Il Museo Egizio di Torino e il viaggio iniziatico a Venezia

Tiziano Scarpa



In questi giorni c’è la polemica fra Giorgia Meloni e Christian Greco, il direttore del Museo Egizio di Torino, che ha offerto uno sconto sul biglietto ai visitatori di lingua araba. Fratelli d’Italia ha promesso che se andrà al governo lo rimuoverà. A parte il fatto che non possono, perché quella carica non è di nomina governativa, Meloni & C., tanto per cambiare, si dimostrano culturalmente miopi: a quanto pare non ce la fanno a capire che la cultura è una cosa viva, che può contagiare idee e mentalità.

Il Museo Egizio è Occidente allo stato puro, è un esempio di quanto l’Europa abbia il coraggio di mostrarsi per quella che è. Predatrice senza scrupoli, in passato, dell’antichità altrui; oggi valorizzatrice e custode delle culture più diverse, vicine e lontane nel tempo e nello spazio.

Nel settembre del 2014, per festeggiare i trent’anni del quotidiano La Nuova Venezia, mi fu chiesto un articolo sulla cultura a Venezia, il suo patrimonio e il suo futuro. Pensai di dare qualche suggerimento ai prossimi Assessori alla Cultura. In seguito ho diffuso questo testo all’incontro “Stazione Marittima – Per ripensare Venezia” nel marzo del 2015. Lo propongo anche qui, come piccolo gesto di solidarietà e ringraziamento al direttore Christan Greco.


Quest’estate in città ho visto un turismo diverso dal solito. Più visitatori dall’Asia, dalla Russia, dal Medio Oriente, dai paesi arabi. Non poche le donne velate, ricoperte di nero dalla testa ai piedi. Non dovremmo considerarli “turisti”. È riduttivo. “Turismo” fa pensare a un’esperienza che non lascia traccia, a volte un po’ frivola. Andrebbero visti come viaggiatori che a Venezia fanno una tappa fondamentale della loro vita, che cambierà il loro modo di vedere le cose.

Che cosa facciamo, oggi, per loro? Molto. Mostriamo a tutti una quantità di opere d’arte e architetture impressionanti. Confidiamo un po’ retoricamente, con il patrocinio di Dostoevskij, che “la bellezza salverà il mondo”. Ma la bellezza da sola non basta. Dobbiamo darle man forte, fare la nostra parte.

Perciò mi permetto di suggerire al prossimo Assessore alla Cultura di Venezia, chiunque sarà, un programma politico ambizioso.

Io credo che una visita a Venezia dovrebbe provocare un benefico choc. Come un viaggio iniziatico.

C’è chi ha voluto “esportare la democrazia” con le armi. Noi possiamo “inoculare l’Occidente” mostrando ai nostri ospiti cosa siamo. Possiamo far vedere con orgoglio che cos’è stata e che cos’è la modernità europea. Sì, perché la modernità, in buona parte, è nata anche a Venezia. Alcuni nodi fondamentali dell’Occidente moderno sono stati inventati e patiti qui.

Suggerirei al prossimo Assessore alla Cultura di proporre ai nostri ospiti un percorso fondamentale, concepito come una serie di autentiche tappe iniziatiche in città. L’assessorato potrebbe supportare le condizioni per vivere un’esperienza vera, salutare, indimenticabile, del contributo che Venezia ha dato all’invenzione dell’Occidente moderno. Non si tratta di aprire l’ennesimo museo, ma di coordinare ciò che c’è già, di potenziarlo o pubblicizzarlo con convinzione.

Qualche esempio, in ordine sparso.

Da Carlo Goldoni sono stati piantati i semi del realismo, delle fiction, dei film, delle serie televisive di oggi: la vita così com’è, presa dalla strada, dalle botteghe, dalle case e portata coraggiosamente in scena. Spingendo ancora più in là l’ottima intuizione del Teatro Stabile del Veneto e di Bepi Emiliani col progetto Goldoni Experience, terrei in cartellone uno spettacolo permanente che rievochi la battaglia goldoniana per cambiare il modo di fare teatro, combattendo la risata facile della Commedia dell’Arte: la quale, da parte sua, ha preservato qualcosa di altrettanto prezioso, le forze primarie, inconsce, quasi animali, degli esseri umani, l’anarchia del corpo, la potenza universale della comicità in maschera. Venezia nella sua storia teatrale ha incarnato tutte e due le cose: sia il realismo raffinato, sia i dèmoni e gli spiritelli del sottosuolo psichico.

A Venezia è nata l’impresa spettacolare moderna. Per la prima volta, al teatro San Cassiano, fu fatto pagare un biglietto per assistere a un’opera lirica. In città sono stati piantati i semi di Broadway e Hollywood. E, nel bene e nel male, in città si è sviluppata anche Las Vegas, perché molti guadagni si facevano con le bische annesse ai teatri.

Una tappa obbligata si dovrebbe fare alla Chiesa della Pietà. Se ci fossero le risorse, lì dentro farei cantare ogni settimana, a un coro di donne, dietro le grate delle balaustre sopraelevate, le musiche di Vivaldi e degli altri compositori che hanno lavorato in quel luogo. Dato che le risorse non ci sono, diffonderei con un impianto stereofonico adeguato la registrazione di quei cori. Venezia ha piantato i semi occidentali del welfare statale, l’assistenza sociale per le classi svantaggiate: nel caso della Pietà, era in favore delle bimbe abbandonate, a cui veniva data una possibilità di riscatto sociale prestigioso. Dovremmo farlo sapere di più.

Un’altra sosta si dovrebbe fare a Ca’ Rezzonico, per vedere gli affreschi di Giandomenico Tiepolo e capire che cosa succede quando arrivano i mass media. C’è la lanterna magica in piazza, e la pittura perde i suoi spettatori, che all’improvviso le voltano le spalle: è arrivato l’antenato del cinema! È arrivata la cultura pop su supporto tecnologico. Da allora in poi le macchine saranno più potenti degli artisti.

Poi non rinuncerei a un passaggio alla Biblioteca Nazionale Marciana: l’industria della stampa, la svolta gutenberghiana, la grande impresa di Aldo Manuzio. E magari un’incursione alla Biennale, all’Archivio Storico delle Arti Contemporanee, per mostrare che questa è la città che ha dato il via al Novecento, mettendo insieme istituzione e anarchia artistica, sistema ufficiale e sovversioni d’avanguardia, con tutto ciò che di contraddittorio questo comporta. Senza dimenticare che la Biennale è stata la prima a sancire solennemente che il cinema è un’arte.

Il viaggio iniziatico nell’Occidente moderno inventato a Venezia, almeno per cominciare, potrebbe accontentarsi di poche tappe fondamentali: queste o altre che siano. Difficile lasciar fuori Murano, con la fusione modernissima, quasi profetica per l’economia attuale, di gesto artigianale e design; e, già che siamo a bordo, ci vorrebbe anche una gita in laguna che mostri l’incredibile stratificazione di natura selvaggia e umanizzata, di sogni e incubi industriali. Ovviamente, questo è solo un abbozzo. C’è tanto da fare, Assessore del futuro.

[settembre 2014]








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 12 febbraio 2018