Aramburu, la non violenza è l’unica Patria possibile

Silvio Bernelli



Tra i libri usciti negli ultimi mesi, Patria* di Fernando Aramburu è probabilmente uno di quelli destinati a rimanere. Il merito va in buona parte alla vicenda narrata. Due famiglie basche tra anni ’80 e 2000, prima unite e poi tragicamente divise dall’assassinio del Txato, uno dei due capifamiglia, forse per opera di Joxe Mari, figlio di Joxian, amico e compagno del Txato in innumerevoli uscite in bicicletta.

Altro pregio del libro la sua struttura centrifuga e poi centripeta che viene però continuamente spezzata da capitoli brevi - ciascuno dedicato a uno dei diversi personaggi, i membri delle famiglie del Txato e di Joxian - che saltano avanti e indietro nel tempo, in un susseguirsi di anticipazioni e spiegazioni a ritroso che ricordano il Vargas Llosa di Conversazione nella “Catedral” e La casa verde (e non a caso lo strillo promozionale dell’edizione italiana di Patria è opera dello scrittore peruviano).

Fattore scatenante del romanzo: il piccolo imprenditore Txato, basco come Aramburu, si rifiuta di pagare la tassa occulta per la lotta al governo spagnolo che molti altri – forse tutti – pagano all‘ETA, l’organizzazione terroristica indipendentista. “Si sono riempiti le tasche a forza di sfruttare la classe operaia e adesso gli arriva la fattura. Non lo dico soltanto io. Lo dice la gente del paese” commenta un commerciante con Miren, la moglie di Joxian.

L’esecuzione dell’imprenditore a capo di una ditta di trasporti serve all’ETA per dare un esempio a quelli che vorrebbero rifiutarsi di sovvenzionare la lotta armata e ribadire così il suo controllo sul territorio, ma anche per una ragione inconfessabile. Aramburu la fa spiegare a Xabier, il triste figlio medico del Txato: “L’ETA deve agire senza fermarsi mai. Non ha altra scelta. È da tempo caduta nell’automatismo dell’attività cieca. Se non fa danni, non è, non esiste. Non svolge nessuna funzione. Questo modo di funzionare mafioso è al di sopra della volontà dei suoi componenti. Nemmeno i suoi capi si possono sottrarre. Sì, va bene, prendono decisioni, ma è solo apparenza. Non possono comunque evitare di prenderle perché la macchina del terrore, una volta che ha preso velocità, non si può fermare.”

Un terrore che, al di là della sequela di esecuzioni e attentati, avvolge intere comunità, paesi in cui le foto dei giovani in clandestinità vengono appese ovunque come quelle delle rock star e le scritte inneggianti all’ETA ricoprono ogni muro. Qui i parenti delle vittime vengono considerati anche loro traditori della causa basca. I vicini di una vita gli tolgono il saluto. I commercianti si rifiutano di servirli. Gli viene fatto il vuoto intorno.

È sempre partecipe lo sguardo di Aramburu che, in una narrazione densa di matrimoni, malattie invalidanti e divorzi, ma anche di scontri con la polizia, pedinamenti e perquisizioni, si schiera dalla parte delle vittime. Ecco come Bittori, la vedova del Txato riassume il suo incontro con il sinistro Don Serapio, prete del paese e fiancheggiatore dell’ETA. “Così mi ha detto. Di non andare in paese per non ostacolare il processo di pace. Lo vedi, le vittime danno fastidio. Ci vogliono spingere con la scopa sotto il tappeto. Non dobbiamo farci vedere e, se scompariamo dalla vita pubblica e loro riescono a tirare fuori dal carcere i detenuti, be’, questa è la pace e tutti contenti. Qui non è successo niente. Ha detto che è arrivato il tempo di perdonarci gli uni con gli altri. E quando gli ho domandato a chi io devo chiedere perdono, ha risposto che a nessuno, ma che sfortunatamente io ero parte di un conflitto in cui era coinvolta tutta la società, non soltanto un gruppo di cittadini, e che non si può escludere che quelli che dovrebbero chiedermi perdono aspettino a loro volta che altri chiedano perdono a loro.”

Le vittime stanno anche dall’altra parte, tra le file dell’ETA. Tra tutte è molto toccante la parabola di Joxe Mari. Bello e giovane come tutti gli eroi, getta letteralmente la vita entrando nella lotta armata. Alle pagine intense che Aramburu dedica alle torture subite dal giovane militante nei carceri spagnoli, seguono quelle in cui le convinzioni di Joxe Mari lentamente cominciano a vacillare, per poi andare in pezzi con lui nel corso di una detenzione di cui non si vede la fine. Le parole più acuminate del romanzo sono quelle che Joxe Mari si sente dire dal fratello Gorka, l’unico intellettuale della famiglia che, cresciuto e cambiato nel tempo, dall’altra parte del parlatorio nel carcere di massima sicurezza, trova finalmente il coraggio di affrontarlo: “(…) avete fatto fuori delle persone in nome di un popolo che non avete mai consultato”.

L’urgenza di far convergere tutti i protagonisti del libro verso un’ipotesi di redenzione che possa in un modo e nell’altro costruire un senso comune, sembra a un certo punto forzare la mano allo stesso Aramburu. A più di un lettore le ultime pagine del romanzo potranno sembrare eccessivamente rassicuranti.

Interessante comunque che proprio nell’ultima parte del romanzo faccia la comparsa uno scrittore, un evidente alter ego di Aramburu, che in un incontro pubblico dedicato alla conciliazione tra vittime e carnefici afferma. “Ho scritto senza odio contro il linguaggio dell’odio e contro la smemoratezza e l’oblio tramati da chi cerca di inventarsi una storia al servizio del proprio progetto e delle proprie convinzioni totalitarie (…) Ma ho scritto anche, partendo dall’impulso di offrire qualcosa di positivo ai miei simili, a favore della letteratura e dell’arte, quindi a favore di ciò che di buono e di nobile l’essere umano alberga.”

Ci va un gran coraggio, per uno scrittore basco come Aramburu a sfidare la retorica e la storia del suo stesso popolo e mettere nero su bianco una frase così. Una frase che a noi, che amiamo l’arte e la letteratura, ricorda che sono proprio queste le armi che abbiamo per combattere l’odio e l’oblio. Da qualunque parte provengano. Per qualsiasi ragione ci vengano tirati addosso.

Silvio Bernelli

*Guanda, pp 626, 19 €, traduzione di Bruno Arpaia.








pubblicato da s.bernelli nella rubrica libri il 13 febbraio 2018