La vita riflessa

Ernesto Aloia



[Il primo racconto di Ernesto Aloia che lessi sulle pagine di "Maltese Narrazioni" alla fine dello scorso millennio, "Basilico", raccontava di un prete che dopo aver praticato sesso orale con un ragazzino andava a sputare il maltolto dentro un vaso contenente la pianta eponima. Che bel racconto, mi dicevo, ma queste non sono cose di tutti i giorni. Anni dopo lessi un romanzo che raccontava di come dopo l’11 settembre attecchisse il sogno di grandi organizzazioni terroristiche mobilitate militarmente contro l’occidente; che bel romanzo, mi dicevo, ma son cose che non succedono tutti i giorni. Adesso sto leggendo questo nuovo romanzo che parla del futuro e, dopo il Daesh e la piaga della pedofila curiale, non voglio ricadere per la terza volta nello stesso errore. È la storia di Marco e Greg, legati da un fatto oscuro e traumatico raccontato nella premessa che si svolge quarant’anni prima dei fatti narrati nelle altre tre parti del libro, quando dopo tanto tempo le strade dei due si incrociano nuovamente per dare dare vita a una sorta di piattaforma social rivoluzionaria, su cui scommette la BWE, un colosso tecnologico senza scrupoli intenzionato a sostenere il loro inaudito progetto, che, mi pare, porta dritto a una radicale e inquietante metamorfosi del concetto stesso di "realtà umana". Ma magari mi sbaglio, il libro è in lettura.

Il brano scelto dall’autore, dal primo capitolo della Terza Parte, racconta l’arrivo di Marco e Greg alla sede della BWE a.a.]


Il motoscafo si accostava al pontile, e quando sentii il motore calare di giri e alzai gli occhi dagli appunti per levarli sulla facciata di cristallo che sembrava emergere dal fondo del lago il respiro mi si spense in petto. Greg, seduto accanto a me, mi rivolse un sorriso di incoraggiamento e mi scompigliò i capelli con la mano. Proprio come il giorno della nostra fuga in treno. Mi sforzai di contraccambiare il sorriso, ma riuscii solo a increspare le labbra. Rabbrividii e armeggiai con la cerniera del giaccone imbottito. I miei appunti volarono via in un turbine.
Il centro direzionale della BWE era un parallelepipedo di cristallo alto sette piani adagiato su un’isola al centro di un lago artificiale. Né strade né ponti lo collegavano alla terraferma. Si poteva raggiungere solo servendosi di uno dei motoscafi che andavano e venivano senza sosta dai pontili. L’effetto ottico creato da quella mole riflessa sulla superficie del lago – che a sua volta rispecchiava il cielo inquieto e mutevole del Baltico - era sconcertante. L’edificio era un miraggio aereo di onde e nuvole che costringeva i visitatori a strizzare gli occhi, a spostarsi per mutare l’angolazione dello sguardo e cercare di cogliere un punto di riferimento solido, come la linea curva di un tubo di aerazione, o il bordo in acciaio brunito di un pannello solare. Solo quando mettemmo piede a terra io e Greg riuscimmo a scorgere oltre le lastre di cristallo i contorni di un ascensore in movimento e qualche figura umana che percorrendo i corridoi pareva sospesa a mezz’aria.
Dopo lo sbarco, superato il pontile di tek e appena imboccato il sentiero che saliva al piazzale, sostai stupefatto dal cinguettio serrato degli uccelli: immobile sullo stretto sentiero di ghiaia, il mento affondato nel bavero, mi sforzavo di indovinare da dove venissero quei richiami la cui insistenza non faceva che mettere in risalto, per contrasto, il silenzio compatto del luogo. Il vento svuotava il cielo. Uccelli intorno non se ne vedevano. Né alberi, né arbusti, e neppure una siepe.
“Marco, per favore, go ahead.”
Alle mie spalle Greg ansimava. Invece di avanzare, mi feci da parte, mi accovacciai e finsi di legarmi una scarpa.
Accanto al mio piede destro, tra la ghiaia scura e minuta, spiccava un unico ciottolo bianco, piatto e rotondo come una grossa moneta. Lo raccolsi e lo feci scivolare in una tasca dei pantaloni. Greg mi osservò scuotendo la testa e mi superò.
Giunti sul piazzale, puntammo verso l’imbocco di uno dei tunnel in plexiglass che a ogni punto cardinale si dipartivano dalla costruzione maggiore – e non eravamo neppure a metà strada quando le porte scorrevoli si aprirono per lasciare uscire una ragazza i cui capelli biondi, subito afferrati dal vento, si sollevarono come una fiamma. Portava occhiali dalle lenti dinamiche e indossava una T-shirt col logo aziendale bianco e azzurro, jeans scoloriti e scarpette da corsa. Sorrideva, ma – mi sembrò - non per manifestare un’emozione: cercava forse di suscitarla in noi.
“Ti presento Sandra”, disse Greg, “è l’assistente personale di Amit.” La ragazza fece un passo avanti e mi tese la mano. Era di corporatura minuta e la sua fronte mi arrivava all’altezza delle spalle.
“Amit vi aspetta”, disse, “non sta più nella pelle. Non ci dorme la notte.”
Le riservai un’occhiata scettica. Ben altre cose, pensai, dovevano turbare i sonni di Amit.
Una nube si scostò dal sole. Barcollai abbacinato. Gli occhi di Sandra scomparvero dietro le lenti e lei, per reazione, intensificò il sorriso. “Vorrei tanto che Amit fosse più distaccato riguardo a questo progetto”, riprese, “ma immagino che non ci sia niente da fare, lui è fatto così.”
Le domandai da quanto tempo fosse la sua assistente.
“Un anno a luglio, cioè tra due settimane.” Arretrò e fece cenno di seguirla. “Non mi sembra una brutta cosa”, osservò Greg spingendomi avanti con una manata sulla spalla, “Cioè, voglio dire il fatto che si sia affezionato all’idea.”
“Per voi no di certo, ma per noi… insomma, ci sono giorni in cui lo vorremmo un po’ meno focalizzato”, commentò la ragazza voltandosi indietro senza smettere di camminare. Non c’era nella sua voce alcuna traccia di scontento. Anzi, il sorriso sfavillava nel sole. Con la mano destra cercava di tenersi a posto i capelli, nella sinistra stringeva uno smartphone. Minuta com’era, non mi sarei stupito se una folata del vento che andava sollevando riccioli spumosi su tutta la superficie del lago l’avesse sollevata e trascinata via.
La seguimmo nel tunnel, poi in un atrio dalle pareti foderate di legno chiaro dove gruppetti di dipendenti BWE sedevano chiacchierando intorno a minuscoli tavoli rotondi, su poltrone avvolgenti che quasi li nascondevano alla vista. Nel locale aleggiava un brusio multilingue misurato e uniforme. Il flusso di persone – in gran parte vestite come Sandra e altrettanto giovani - sembrava provenire dalla caffetteria, visto che l’ora di pranzo era passata da poco e che molti reggevano grandi bicchieri di plastica. Sandra si affrettò a farci deviare a destra, guidandoci a un ascensore cilindrico completamente vetrato. Inserì una tessera in una fessura alla base della pulsantiera. Mi preparai allo spettacolo del lago artificiale dall’alto, che immaginavo come un gigantesco specchio del cielo, ma quando l’ascensore si mosse mi colse di sorpresa sprofondando rapidissimo verso i piani interrati. Quando si arrestò il display segnava -3.
“Amit ha preferito programmare l’incontro in una stanza sicura”, disse Sandra. “Se non vi fidate dei vostri dipendenti potevamo incontrarci in qualche altro posto, magari sulla terraferma”, commentai. Anche sotto i neon, vidi la ragazza arrossire. Non cercò di nascondersi dandomi le spalle. Restò lì a guardarmi mentre avvampava sorridente.
Uscimmo dall’ascensore, percorremmo una decina di metri lungo uno stretto corridoio e finalmente facemmo il nostro ingresso in una stanzetta dal soffitto basso, le candide pareti spoglie ad eccezione di quella di fronte all’entrata, cui era applicato un grande schermo nero. Al centro della stanza c’era un piccolo tavolo di legno chiaro tra quattro poltrone avvolgenti rosso fuoco identiche a quelle che avevo visto al piano superiore, su una delle quali era posato un libro aperto. Istintivamente, tenendo il segno con un dito, lo richiusi per leggerne il titolo. Era L’eau et les reves di Gaston Bachelard. La porta si richiuse alle nostre spalle con un rumore soffice di imbottitura e non riuscii a non pensare a quanto quel posto somigliasse alla mia idea di una stanza di contenzione: follia nutrita di silenzio, solitudine e impotenza.
“Amit sarà subito con noi”, annunciò Sandra rivolta allo schermo con un grande sorriso. “Prego, sedetevi.”
La superficie nera sulla parete si animò mostrando dapprima il logo della BWE, le tre semplici lettere minuscole bianche inscritte nella caratteristica nuvoletta azzurra, poi il volto sorridente di Amit Roy. Sullo sfondo, nella semioscurità, si scorgeva una stanza identica a quella in cui ci trovavamo noi, tranne che per un particolare: il libro sulla poltrona non c’era. Ce l’aveva in mano Amit.
Greg fu il primo a riprendersi dallo stupore: “Non è in teleconferenza, vero? E’ la sua proiezione.”
Amit, che indossava un completo grigio chiaro e una camicia bianca senza cravatta, fece un passo indietro in quello che sembrava il riflesso della stanza, alzò la mano destra in segno di saluto e andò a occupare una delle poltrone. “I giornalisti la chiamano proiessenza”, rispose, “ma di solito associano al termine una connotazione negativa, per cui preferiremmo evitarlo.”
“E’ vero”, confermò Sandra, “quello che vogliono sottolineare è proprio l’elemento di falsità della proiezione del sé nelle reti sociali. Insomma, secondo noi non è la parola giusta.”
“La parola giusta è la cosa più importante”, riprese la figura sullo schermo.
“Come hai ottenuto la tua immagine?”, lo interruppe secco Greg, “quella che vediamo ora?”
“Puoi sceglierne una dal profilo, come si è sempre fatto. Ma la cosa più semplice è lasciar fare al sistema. Sceglie le migliori, crea una sintesi tridimensionale e la adatta, di volta in volta, in base ai profili degli interlocutori. In una certa misura, tu cambi a seconda della persona con cui interagisci.”
Lo schermo si spense di colpo. Io e Greg scattammo in piedi, ma prima che potessimo chiedere spiegazioni a Sandra la porta da cui eravamo entrati si aprì. Amit, sulla soglia, ci strinse la mano con calore. Non indossava il completo grigio, ma un semplice paio di jeans e una camicia azzurra. Era più alto della sua proiezione sullo schermo, e più corpulento. La sua pelle era più scura, il contorno del suo viso più largo e cedevole, la mascella meno scolpita. Figlio di un ingegnere pakistano della Hewlett & Packard e di una bibliotecaria irlandese di Stanford, nato alla metà degli anni Sessanta in qualche sobborgo residenziale di San Francisco, Amit Roy era scurissimo di pelle e di capelli, tanto che gli occhi verde ramarro ereditati dalla madre rappresentavano per chi lo vedeva per la prima volta una sorpresa tale da lasciare per qualche istante senza parole. Era dotato di una naturale scioltezza di modi e di movimenti che, unita al particolare impasto sonoro della voce – un’emissione priva di picchi acuti come di timbri troppo bassi – gli conferiva la capacità di mettere subito a proprio agio i suoi interlocutori inducendoli ad abbassare il proprio livello di allerta. Chi non lo amava lo chiamava “Smoothie”. Amit “Smoothie” Roy, cioè Amit il Viscido. Non dovevano essere in pochi a detestarlo, soprattutto dopo i diciassettemila licenziamenti che avevano contrassegnato i suoi quattordici mesi alla guida della BWE, inaugurati da quello che era ormai passato alla storia come il discorso del castello assediato.
In un gelido mattino di marzo i dipendenti della sede centrale erano stati invitati a riunirsi nell’auditorium di Borgerende, una cittadina sul Baltico non lontana dal lago e dall’isola e lì, davanti a quei duemila volti che formavano un muro compatto di sfiducia e sospetto verso l’uomo venuto dall’altra parte dell’Atlantico, Amit era salito sul palco e aveva preso la parola. “Questa compagnia”, aveva esordito, “è come una fortezza sotto assedio. I nemici sono molti e agguerriti, e sono decisi a non mostrare pietà. Finora siamo riusciti a tenerli fuori dalle mura, ma in queste condizioni l’esito della lotta è segnato: sono già riusciti a incendiare i tetti del castello, e anche se i bastioni sono intatti presto i nostri depositi di viveri andranno in fumo, e allora sarà impossibile resistere. Finora hanno avuto la meglio perché mai, negli ultimi anni, abbiamo saputo prendere l’iniziativa. Abbiamo sempre reagito nel modo che i nostri nemici si aspettavano, e questo è il cammino più rapido e sicuro verso la sconfitta. Perciò ora dobbiamo cambiare. Apriremo le porte, usciremo dal castello e affronteremo i nostri nemici in campo aperto.”
Amit aveva fatto una pausa, poi aveva domandato ai presenti quanti di loro utilizzassero abitualmente dispositivi della concorrenza. Poche mani si erano alzate.
“Non mi disturba affatto, sappiatelo. La curiosità intellettuale è una spinta positiva, può farci imparare molto. E invece questa compagnia è rimasta per troppo tempo chiusa in se stessa, soddisfatta e orgogliosa della propria grandezza. Un buon viatico per il suicidio.”
La descrizione di quella scena l’avevo letta su Forbes, nello stesso articolo-intervista che era risultato decisivo nell’orientare - in modo, devo ammetterlo, ingenuo e superficiale - il mio giudizio su Amit. Roy, sottolineava il giornalista, non era solo un ingegnere laureato al Caltech e un manager di grande esperienza, era anche un filosofo con un dottorato alla Sorbona. E quando avevo visto la foto che lo ritraeva nella sua casa nella Marin County nell’atto di sfogliare il volume dalla copertina rossa della Poétique de l’espace, mi ero abbandonato a un soprassalto di gioia. Un lettore di Bachelard a capo di uno dei colossi mondiali dell’hi-tech. Allora, forse, saremmo davvero riusciti a intenderci come, con incrollabile ottimismo, Greg mi andava assicurando da settimane. E ora, per la prima volta, Amit Roy era lì, davanti a me. Sandra ci presentò, ci stringemmo di nuovo la mano, quegli occhi verde ramarro mi sfiorarono per un istante prima di posarsi su Greg. Loro due non ebbero bisogno di presentazioni.
“E’ un miracolo”, disse Amit in italiano. “O meglio”, si corresse, “i nostri programmatori hanno fatto miracoli, con tutto il rispetto per il vostro team.”
“Ed è solo una prima release... Sandra per favore, lo schermo.”
“Una prima release… insomma. La dev prev è finita, è stata dura ma è finita.” Si accomodò su una delle poltrone e ci invitò a fare altrettanto. Io rimasi in piedi.
“Potete provare a dialogare con lui, se volete. Il grado di autonomia vi stupirà.”








pubblicato da a.amerio nella rubrica libri il 6 febbraio 2018