Un fachiro di Buffalora

Tiziano Scarpa



Sabato 24 febbraio, a Brescia, ha aperto la mostra di Gabriele Picco, intitolata Dovrei smetterla di origliare falene. All’inaugurazione si sono presentate più di mille persone; la coda ha bloccato la strada d’ingresso, tanto che quella sera i funzionari del Comune hanno anticipato di qualche ora la chiusura per non creare problemi di ordine pubblico. La mostra è allestita nel palazzo storico della Crociera di San Luca, nei seicento metri quadrati dell’ex ospedale, in via Moretto 61. Si potrà visitare fino al 25 marzo, è aperta da mercoledì a domenica, dalle 11 alle 17.

Seguo il lavoro di Gabriele picco da tanti anni. Nel 2000 gli chiesi un’immagine per la copertina di Cos’è questo fracasso? Questa volta Gabriele mi ha chiesto dei testi di accompagnamento alle sue opere; saranno pubblicati nel catalogo della mostra, in corso di stampa.

Qui sotto potete leggere la storia in rima che mi ha ispirato la sua opera più grande, Frank il fachiro: una statua di 16 metri distesa su cinquantasettemila coni gelato (sì: 57.000), disposti sul pavimento con le punte all’insù. È un colosso di polistirolo, ricoperto da uno strato di cemento impastato con la cenere per ottenere un effetto pietroso.

Ecco alcune fasi dell’allestimento:


C’era un fachiro di Buffalora
che si abbronzava nella controra.

Quando d’estate il sole picchiava
tutto il paese si rintanava:

uteri d’ombra, stanze oscurate,
penniche in arie condizionate;

cubi di vento nel meteo arrosto,
freschi febbrai abitati in agosto.

Soltanto lui si esponeva ai raggi,
senza ombrelloni, creme o panneggi.

Usciva in piazza, al centro dell’afa.
L’asfalto ardeva come una stufa.

Si distendeva su un materasso
fatto di chiodi e lame da scasso.

Così veniva in toto trafitto:
sopra dal sole, sotto dal letto.

Metà stracotto, metà straziato,
si cospargeva di sale e aceto,

peperoncino, ortica, limone
dentro le piaghe, in ogni lesione.

Mangiava vetri e filo spinato,
senza tisana o bicarbonato.

Sassi di ghiaccio nella tempesta
grevi ammaccavano la sua testa.

Coglieva al volo, per penitenza,
ogni occasione di sofferenza.

Ma non sentiva niente di niente.
A ogni dolore era indifferente.

«Chiodi e lamette, grandine e fuoco:
tutto ho patito, ma è troppo poco.

Devo affrontare il peggio del peggio.
Sfidare il mondo con più coraggio».

Si fece assumere da una ditta.
Andò in ufficio in giacca e cravatta.

Fece la spesa nei shopping district,
in mezzo agli hipster e ai fashion addict.

Speed date, palestre, corsi di tango,
saune, piscine, cure di fango:

bazzicò bar e sale scommesse,
sedusse ostesse, stese commesse.

Si diede ai vizi più deliziosi:
alcol, gelati, sesso, narcosi.

«Voglio abbassarmi ancora più in fondo,
fino al pilastro che regge il mondo:

soldi, successo, competizione,
calcio, cucina, televisione».

E nella sua innocente deboscia,
tempo tre mesi, morì d’angoscia.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica arte il 2 marzo 2018