Avanti pop

Giovanni Giovannetti



Ma siamo poi sicuri che alle "politiche" 2018 ha vinto il centrodestra? Perde il Pd; perde Forza Italia; Salvini fa il botto, ma a spese di Berlusconi. E vincono i Cinquestelle, brandendo reddito di cittadinanza, detassazione dei redditi sotto i 10 mila euro, una Banca pubblica per le piccole imprese, superamento della legge Fornero, lotta alla corruzione e alla burocrazia, difesa del territorio, più Stato e meno privato per istruzione sanità energia e trasporti, ecc., entro la cornice di una più equa redistribuzione delle risorse. Sono in prevalenza valori storici della sinistra e della tradizione cristiana o, per dirla con Di Maio, «nell’interesse dei cittadini». Il Partito democratico perde al Sud e nelle periferie (2 milioni e mezzo di voti in meno rispetto al 2013). E quell’aizzare i cani contro i pochi grillini traditori per non aver puntualmente restituito una quota dello stipendio, è semmai servito a rendere noto l’avvenuto versamento da parte dei tanti altri. Schematizzando:

- I Cinquestelle sfondano grazie al voto che sino a ieri ha premiato il Pd (e Grillo e Di Maio asfaltano il renzismo);

- la Lega vince piluccando da Forza Italia (e Salvini rottama il berlusconismo).

Ora il Pd ha un problema: dopo le dimissioni di Renzi dalla segreteria dovrà guardarsi dal renzismo di ritorno, rigenerando corpo e menti dei militanti e dei dirigenti esasperati e disorientati da questo loro apprendista stregone, a partire dai 112 deputati e 54 senatori in buon numero nominati dallo stesso segretario, ovvero dal primo responsabile della catastrofe. Renzi, l’ex leader bollito di un partito né carne né pesce, dimentico di coloro che non arrivano alla fine del mese e incapace di manifestare qualsivoglia cultura politica e radicamento sociale. Renzi l’arrogante, buono a bruciare in un amen i valori di una tradizione politica umanista e progressista, preferendo i Marchionne ai lavoratori Fiat (come dimenticare l’abrogazione, nel 2015, dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, invocata da Confindustria e, prima ancora, dalla P2). E così un poco alla volta ha bruciato se stesso, rottamandosi da solo.

E a centrodestra un problema ce l’hanno Salvini e ciò che rimane di Forza Italia, problema serio: quello di trovare su due piedi poco più di 40 parlamentari “responsabili” ovvero comprabili (lo suggerisce Renato Brunetta): ne bastassero una decina l’operazione parrebbe fattibile, ma una cinquantina di voltagabbana oggi come oggi sembrano fuori budget anche per l’anziano condottiero Berlusconi, in difficoltà non solo politica. Alla peggio, un’altra ipotesi perseguibile parrebbe quella di una Große Koalition tra centro (Pd) e destra (condotta da Salvini?): ma l’Italia non è la Germania e Salvini o chi per esso non è la Merkel. E se a tanto si arrivasse, al giro elettorale successivo vedremmo i Cinquestelle approssimarsi alla maggioranza assoluta e il Pd a lottare per superare la soglia d’accesso (così come un rapido ritorno alle urne, per Pd e Forza Italia aggiungerebbe disastro a disastro). Fortunatamente aumenta il numero di chi, nel Pd, pare avvedersene.

L’uomo del Sì al referendum (altra sconfitta) e dell’incoerenza elevata a linguaggio politico va dunque a rappresentare Scandicci in Senato, lasciando il partito a misurarsi con i suoi esilaranti No: No all’inciucio (e che hanno fatto il socialista Nenni, il comunista Togliatti e il democristiano De Gasperi nel ’46 all’Assemblea costituente? e che ha fatto lui stesso in questi anni, se non accordi sottobanco con la destra e inciuci alla luce del sole con Alfano e Verdini?) e No all’alleanza con gli “estremisti” (i Cinquestelle “estremisti”? Renzi ha bevuto?).

Anche i Cinquestelle hanno un problema, risolvibile: quello di un accordo politico o quanto meno di programma con un nuovo Pd senza Renzi (ma vai a fidarti...) coinvolgendo al tempo stesso Liberi e uguali, così da mettere a frutto il mandato del “nuovo” elettorato pentastellato: quel governo di centrosinistra, con il Pd al centro e i Cinquestelle a “sinistra” (destra, centro e sinistra sono categorie vecchie e superate, eh grillini, ma è solo per capirci) a quanto pare gradito da Confindustria, Vaticano e sotto sotto persino – udite udite – dalla Banca centrale europea e dall’Eu, dopo che i Cinquestelle hanno inteso stemperare i loro un tempo fieri proponimenti antieuro.

Ne sembra convenire il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che medita un incarico a Di Maio con il Pd chiamato a funzioni di garante dei cosiddetti poteri forti nazionali ed europei.

E nel Partito democratico ne convengono il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano (favorevole ad un appoggio esterno ai pentastellati), d’accordo con il collega piemontese Sergio Chiamparino – colui che ha salvato il partito a Torino, mantenendosi in civile dialogo se non in serrata collaborazione col sindaco pentastellato Chiara Appendino – che ora medita di candidarsi alla segreteria Pd, forse prefigurando analoghi intenti. E pare convenirne lo stesso presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni, shoccato dall’esito della tornata elettorale e più ancora dalla reazione del suo ormai ex segretario politico, ovvero quel tale che, dando inquietanti segni di disordine mentale (un politologo di rango come Gianfranco Pasquino ha paragonato Renzi a «quei bambini che, avendo perso, non vogliono giocare più e scappano portando via il pallone»), sfida i Cinquestelle a fare comunella con la Lega, rivelando un senso dello Stato pari a zero.








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 11 marzo 2018