Petrolio, o Vas

Giovanni Giovannetti



Nei suoi ultimi anni di vita Pier Paolo Pasolini riceve dossier su notabili democristiani, raccoglie informazioni su potenti manager dell’industria pubblica, va in giro «a fare domande che non dovrebbe fare» sulle infiltrazioni della criminalità, la più asservita, in gruppi eversivi dell’estrema destra e sinistra. Pasolini non è un curioso qualsiasi: scrive di politica e società sulla prima pagina del “Corriere della Sera”, il più letto e autorevole quotidiano della borghesia italiana; un giornale che, dall’agosto 1975 (poco prima che Pasolini venga ucciso) è in mano al presidente di Montedison Eugenio Cefis, elemosiniere occulto dei Rizzoli, che formalmente sono i proprietari del “Corriere”. Pasolini è anche un affermato regista cinematografico, poeta, critico, romanziere e sta scrivendo Petrolio (o Vas; l’autore non aveva ancora risolto il titolo), un romanzo sul nuovo Potere (con la maiuscola) in cui Cefis è Troya, ovvero uno dei principali protagonisti: il vicepresidente dell’Eni coinvolto nell’uccisione del presidente Enrico Mattei. Per questo motivo Pasolini sta inconsapevolmente raccogliendo notizie, foto e altri documenti su colui che nel frattempo è diventato un suo editore. Cefis ha fatto la Resistenza. Anzi, il comandante Alberto (era questo il suo nome di battaglia) ne è stato una figura chiave, il maggiore esponente dei combattenti apolitici di ispirazione cattolica (solo il 24 aprile 1945, vigilia della Liberazione, le formazioni da lui guidate aderiranno alla Democrazia cristiana). Anche Mattei ha fatto la Resistenza: il partigiano Marconi, rappresenta infatti i combattenti demo-cristiani – non più di duemila ex ufficiali monarchici, chi fedele al re e chi alla monarchia – in seno al Comando generale del Cvl, il Corpo volontari della libertà.

Lampi sull’Eni

Per Pasolini, la Resistenza al nazifascismo è già il paradigma di ciò che si sarebbe rivelato nella storia d’Italia successiva: una mescolanza antidemocratica, e persino criminale, di interessi politici ed economici che, pur di impedire alle sinistre l’accesso al governo del Paese, hanno favorito l’affermarsi di un vero e proprio regime. È ciò che lo scrittore chiama il “misto”: reduci badogliani un tempo fedeli alla monarchia e cattofascisti e repubblichini un tempo fedeli a Mussolini, consorziati all’insegna dell’anticomunismo e foraggiati da Washington, da Londra, da Confindustria e dal Vaticano. Ne scrive anche in Petrolio (un romanzo che lui stesso ritiene «molto politico») a proposito di Enrico Mattei (presidente dell’Eni, l’Ente nazionale idrocarburi, “Ernesto Bonocore” nel romanzo) e di Eugenio Cefis, alias Aldo Troya, «vicepresidente dell’Eni, destinato a diventare uno dei personaggi chiave della nostra storia». Troya, scrive Pasolini in Petrolio, «partecipò infatti alla Resistenza» nella formazione di Bonocore:

C’era una formazione mista degasperiana e repubblicana (il misto cominciò subito, come si vede), che lottava sui monti della Brianza. Il capo di quella formazione partigiana era l’attuale presidente dell’Eni, Ernesto Bonocore. [...] Per quanto riguarda le imprese antifasciste, ineccepibili e rispettabili, malgrado il misto della formazione partigiana guidata da Bonocore, ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato “Lampi sull’Eni”, e ad esso rimando chi volesse rinfrescarsi la memoria.

E qui comincia il giallo, poiché questo passo, se preso alla lettera, autorizzerebbe a ritenere che Pasolini dia per scritto Lampi sull’Eni ma nelle edizioni a stampa sin qui pubblicate ne resta solo il titolo. Non è l’unico caso in Petrolio: basti ad ulteriore esempio l’Appunto 52b, intitolato Il Negro e il Roscio: sono i soprannomi di Franco Giuseppucci e di Giovanni Girlando, figure apicali della costituenda banda criminale romana della Magliana, quella banda assai frequentata dal criminologo nazifascista Aldo Semerari, il teorico dell’alleanza tra eversione nera e malavita, uno che vede in Pasolini non un avversario ma un personale nemico. E “Negro” era anche il nome in codice di Gianfranco Bertoli, l’informatore dei Servizi segreti italiani fintosi anarchico-individualista, autore della strage di fronte alla questura milanese di via Fatebenefratelli il 17 marzo 1973 (4 morti e 52 feriti). Se questi capitoli di Petrolio sono stati scritti o meno è tema lungamente dibattuto, nonostante quel rimando interno a Lampi sull’Eni («ne ho già fatto cenno nel paragrafo intitolato “Lampi sull’Eni”, e ad esso rimando...») e altre voci che ne accreditano l’esistenza.

I tre discorsi di Cefis

Ma se del discusso Appunto 21 si sono perse le tracce, le conferenze dell’ex partigiano diventato presidente di Eni e Montedison (che Pasolini intende pubblicare integralmente in Petrolio) sono tra le sue carte al Gabinetto Viesseux di Firenze. È lo stesso scrittore, il 16 ottobre 1974, a scrivere come e dove usarle:

Inserire i discorsi di Cefis: i quali servono a dividere in due parti il romanzo in modo perfettamente simmetrico ed esplicito.

Eppure nell’edizione postuma dell’incompiuto romanzo non ci sono. E non ci sono su disposizione di Graziella Chiarcossi, detentrice dei diritti e tra i curatori dell’edizione einaudiana del 1992. Peccato, perché essi avrebbero sin da subito chiarito quanto meno la caratura politica di questo romanzo, che lo stesso autore definisce opera «magmatica, sproporzionata, abnorme», rendendolo per l’appunto «esplicito». Le conferenze sono tre; vediamo di che si tratta.

La mia patria si chiama multinazionale. Al capitalismo globalizzato Eugenio Cefis guardava come alla nuova “patria”. «Come si svilupperà il rapporto tra queste società che operano su basi internazionali e gli Stati sovrani?», si domanda il 23 febbraio 1972, parlando agli allievi ufficiali dell’Accademia militare di Modena. Agli albori della civiltà informatica (che favorirà nuove filosofie produttive e l’uniformazione dei consumi su scala mondiale), poco dopo l’“Autunno caldo”, il Sessantotto e la strage di piazza Fontana a Milano, e a poco più di un anno dal fallito golpe Borghese, in La mia patria si chiama multinazionale (questo è il titolo dato alla conferenza modenese) l’ex cadetto Cefis invoca meno diritti democratici, la riforma della Costituzione, presidenzialismo autoritario, meno poteri al Parlamento. Due anni prima erano tra gli intendimenti del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat (poi rientrati su pressione, o forse ricatto, di Aldo Moro); cinque anni dopo saranno tra i punti cardine del piduista Piano di Rinascita democratica. Cefis o qualche suo ghostwriter – come il futuro teorico della Lega Nord Gianfranco Miglio – ha letto The Multinationals dell’analista inglese Christopher Tugendhat, pubblicato in Italia da Mondadori proprio nel gennaio 1972 (nel discorso di Modena ne cita un passo). Elencando alcune società “modello”, Cefis loda l’americana International Telephone and Telegraph Corporation (Itt), la multinazionale coinvolta in Cile nel colpo di Stato del generale Augusto Pinochet contro Salvador Allende, il presidente democraticamente eletto: una società internazionale, scrive profeticamente Tugendhat «diretta dal centro per perseguire gli interessi del centro» (Pasolini la nomina all’Appunto 102a, L’Epochè: Storia di un volo cosmico: «Il gigantesco sforzo tecnologico […] era stato sostenuto da una grande Società: come potrebbe essere la Itt, per esempio»). The Multinationals si rivela robusta base teorica e ideologica del discorso modenese, prefigurativo ed “europeista” in senso ovviamente assai particolare: l’Europa che auspica è quella che oggi conosciamo, di banchieri e capitale finanziario (la sua unità politica e il conseguente meticciamento culturale possono tuttora attendere). Nel discorso ricorrono altresì alcuni degli argomenti discussi un anno prima tra pochi intimi a Frascati presso Roma in casa di uno dei predecessori di Cefis, l’ex presidente di Montedison Pietro Campilli, poco dopo la caduta del governo Rumor nel 1970, poco prima del tentato golpe Borghese. Come riferì lo stesso Campilli agli autori di Razza padrona Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, a quella riunione «c’erano alti magistrati, qualche grande industriale, Cefis, Petrilli, Carli, alcuni consiglieri di Stato, un paio di “principi del foro”, tre o quattro direttori generali della pubblica amministrazione. Una ventina di persone in tutto». L’eco dei concetti esposti, scrivono i due giornalisti in Razza padrona «si ritrovò in seguito in alcuni testi importanti», come appunto il discorso di Cefis ai cadetti di Modena. A fronte della «pressione politica che le multinazionali possono esercitare», gli Stati nazionali vengono ridotti da Cefis a scatole vuote, con tanti saluti all’idea di patria, liquidata tra i ferrivecchi, e pronosticando la fine del potere politico, rivolge ai militari l’invito rivolto a occuparne il vuoto all’ombra delle grandi aziende:

I maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch’essi avviati ad un coordinamento internazionale. […] Se questo è il tipo di società verso cui ci stiamo avviando è facile prevedere che in essa il sentimento di appartenenza del cittadino allo Stato è destinato ad affievolirsi e, paradossalmente, potrebbe essere sostituito da un senso di identificazione con l’impresa multinazionale in cui si lavora. […] La difesa del proprio Paese si identifica sempre meno con la difesa del territorio ed è probabile che arriveremo ad una modifica del concetto stesso di Patria, che probabilmente i vostri figli vivranno e sentiranno in modo diverso da voi. […] Non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta adeguata sul piano politico ai problemi che esse pongono.

Di nuovo è innegabile la simmetria del Cefis-pensiero con quanto leggeremo più tardi nel piduista Piano di rinascita democratica. Al capitolo Programmi (punto 1) si adombra infatti:

lo spostamento dei centri di potere reale dal Parlamento ai sindacati e dal Governo ai padronati multinazionali con i correlativi strumenti di azione finanziaria.

Cefis conclude esortando gli «ufficiali di domani» ad occuparsi in modo sistematico di «fenomeni sociali» e di politica: «Studiate i problemi del mondo che vi circonda; riflettete sull’importanza del vostro ruolo in un’epoca che non può permettersi la guerra». E aggiunge che le future “guerre permanenti” i militari le dovranno combattere non tanto contro altri eserciti quanto sul fronte interno, dentro la società:

non disdegnate le scienze politiche, non trascurate lo studio dei fenomeni sociali, approfonditeli con attenzione e meditate sulle loro linee evolutive. In poche parole, occupatevi di politica.

Queste parole di Cefis sembrano avvicinabili a quelle di un altro testo:

I Fratelli membri del Comitato esecutivo massonico debbono perciò studiare, analizzare il potere al fine di conquistarlo, esercitarlo, conservarlo, aumentarlo e renderlo sempre più saldo.

Le si leggono nel documento costitutivo della Superloggia internazionale segreta – parallela alla P2 e aperta ai non massoni – fondata a Montecarlo il 1° gennaio 1977 dopo la fittizia soppressione della chiacchierata P2 da parte dei Maestri Venerabili del Grande Oriente nella Gran Loggia di Napoli (30 dicembre 1974), la successiva ricostituzione (giugno 1975) e la nuova sospensione, quest’ultima decretata il 26 luglio 1976 dal Gran maestro Lino Salvini su sollecitazione, o meglio ricatto, di Licio Gelli. Fu in realtà uno stratagemma per ricrearla, ma riformulata, continuando a dirigerla in proroga, così da «rendere ancora più riservata l’organizzazione» (come si legge nella Relazione finale della commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2). Nell’occasione, Salvini eleverà Gelli al rango di Maestro Venerabile, ignorando l’opinione dei massoni cosiddetti “democratici”, che lo avrebbero voluto “in sonno” per almeno tre anni. Pasolini vede Eugenio Cefs come “un eroe” diabolico, «come gli eroi di Balzac e Dostoevskij: conoscono cioè la grandezza sia dell’integrazione che del delitto». E, lo si è detto, voleva inserire integralmente in Petrolio La mia patria si chiama multinazionale, situandolo proprio al centro del romanzo, assieme ad altri due discorsi di Cefis: L’industria chimica e i problemi dello sviluppo e Un caso interessante: la Montedison. Del primo, che fu tenuto il 14 giugno 1974 al romano Centro Alti Studi per la Difesa, Pasolini scrive (sul “Tempo illustrato” il 18 ottobre 1974) «benché solo ciclostilato a cura di Montedison ho avuto l’occasione di leggere». Del secondo, previsto per l’11 marzo dell’anno prima alla Scuola di cultura cattolica di Vicenza e rinviato all’ultimo momento, Pasolini possedeva il testo originale. Li aveva ricevuti tutti da Elvio Fachinelli, non sappiamo in quale ordine.

Un caso interessante: la Montedison. Nella Vicenza dorotea di Mariano Rumor, del potente cugino Giacomo Rumor (all’epoca presidente della locale Camera di commercio) e della South European Task Force presso l’U.S. Army Hearlth Center (qui ha infatti base la 173ª brigata paracadutisti degli Stati Uniti) Cefis avrebbe inteso affrontare per la prima volta pubblicamente i problemi di Montedison e quelli della fragile e provinciale industria chimica italiana in crisi: stabilimenti sottodimensionati inadatti alla competizione internazionale, scelte strategiche non sempre azzeccate, modesta cultura industriale. Insomma, un capitalismo feudale o peggio parassitario, che sprecherebbe risorse senza creare lavoro.9 Sono giudizi taglienti, da leader politico, e «forse è proprio per questo», scrivono Scalfari e Turani, «che la conferenza nel corso della quale doveva pronunciarli, rinviata all’ultimo momento, non fu mai tenuta». Dopo una dura sintesi storica nutrita da considerazioni personali, in quel testo il decisionista Cefis passa alle conseguenze sociali della modernizzazione, foriera della disoccupazione e di conseguenti maggiori pubblici esborsi in Cassa integrazione guadagni. Nel concludere, non manca di invocare più autonomia per il management Montedison – ovvero per se stesso, senza troppo indugiare sulle indicazioni programmatiche del Governo – al fine di ricondurre l’orientamento produttivo aziendale, dice, al chimico e al tessile (la chimica di base all’Eni, quella derivata e secondaria, ben più redditizia, a Montedison), mantenendosi tuttavia nel settore farmaceutico con la Carlo Erba e Farmitalia (acquisite nel 1993 dal gruppo svedese Pharmacia), nella grande distribuzione con la Standa (ceduta nel 1988 a Fininvest) e nel settore alimentare con la Alimont, ceduta nel 1974 alla Sme, gruppo in parte pubblico (Iri) in parte privato (Bastogi). Invoca altresì la cessione dei settori non più strategici, la chiusura di altri stabilimenti (da lui chiamati «punti di crisi») e il licenziamento del personale che fosse d’intralcio al nuovo corso (nel 1971 fece molto scalpore sull’“Espresso” l’elenco di una cinquantina di dirigenti impietosamente cacciati da Cefis poco dopo il suo arrivo in Montedison: licenziamenti paragonati a “purghe”), in modo da potersi librare senza zavorra in un mercato dalle dimensioni quanto meno europee. A questo fine, un anno prima Cefis aveva chiesto allo Stato ben 2.447 miliardi in finanziamenti agevolati, presentando un piano di ristrutturazione “lacrime e sangue” (e, a ricatto, la minaccia di licenziamento per 20.000 operai ritenuti in esubero). L’esatto contrario di quanto venne detto nel 1967 al momento della fusione tra Montecatini ed Edison: «Caro Stato, abbiamo i quattrini, autorizzaci a fare», ora mutato in «dateci i quattrini che sappiamo noi cosa fare»: è insomma quell’economia mista pubblico-privata, incline a privatizzare gli utili e socializzare le perdite. E Cefis lì a coltivare il mito del ritorno dell’utile in bilancio (non era vero, e lo dimostrano Turani e Scalfari in Razza padrona) e il mito di se stesso, usati come accrediti per batter cassa senza limiti al sistema bancario o presso regioni e ministeri, scaricando altresì le aziende “cotte” nel generoso piatto di chi le avrebbe poi “salvate”, sempre a spese dello Stato (ad esempio, le miniere della Monteponi e della Sisma, andate alla Egam dell’intraprendente Mario Einaudi). Cefis arrivò anche a rasentare il falso in bilancio pur di avere leggi favorevoli e altri quattrini. Soldi poi parzialmente investiti in speculazioni di borsa (Giorgio Corsi – il ciambellano di Cefis – era il solerte cerimoniere dell’intricato meccanismo). Dopo aver scalato Montedison con i soldi pubblici dell’Eni (più di 100 miliardi); dopo aver trasferito da Eni a Montedison la remunerativa chimica secondaria e poi traslocato lui stesso, ora il neo-presidente punterebbe a privatizzarla poiché ritiene la chimica l’affare del (suo) futuro, nuova frontiera destinata a rinverdire la funzione dell’auto nell’economia nazionale. In quello stesso testo-manifesto, non letto, Cefis ribadiva «irrilevante» l’influenza di Montedison sui mezzi d’informazione, che sarebbe «di certo molto più modesta di quella dei nostri interlocutori, anche perché non possediamo né giornali né agenzie di stampa» (si ricordi che la Società italiana resine di Nino Rovelli – il terzo incomodo tra Eni e Montedison, con base in Sardegna – riteneva non senza motivo sovrastimate le richieste economiche di Cefis al Governo e lo attaccava dai giornali che possedeva nell’isola). A questo presunto limite strategico presto porrà rimedio, arrivando a controllare buona parte della stampa italiana (fra gli altri, il milanese “Corriere della Sera”, i romani “Messaggero” e “Tempo”, e il settimanale “Tempo illustrato”, senza tralasciare un contributo finanziario al nascente “Giornale nuovo” dell’amico Indro Montanelli), garantendosi così uno smisurato potere personale. Tutto questo a spese di Montedison: ben 90 miliardi delle vecchie lire, in ampia parte provenienti da fondi neri. Inutile sottolineare che l’acquisto di giornali non sarebbe tra le mission del gruppo, di cui la chimica pare ormai «soltanto un pretesto» (Turani). Cefis sa bene che le sue ambizioni richiedono una efficace organizzazione del consenso e solidi rapporti politici: «aveva capito già da molti anni che la via per il potere passava proprio attraverso rapporti scorrevoli con chi teneva in mano le chiavi della politica e, al tempo stesso, le chiavi della finanza pubblica».

L’industria chimica e i problemi dello sviluppo. Il suo discorso al Centro Alti Studi per la Difesa di Roma verte invece sui guasti di una «irrazionale» industrializzazione, lesiva per l’ambiente e concentrata nel Nordovest del Paese che, marginalizzando l’agricoltura (un mercato internazionale «di determinante importanza» per Montedison, poiché l’azienda vi era schierata in tutta la filiera, dai concimi chimici all’imballaggio), ha ingenerato sottosviluppo socialmente pericoloso invece di ordinato sviluppo e benessere. Solo «un’economia capace di affrontare i problemi della fame e della povertà» planetaria coniugata a «risolutivi interventi antinquinamento» e alle fonti alternative sarebbe foriera di un «benessere autentico». Economia capace o rapace? «Passarono gli uni e gli altri su quella ricchezza come uno stuolo di cavallette si abbatte su un campo di grano. Alla fine non ne sono rimaste che spighe vuote», si legge in Razza padrona, libro del 1974 eppure profetico, tanto pare attuale: «Della crisi che stiamo attraversando […] generale è l’ammissione che la causa delle cause sia l’ingrossarsi dell’esercito improduttivo e gli effetti che la sua presenza ha provocato». La sovvenzione di imprese politicamente sostenute è «simile alla droga e chi si abitua a conviver con essa per qualche tempo difficilmente poi l’abbandona». Un male oscuro e antico, da ascrivere «all’assenza d’una classe dirigente che esprima di sé un’immagine costruttiva e su essa attragga l’emulazione e l’imitazione degli altri componenti della società». Già prima il capitalismo italiano faticava a manifestarsi, camuffato, dice Francesco Alberoni, nel precapitalistico e corporativo patrimonialismo di ceto. Il sociologo allude alla grande occasione industriale persa dall’Italia negli anni Sessanta con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che aveva reso indennizzi per 1.500 miliardi di lire ai cinque gruppi che prima la gestivano (Sade in Veneto e parte dell’Emilia; Edison in Lombardia, Liguria e parte dell’Emilia; Sip in Piemonte; Centrale in Toscana, Lazio e Sardegna; Sme nelle regioni meridionali). Altro che produzione, altro che lavoro duraturo! se si escludono 400 milioni nella disponibilità dell’Iri e 300 di Montedison, quei soldi vennero gettati in speculazioni borsistiche e immobiliari. Anche di peggio poiché questi vetero-capitalisti senza cultura imprenditoriale «misero in moto o aggravarono una serie di elementi negativi di carattere industriale, finanziario o politico, che contribuirono potentemente alla degenerazione del sistema» il sistema misto pubblico-privato delle partecipazioni statali, là dove «il ceto politico e quello economico si sono ormai confusi fino a formare un tutto organico, dove la primazia apparente spetta al politico, ma quella effettiva viene esercitata dal potere economico». Non fosse per la conclusione a favore del nucleare, l’intervento romano del presidente di Montedison parrebbe la teorizzazione della futuribile Green Economy, l’avveniristico sguardo di un manager curioso e dalle larghe vedute. Ma questo è Cefis, il presunto capo occulto della P2 intenta a seminare bombe e terrore. La visione filantropica di entrambi i discorsi stride poi con quanto ormai sappiamo dell’uso a fini personali delle aziende di Stato a lui affidate e sugli interessi privati che il presidente di Montedison (controllata Eni, e dunque in ampia parte pubblica) già negli anni della presidenza all’azienda petrolifera di Stato ha coltivato tramite prestanome e società di comodo: quel brulicante affresco sapientemente illustrato da Giorgio Steimetz nel suo introvabile Questo è Cefis, e che Pasolini si accinge a trasferire con ben altro possibile impatto in Petrolio. Ma se di Questo è Cefis sparisce il libro, di Petrolio sparirà l’autore. Pasolini disegna un romanzo di 2.000 pagine, diviso in due parti «in modo perfettamente simmetrico ed esplicito»15 E a dividere le due parti dovevano essere proprio i discorsi di Cefis, inseriti integralmente nel testo. Ecco dunque un ulteriore “capitolo mancante” in Petrolio, proprio come Lampi sull’Eni.

Le fotografie. «Come qualcuno che mi spia di nascosto»

L’autore di Petrolio è anche in cerca di una qualche rara fotografia di Eugenio Cefis: nel gennaio 1975 le chiede a Mario Reali, e il referente di Montedison in Unione sovietica promette qualche scatto di Cefis a Mosca, con tanto di colbacco sul capo. Che uso pensa di farne? A ben vedere, un altro capitolo in fieri (e dunque “mancante”) sono le fotografie che Pasolini cita con sufficiente precisione in Petrolio e forse destinate a entrare nell’incompiuto romanzo. Non sappiamo se era sua intenzione distribuire le fotografie nel testo, oppure procedere per accostamenti, come nella coeva (1975) Iconografia ingiallita de La Divina Mimesis (che a sua volta sembra guardare al fototesto pubblicato nelle pagine finali de La strage di Stato, libro uscito nel 1970 e per altri versi da ascrivere tra le fonti di Petrolio). Ma di certo Pasolini va maturando un crescente interesse per l’interazione tra il linguaggio scritto e quello visivo e – lo scrive lui stesso – «accanto alla ricostruzione letteraria ci sarà una ricostruzione critica figurativa» anche con immagini riprese dai giornali, poiché «tali illustrazioni sono di grande aiuto nella ricostruzione di scene o passi mancanti». Vediamone alcune.

Henke alla festa della Repubblica. All’Appunto 97 I narratori Pasolini tratteggia la figura dell’ammiraglio Eugenio Henke mentre fuma in controluce: «Confondendo il fumo della sua sigaretta col pulviscolo del raggio di sole che, caravaggescamente, irrompeva nel salone del Quirinale, se ne stava un uomo tutto vestito di bianco con un berretto bianco posato sul magro viso di minuscolo ragazzo invecchiato, ingrinzito anche dalla smorfia dovuta al fumo della sigaretta incollata alla bocca. Era il generale Eugenio Henke», ovvero il capo del Servizio Informazioni Difesa dal 1966 al 1970, prima di Vito Miceli. La descrizione che ne fa Pasolini è l’ekphrasis della fotografia di Dario Bellini all’ammiraglio (non era generale), pubblicata il 4 agosto 1974 da “l’Espresso” a corredo dell’indagine di Giuseppe Catalano sui “mattinali” del Sid a Cefis (sì, il Servizio segreto di Stato era asservito anche a questo privato cittadino). E «dietro il raggio di sole, che accecava» scrive Pasolini, «pareva spalancarsi una voragine buia». Se per la foto dell’ammiraglio Henke è facile risalire al singolo scatto, per altre è ipotizzabile solo il soggetto o la sequenza o l’argomento.

Quel DC9 tanto simile all’aereo di Mattei. In Petrolio un’altra descrizione “fotografica” è quella del DC9 Alitalia caduto nel deserto. Pasolini ne dà questa descrizione all’Appunto 98 L’Epochè: Storia di un uomo e del suo corpo: «Il DC9 stava finendo di bruciare: era tutto nero. Solo un pezzo della coda era stato risparmiato dalle fiamme. Il rottame di < > che sembrava vile bandone era dipinto di giallo con una striscia blu». Proprio come il bireattore Morane Saulnier di Mattei caduto a Bascapè il 27 ottobre 1962, che Pasolini può aver visto nelle foto pubblicate dai giornali a seguito dell’attentato: la coda è conficcata nel terreno, stesso colore dell’aereo.

– Il suo corpo nudo, poco prima di morire. Sono le celebri sequenze fotografiche di Dino Pedriali che ritraggono Pasolini nell’ottobre 1975 alla torre di Chia chino sul pavimento mentre disegna più volte il profilo di Roberto Longhi su grandi fogli bianchi; e poi nudo, all’imbrunire, da oltre la vetrata della stanza da letto, disteso a leggere un libro sopra una coperta all’uncinetto. Sono fotografie di cui Pasolini è regista e interprete (a questa rappresentazione del suo corpo, lui stesso sembra accennare nella lettera a Moravia pubblicata in fondo all’incompiuto romanzo: «No: io ho parlato al lettore in quanto io stesso, in carne e ossa...»). Stando a Pedriali, lo scrittore avrebbe voluto utilizzarle in Petrolio, fingendoli scatti “rubati”: «Ti fotografo dall’esterno, se sei d’accordo, oltre gli alberi e i vetri» dice Pedriali; e Pasolini: «ti chiedo solo di farlo come se venissi sorpreso o, meglio, come se non mi accorgessi della presenza di un fotografo. Solo in seguito mi comporterò come se intuissi la presenza di qualcuno che mi spia di nascosto». «Quando rientro» come racconta il fotografo a Lorenzo Viganò, che lo sta intervistando «lui si è già rivestito e mi viene incontro. “Separa questi rullini dagli altri”, dice. “E telefonami quando sono pronte, ma mi raccomando: non dire niente a nessuno. Appena vedrò le foto ti spiegherò dettagliatamente il lavoro. Ricordati però che avremo molti nemici, anzi tu ti creerai molti nemici, perché la gente non capisce”. Ci lasciamo così». Questi scatti Pasolini non li potrà mai avere, perché l’ammazzano qualche giorno dopo.

– Il corpo di Feltrinelli sotto il traliccio di Segrate. «Non era che il sedici o diciassette marzo 1972...», scrive Pasolini in Petrolio. Di ritorno dalla Siria, l’ingegner Carlo Valletti, protagonista del romanzo, apprende la notizia della morte di Giangiacomo Feltrinelli, saltato in aria a Segrate: «l’immagine del traliccio ai piedi del quale Feltrinelli era morto divorava qualsiasi altra immagine reale che il continuare della vita cominciava subito a offrire come alternativa consolatoria (riuscendoci, alla fine). Ma il giorno del ritorno di Carlo dalla Siria ancora non si sapeva nulla dei particolari della morte di Feltrinelli: si sapeva solo che il morto era lui». Dopo la strage di piazza Fontana a Milano del dicembre 1969, Feltrinelli decide di entrare in clandestinità. Come si è visto, muore il 14 marzo 1972 in circostanze mai del tutto chiarite.

– Ragazzi siciliani. All’Appunto 3d Prefazione posticipata (IV) Pasolini descrive «una vecchia fontana alessandrina o romana, con in mezzo dei papiri, e intorno ragazzi mezzi nudi». Siamo a Siracusa, e Tetis vede finalmente arrivare la persona che sta aspettando: è una bella donna di mezza età dagli occhi azzurri «come quelli di certi gatti, e obliqui, ora pacifici – fin troppo – ora fiammeggianti ma instabilmente, di una aggressività nevrotica e intellettuale. La loro luce illuminava tutta la testa eretta, che assomigliava un po’ a quella di certi ragazzi siciliani fotografati al principio del secolo da raffinati turisti tedeschi». L’allusione alle fotografie del tedesco Wilhelm von Gloeden è qui palese; Pasolini pensava forse di riproporre in Petrolio una o più d’una di queste foto?

– Il padre Carlo. Come Carlo Emilio Gadda ne La cognizione del dolore, Pasolini sembra ravvivare i suoi ricordi ripassando l’album fotografico di famiglia. E la descrizione che lui fa del padre Carlo Alberto all’Appunto 4 Continua la follia predatoria: che cos’è un romanzo? altro non è che la descrizione di una fotografia del padre: «È rimasta una fotografia di mio padre diciassettenne, poco prima che partisse come volontario per la guerra libica: è un ragazzo molto bello. Forte come un toro, elegante, di una eleganza un po’ teppistica, appunto, da figlio di una famiglia ricca e decaduta, viziato e rozzo nel tempo stesso; nei capelli e negli occhi neri c’è qualcosa di cattivo: è la sua sensualità che appare violentissima, e che lo rende troppo serio e quasi torvo. La purezza della sua guancia giovanile, la perfezione del suo corpo (era però un ragazzo di bassa statura, un bassetto) era quella di chi possiede un gran cazzo. Eppure tutto questo, insieme, esprimeva una volontà ostile, quasi l’eccesso di difesa di chi pur vantando violenti diritti sul presente, prevede una futura tragedia, che avrebbe trasformato i suoi diritti in degradazione».








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica libri il 12 febbraio 2018