fragilità protagonisti ma insieme della loro responsabilità.

Sappiamo che il soprannaturale ha bisogno di regole per funzionare. La regola che Stephen King ci chiede di accettare è che solo chi crede in It può essere mangiato. Ma del resto (ogni regola ha un punto debole, che permette di aggirarla) solo chi crede in It può sfidarlo. Questo vincolo apre un orizzonte esegetico.

Certo, It parla della pedofilia, degli abusi sui minori e dell’omertà che li circonda. Parla dell’omertà in senso lato: ricordiamoci che, anche se i bambini sono senza dubbio i suoi preferiti e non disdegna i malati di mente, la prima vittima di Pennywise al suo riemergere dal letargo nel 1985 è il giovane omosessuale Adrian Mellon. Se Pennywise si risvegliasse oggi, in Italia, probabilmente la tematica razziale avrebbe ampio spazio in un eventuale sequel che ci auguriamo a nessuno venga in mente di scrivere. Bambini, malati, omosessuali: è pacifico leggere nel mostro un simbolo della violenza sociale nei confronti dei “diversi” ed è stato più volte sottolineato.

Ma non è questo l’aspetto che mi interessa. Io credo, fin da bambina, di aver letto il romanzo come una metafora dell’invenzione letteraria.
Inconsapevolmente prima, più scopertamente nelle letture successive. Gli indizi che corroborano questa interpretazione sono a mio avviso molteplici. Quando nel primo capitolo Georgie Denbrough, fratellino del protagonista, viene interpellato da un clown dagli occhi dorati che lo saluta allegramente da dentro la fogna, fatica a credere a quello che vede. Gli sembra il personaggio di una storia o di quei film nei quali “si sa che gli animali balleranno e parleranno”. “Se avesse avuto dieci anni di più, non avrebbe creduto a quello che vedeva” riflette il narratore “ma George non aveva sedici anni. Ne aveva sei.” E, dato che George non ha ancora imparato a distinguere la realtà dalle storie inventate, può essere mangiato. La sospensione dell’incredulità, la stessa richiesta al lettore di storie fantastiche, lo condanna a morte.

Non è un caso se (come fa notare anche Luca Cristiano nel suo saggio) molti dei personaggi di questa storia sono, in qualche modo, degli scrittori. Certo lo è Bill, scrittore di successo e di professione, lo è Mike, la cui “Cronaca non autorizzata” della città di Derry è presentata in stralci nel romanzo. Lo è Ben, compositore di haiku di argomento amoroso. I perdenti sono tutti dei creativi. Ma la piena elicitazione è affidata a Eddie, il più fragile, il più magrolino dei perdenti, conficcato nella memoria collettiva nell’atto di gridare “Acido per batterie!” mentre brandisce contro Pennywise il proprio inalatore anti-asma, che in realtà è solo acqua. Per chi non se lo ricordasse la mamma, l’obesa mammina di Eddie, ha inventato per il figlio una patologia cronica inesistente, l’asma, rendendo il ragazzino dipendente dal proprio inalatore. Nel corso della storia Eddie scoprirà la verità, il farmacista (fino a quel momento complice dell’abuso materno) proverà ad avvertirlo: è solo acqua di rubinetto, Eddie non è malato, sua madre vuole che lui lo creda.

Ma se un inalatore pieno d’acqua di rubinetto e una spruzzata di canfora può salvare Eddie da un immaginario disturbo respiratorio allora può diventare tutto quello che serve: acido per batterie, un’arma, da spruzzare in faccia a Pennywise. La menzogna che gli ha raccontato sua madre, la sua più grande debolezza, è la chiave per salvare se stesso e i suoi amici. Basta decidere di crederci.

Il punto numero due della mia lista è dunque questo: l’unico modo di sfidare It, il modo di combattere il male, è inventare e credere in quello che si inventa.

Andiamo al terzo punto. Scrive una delle autrici del volume: “non esiste un genitore assolvibile a Derry, non esiste un padre o una madre capace di entrare a spada tratta nella vita del figlio per trarlo in salvo, o almeno provarci”. L’autrice trova questo aspetto desolante. È la desolazione dei rapporti verticali: il fallimento della relazione con i genitori, i parenti, gli insegnanti. Neanche la tartaruga, quella poderosa presenza che Bill incontra oltre il nero di It, può fare niente di più che ricordargli le armi a sua disposizione: il rito di Chud e, naturalmente, i suoi amici.

Questo fallimento dei rapporti verticali può essere riscattato infatti solo dal rapporto orizzontale e non gerarchico: l’amicizia.

Da bambina mi colpiva moltissimo il sentimento di attesa che i perdenti provano prima che Mike si unisca al gruppo. E il senso di completezza, di risoluzione che invece sperimentano al suo arrivo. È difficile non leggere nell’incontro dei sette ragazzini una qualche predestinazione. È come se il fatto di stare insieme, uniti contro un nemico comune, potesse attivare o rilasciare un tipo speciale di energia (sarebbe a dire di magia) che ai singoli sarebbe inaccessibile. Quel tipo di magia che gli amici formano stando insieme, unita all’immaginazione, è l’altra forza in grado di sconfiggere il male. Chi ha avuto la fortuna di provarla, qualche volta nella vita, sa come e perché funziona.

Ora voglio parlare di Dentro al nero, il volume di saggi curato da Luca Cristiano che siamo oggi a presentare.

I tredici interventi critici che compongono il volume toccano molti punti caldi dell’universo di King. Innanzitutto la ricezione: la sua enorme popolarità, che gli ha valso la diffidenza (il pregiudizio) di molti intellettuali, specialmente europei, convinti che la letteratura alta la debbano leggere poche persone e soprattutto, mi raccomando, che non debba parlare di mostri. Aspetti prettamente tematici come il rapporto tra la fede e la magia o l’origine di Pennywise, all’incrocio tra vecchio testamento e religioni primitive, si legano ai rapporti con gli altri media, il cinema, la televisione. Alcuni autori scelgono di percorrere lo spazio tra i testi, mettendo in relazione il libro con gli altri libri di King (specialmente con il racconto lungo Il corpo, contenuto nella raccolta Stand by me, una delle più apprezzate prove realistiche dell’autore), oppure con i libri di autori differenti che sono venuti prima o dopo It, contribuendo così a illuminare quella costellazione di testi in cui ogni capolavoro trova collocazione e a sua volta irradia. Pregevoli gli sguardi critici legati ai modi della narrazione: ci ricordano che It è prima di tutto una perfetta architettura, un monumento narrativo in cui ogni vite è stretta esattamente al posto giusto e un materiale tanto vasto da sfiorare il caos è gestito con rigore e ordine.

Insomma Dentro al nero mi piace molto, e credo che la sua esistenza rappresenti nel panorama critico italiano qualcosa di prezioso: un insieme punti di vista professionali, personali, creativi, affezionati, in cui la tecnica dell’interpretazione si fonde a ricordi e fantasie attivate dal contatto con un grande classico. Questo volume fa quello che la critica letteraria secondo me dovrebbe fare: parlare dei libri belli, condividere quello che nei libri parla di noi e cercare così di farci sentire meno soli. È l’unica speranza, se sei un perdente.








pubblicato da l.cristiano nella rubrica I fiammiferi il 13 marzo 2018