«Questo impercettibile e ubiquo rincalzarsi nelle pieghe del tempo»

Tiziano Scarpa



Claudio Giunta, Matteo Marchesini, Gilda Policastro sono i primi che mi vengono in mente. Ma anche Alberto Casadei, Guido Mazzoni e chissà quanti altri… Che cos’hanno in comune? Sono bravissimi studiosi e critici delle ultime generazioni, certo. Ma oltre a questo scrivono romanzi, o poesie; in certi casi sia romanzi che poesie. Come critici letterari sono autori di trattati ponderosi, antologie scolastiche, raccolte di saggi in cui si indica «cosa merita di essere salvato o ridimensionato, satireggiato o riscoperto» della nostra letteratura passata e recente. Alcuni di questi trattati e saggi li ho letti con passione e gratitudine: ho imparato da loro tante cose, mi hanno suscitato idee – magari anche obiezioni – che non avrei pensato da solo.

Però non posso non notare la loro curiosa situazione. Con metà tastiera dei loro computer canonizzano, interpretano, stroncano, consacrano, destituiscono, passano sotto silenzio, approvano, ignorano; con l’altra metà creano personaggi, intrecci, vanno a capo prima che la riga finisca, contano le sillabe, soppesano assonanze e figure retoriche…

Questa tribù bifronte, ci tengo a ripeterlo, a me lettore ha dato e continua a dare nutrimenti veri; per esempio, penso che ogni persona che abbia l’ambizione di scrivere romanzi oggi dovrebbe assolutamente leggere Teoria del romanzo di Guido Mazzoni (ma anche Sulla poesia moderna mi piacque moltissimo); e in questi giorni sto gustando lo spigliato e civicamente utile Come non scrivere di Claudio Giunta.

Mi dispiace che uno di loro, Matteo Marchesini, si ritrovi in un’incresciosa situazione. Per chi non lo sa, l’editore Bompiani, per una decisione inaspettata e tardiva del suo direttore editoriale Antonio Franchini, non gli pubblicherà la preannunciata raccolta di saggi Casa di carte. La letteratura italiana dal boom ai social, perché

«sono interventi in cui critico scrittori legati al gruppo, o, come mi è stato detto, investiti di ruoli pubblici rilevanti. Franchini, a cui si deve lo stop, mi ha poi confermato che non intende pubblicare i brani che riguardano i suoi autori: Montesano, Scurati, Moresco (di quest’ultimo parlo in più punti, e in particolare in “Il romanzo pompiere”, un capitolo dove lo stronco insieme a Lagioia)».

Ho preso questa dichiarazione di Marchesini da un articolo di Mirella Serri uscito ieri su “La Stampa”. Per completezza, sempre dallo stesso articolo, riporto anche la dichiarazione di Antonio Franchini:

«Credo sia bizzarro per un editore pubblicare libri che stroncano gli autori che pubblica. Non esiste un caso simile nell’intera storia dell’editoria. I luoghi per un confronto possono essere tanti: i giornali, la rete e i dibattiti. Anche le case editrici, ma non la stessa casa editrice. Mi sembra un semplice buon senso».

Ciascuno tragga le considerazioni che crede. Io penso che abbia ragione Marchesini, e che Franchini abbia sbagliato. Va aggiunto che questo stop è tanto più intollerabile perché è stato dato quando il libro ormai era già in bozze, la copertina pronta, la data di uscita in libreria già fissata; oltre, ovviamente, al contratto editoriale già firmato. Evidentemente (la mia è una pura congettura) Franchini dev’essersi accorto in ritardo che una delle redazioni editoriali di cui è responsabile stava per pubblicare un libro con quei contenuti, e non se l’è sentita di ritrovarsi a gestire un ristorante che distribuisce ai clienti un menu dove c’è scritto che alcuni dei suoi cuochi sono dei perfetti incapaci.

A consolazione di Marchesini, i più cinici fra i suoi amici di facebook gli hanno scritto che è come se avesse vinto alla lotteria: un libro di critica letteraria diventa improvvisamente attraente, altri editori si faranno avanti al più presto. Lo speriamo, perché a questo punto non vediamo l’ora di leggere gli scritti del critico vittima del Grande Protettorato Editoriale. Anzi, di rileggerli, perché probabilmente, da quanto si ricava dalle sue stesse dichiarazioni, la raccolta conterrà anche pagine già uscite su IL Magazine, Il Sole 24 Ore, Il Foglio… Già: Marchesini, trentanovenne, scrive ormai da anni su queste testate, oltre a tenere una rubrica su Radio Radicale.

Negli ultimi anni si è occupato, spesso con lunghi interventi articolati, di: Osip Mandel’štam; Carlo Cassola; Alfonso Berardinelli e la natura del romanzo moderno; Piero Jahier; Etty Hillesum; scrittori impegnati nel Novecento italiano da Moravia a Parise; le riflessioni sulla poesia di Franco Fortini; la megalomania degli scrittori italiani e la loro insensata ambizione di scrivere il Grande Romanzo, esemplificata soprattutto in Nicola Lagioia e Antonio Moresco; un pamphlet di Gianni Cuperlo su cosa significhi essere progressisti oggi; Elsa Morante e Anna Maria Ortese messe a confronto con Simone Weil; l’antinomia fra Giorgio Manganelli e Benedetto Croce; un romanzo semidimenticato di Federico De Roberto (L’impero); l’analisi linguistica di un comunicato degli skinhead fascisti di Como; Giovanni Arpino e il boom economico degli anni Cinquanta; il destino degli studi umanistici; Carlo Levi, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e il mito; il controverso romanzo Bruciare tutto di Walter Siti; il senso di vertigine e nausea di fronte alla piattezza degli incipit dei romanzi italiani contemporanei; la riscrittura dell’Eneide di Magda Szabó; il clima da fanatici di Scientology per autori come David Foster Wallace, Roberto Bolaño e Emanuel Carrère; la premonizione di alcuni comportamenti dei social media in un vecchio racconto di John Cheveer; l’idea di verità nella storia dell’“occidente” attraverso i saggi di Mario Andrea Rigoni e Byung-Chul Han; Nabokov e il destino del romanzo in “occidente”; Giancarlo Pontiggia e Giovanni Raboni come “perfetti epigoni” della cultura letteraria novecentesca; la scarsa qualità e i “limiti radicali” di libri italiani consacrati dai premi o osannati dai lettori, come i romanzi di Paolo Cognetti e Michele Mari; l’attuale populismo degli scrittori italiani che è una “parodia semianalfabeta” rispetto a quello degli anni Cinquanta di Vasco Pratolini; il bolso culto accademico per i romanzi di Gianni Celati; l’opportunità di riscoprire i romanzi di Alfredo Oriani; l’incomprensibile e deleterio entusiasmo dei giovani per le opere di Thomas Bernhard, Aldo Busi, Carlo Emilio Gadda, Jacques Derrida, David Lynch, Lars Von Trier, Antonio Moresco, David Foster Wallace, Roberto Bolaño, Giorgio Manganelli, Michele Mari; l’originalità di Antonio Gramsci snaturata da decenni di cultural studies… Eccetera.

Ripeto: si tratta di articoli e interventi su giornali e siti pubblicati negli ultimi due o tre anni. Da questa lista ne mancano parecchi. E nemmeno ci provo a elencare gli argomenti che affronta nella sua rubrica alla radio: l’ultimo libro di Tzvetan Todorov sull’arte e la letteratura Russa all’epoca della Rivoluzione; il saggio di Antoine Compagnon sulla tradizione antimoderna da De Maistre a Barthes; il pamphlet di Jean-Marc Mandosio contro Michel Foucault; la rilettura di Dalla parte del torto di Piergiorgio Bellocchio; la sintesi storica del romanzo inglese di Paolo Bertinetti: sono solo alcuni fra i suoi interventi degli ultimi due mesi. Il sito di Radio Radicale ne contiene circa trecento.

Come si vede, Marchesini non si spaventa davanti a nulla: affronta i nodi cruciali, i destini della cultura, fa i conti con le ideologie del passato e del presente, offre come esempi i grandi autori del canone, propone riscoperte di scrittori obliati; e, fondandosi su questa autorevolezza, emette giudizi sugli scrittori italiani suoi contemporanei. Lo fa non solo sui media effimeri, ma in ponderose raccolte di saggi, e sulle antologie scolastiche. Qua e là, infatti, nei suoi articoli ci dà notizia della sua appartenenza alla stirpe dei Canonizzatori In Atto: «In questi mesi sto scrivendo con altri una storia della letteratura italiana per le scuole superiori»… «Per doveri antologici, sto scegliendo e annotando brani narrativi eleggibili a sintomi…».

A me sembra che Matteo Marchesini manchi della capacità di farsi un esame di coscienza critica: intendo “critica” sia nel senso personale che etico e letterario della parola. E non mi riferisco alla sua disinvoltura nel parlare di tutto, preferibilmente di temi e cose somme (significativo è il sintomo ortografico con cui gli capita di minimizzarle: scrive “occidente” con la minuscola; evidentemente, vista dalle sue altezze, gli appare come una piccola cosa). Matteo Marchesini infatti ha pubblicato un romanzo, dei racconti (e delle poesie). È un autore di narrativa che giudica sempre distruttivamente i suoi colleghi narratori, facendolo dalla sua posizione enunciativa di enciclopedico Kulturkritiker. Conflitto di interessi? Due parti in commedia? Giocatore e arbitro? Non sembra esserselo mai chiesto. Perciò dico che è un autore privo di autocoscienza critica.

Io lo leggo sempre volentieri. Quando parla di storia della cultura e autori del passato, a volte imparo, a volte ovviamente non sono d’accordo: come sempre succede con qualsiasi cosa. Quando parla di me – a quanto pare per lui sono uno dei peggiori impostori attivi nelle patrie lettere – cerco di prenderlo il più seriamente possibile, chiedendomi se le sue opinioni sarcastiche sulle mie opere non siano sensate: se dice che i miei libri fanno schifo, magari qualche ragione ce l’ha: me lo chiedo sul serio, giuro. I giudizi negativi, sul momento, dispiacciono, ma poi danno forza, spronano a fare di più e meglio. Per il resto, quando parla di autori del presente, assisto con grande interesse a questo stranissimo caso socioculturale di un narratore che sbeffeggia, smitizza, sbugiarda, destituisce tutti gli altri narratori che ha intorno facendosi forte del fatto di essere un autorevole studioso di letteratura e critico della cultura. E non lo sfiora mai il sospetto che il giudizio positivo altrui possa avere, a sua volta, almeno un pizzico di fondatezza: anzi, quanto più i suoi colleghi – o forse, per lui, concorrenti – oops: quanto più i suoi oggetti di studio sono apprezzati e letti con rispetto, tanto più si stizzisce e li irride. Il vertice lo raggiunse nell’articolo in cui scrisse che

«più nelle discussioni su arte e letteratura, anziché il ruolo dell’enfant, mi tocca quello inadatto del fratello anziano, più mi sembra che i miei nuovi interlocutori parlino delle loro opere preferite non da lettori, spettatori o studiosi, ma da fan manichei, o da idolatri placidi e sinistramente inscalfibili».

Traduco in italiano: quando sente qualche giovane parlare con entusiasmo degli autori che a lui non piacciono, non è che gli dice “non sono d’accordo”: proprio non gli riconosce lo status di lettore. Se ti piace quel che non piace a me, e lo sostieni con entusiasmo, non sei semplicemente in errore: non sei nemmeno degno di essere considerato un lettore. Caso interessantissimo di inscalfibile fede nelle proprie predilezioni.

Mi sono chiesto se Marchesini non appartenga per caso a quel drappello di critici nazionali che di romanzi si occupano controvoglia, con ribrezzo preventivo: perché i romanzi non li amano, non li hanno mai amati, li vedono come una degenerazione culturale, un residuato fossile, una fregatura mercantile, una truffa editoriale, un avvilimento dell’intelligenza, un’imperdonabile perdita di tempo, un esercizio infondato, mentre le persone serie poggiano i piedi per terra, si occupano di oggetti esistenti, di fenomeni reali, di valori certificati dalla tradizione, di autori e autrici del passato monumentalizzati o degni di monumentalizzazione; al limite, le persone serie si potranno occupare di tanto in tanto anche di opere contemporanee altrui, in quanto oggetti pur sempre esistenti, sodi, documentabili e, soprattutto, utilissimi a dimostrare la miseria del presente: in ogni caso, mai e poi mai le persone serie si metteranno a fantasticare con le parole, a immaginare a vuoto scrivendo romanzi.

Sono critici a cui la prestazione caratteristica del romanzo, cioè la potenza figurale della parola, la sua capacità di far immaginare il mondo a occhi aperti, e per di più di farlo attraverso il dispositivo dell’immedesimazione in un personaggio, a loro non dice niente. Mi sembrano come degli studiosi di opera lirica obbligati a recensire concerti di musica elettronica (o viceversa). Ma per giudicare qualcosa che appartiene a un genere bisogna pur amarlo: il che non significa che ci debba essere una benevolenza cieca; anzi, si sarà tanto più esigenti quanto più si ama il genere a cui appartiene quel singolo lavoro.

Il campione di questo partito preso dei pre-disgustati è Alfonso Berardinelli, a cui non interessano i romanzi che si scrivono nella nostra epoca, non lo hanno mai interessato, non ne ha mai avuto curiosità (ai tempi in cui insegnava Letteratura Contemporanea all’università, dei romanzi contemporanei come lettore non gli importava nulla; e non li ha saputi riconoscere quando gli sono passati per le mani come direttore editoriale); a un certo punto della vita si è autoimposto di recensirli, perché, per sua stessa ammissione, mancava quel tassello alla sua attività di critico: forse anche perché bisogna pur pagare le bollette (massimo rispetto); lo ha fatto solo per qualche anno. Ma, almeno, lui è coerente, non scrive romanzi (con ancora maggiore coerenza, si è congedato dalla poesia quando, ai suoi occhi, essa aveva esaurito senso e spinta propulsiva nella società attuale).

E, dunque, no, Marchesini non fa parte della schiera degli antiromanzeschi a prescindere, dato che i romanzi li scrive. Pratica la critica letteraria come una secrezione di anticorpi; non vive mai – o perlomeno non dà mostra di farlo – quel coinvolgimento che il dispositivo-romanzo, attraverso l’immedesimazione, induce in chi legge: quel momento “fusionale”, a volte perfino di “adorazione”, come dice Antonio Moresco. Ma leggere con amore qui non è previsto: vieni considerato immediatamente un fanatico. Mettendo in fila le sue recensioni di questi anni, si assiste all’edificazione di un’identità per contrasto, per dissenso, per estraneazione, per separazione, per denigrazione, per gran dispitto dell’inferno che gli sta intorno: le sue critiche hanno il terrore del contagio, della permeazione, di lasciarsi andare, di accettare l’alterità dell’opera, di riconoscersi negli altri, di ricevere da loro qualcosa di buono, già nel fatto stesso che ci fanno traslocare in qualcosa di diverso da noi. La sua invece è una versione corrucciata del “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Ciò che non è e ciò che non vuole, Marchesini lo scrive provando piacere nel dichiarare quanto poco piacere ha provato nel leggere gli autori che ha letto. Gli sbagli degli altri, si potrebbe intitolare una raccolta delle sue recensioni. Sottotitolo: Ahahah.

E però, però… Certe volte, quando prendo certi libri in mano… I suoi giudizi sugli sbagli degli altri mi tornano in mente, e non riesco a dargli torto. Come si fa a non insorgere contro l’insipienza dei narratori italiani di oggi? Mi dispiace per loro, ma Marchesini ha ragione. Quando ci vuole ci vuole. Lo si vede ad apertura di pagina. Sul serio. Riprendo un romanzo dallo scaffale della mia libreria, che a suo tempo ho letto tutto:

Continua a schivare il rifiuto esplicito di rispondere alle domande, mettendo in atto con perentorietà la tattica da gnorri che un tempo temevo e adoravo, e che in tutt’altra forma era anche allora connessa alla completa metamorfosi subita dal suo comportamento quando passava dall’intimità della casa al galateo dell’aria aperta.

È un arzigogolo senza senso. Non dà nessuna immagine narrativa, né riesce a rendere conto di uno stato d’animo in maniera comprensibile. Mettendo in atto con perentorietà… temevo e adoravo… che in tutt’altra forma… È un pasticcio sintattico, un meandro fitto di precisazioncine, endiadi che si compiacciono della loro contraddittorietà; una mal governata catenella di subordinate, in un accrocchio di participi: “…connessa alla completa metamorfosi subita dal suo comportamento…”.

Cambio pagina e, sempre nello stesso romanzo, trovo questa battuta di fantadialogo:

«Ma insomma, di cosa parliamo? Di noi due? Ne avevi delle ragioni per lasciarmi, oh sì, posso elencarne a non finire. Ma così... così è stato assurdo, ecco. E anche dopo: il mio inseguirti, e quella tua laconicità impermeabile... E ora sei qui, e mi chiedi cose di cinque anni fa. Chiedi senza spiegare. No, non capisco. Tocca a te dirmi qualcosa, Lucia».

Tutto, qui, suona implausibile, involontariamente comico. Nemmeno nel 1905 si parlava così. …il mio inseguirti, e quella tua laconicità impermeabile… Le cadenze della sintassi e della punteggiatura. Il tono impostato: “oh sì”, “No, non capisco”. Il vocativo pleonastico, “Lucia”.

Allora cambio libro, prendo una raccolta di racconti che ho quasi finito di leggere:

Un intervallo in cui sprofondare, accucciarsi e insieme dilapidarsi senza rischio, così come senza rischio mi sembra che accettino di vivere il presente quasi tutti i miei commensali: cioè al patto di non trovarsi mai davvero sulla cresta della sua onda, senza modelli e senza nome, ma scavandosi una trincea di sicurezza vintage sullo strapiombo del futuro, avvolgendosi nella coperta sempre più morbida e oscena di precedenti, auctoritates, voti collettivi.

accucciarsi e insieme dilapidarsi… scavandosi una trincea di sicurezza vintage… sullo strapiombo del futuro… avvolgendosi nella coperta sempre più morbida e oscena di precedenti, auctoritates, voti collettivi – volevo trascegliere qualche sintagma, ma mi accorgo che questo paragrafo va ricopiato tutto, dalla prima parola all’ultima. È difficile scrivere peggio di così. Vado avanti:

Posso magari supporre che quest’ansia di fuga, questo impercettibile e ubiquo rincalzarsi nelle pieghe del tempo non riguardi Gianni o Anna, e per ragioni del tutto diverse Elisa; ma certo riguarda me.

questo impercettibile e ubiquo rincalzarsi nelle pieghe del tempo

Proseguo:

Sì, soltanto ora lo vedo, qui rovesciato sul nuovo divano Ikea: quest’ansia mi riguarda, e nella forma più grave: che è poi la volontà primordiale e ostinata di credere che quella che sto vivendo non sia mai la realtà vera, ma quasi un gioco offertomi sulla sua soglia da adulti invisibili, quasi un interminabile preludio o un’anticamera del mondo autentico la cui grazia e condanna sta nel non poter davvero ferire, né lasciarsi ferire irreparabilmente.

la volontà primordiale e ostinata… quasi un gioco offertomi sulla sua soglia… quasi un interminabile preludio… la cui grazia e condanna… nel non poter davvero ferire, né lasciarsi ferire irreparabilmente

Ma forse sono incappato per caso in un paio di passaggi infelici. Proviamo ancora, dài. Altra pagina:

La bellezza compensa, dà un’illusione di realtà – forse anzi è l’unica realtà, forse coincide con il fluido incresparsi del presente, nella sua onda senza nome.

il fluido incresparsi del presente… nella sua onda senza nome

Basta. Però davvero posso citarne a decine, di esempi così. Mi si potrebbe obiettare: “sì, ma questi sono stralci, prosa decontestualizzata. Ma la storia com’è?” La storia non si capisce, perché è infestata da questa scrittura opaca, cervellotica e greve. Va un po’ meglio negli altri due racconti: un po’ di satira e un po’ di malinconia aiutano l’autore a farsi capire di più.

Marchesini ha ragione: c’è da vergognarsi del fatto che un malinteso culturale come l’ostinazione a scrivere narrativa, il feticcio dei romanzi e racconti, produca testi simili, oggi: cioè nel 2013 e 2017, date di pubblicazione di questi due libri. È sacrosanto pretendere da chi ha velleità di scrittore almeno un minimo di autocoscienza critica. Capisco il furore di Marchesini: dev’essere intollerabile occuparsi di libri simili, tanto più se chi li ha scritti è un tuo omonimo, che sulle copertine di un romanzo intitolato Atti mancati e di una raccolta di racconti intitolata False coscienze si firma Matteo Marchesini.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 5 febbraio 2018