Il bacio della contessa

Serena Gaudino



Giunto in Place Vendôme Louis si fermò davanti al negozio del suo amico Bucheron e tirò fuori dalla tasca del soprabito un biglietto rosa pallido su cui vi erano scritte, con una grafia piccola e morbida, le istruzioni che avrebbe dovuto seguire per incontrare Virginia. Era da tanto tempo che non la vedeva. Amici comuni raccontavano che stava attraversando un periodo difficile: aveva perso la sua bellezza e soffriva di terribili manie: era convinta di essere spiata, inseguita, perseguitata. Certo, era sempre stata una donna stravagante ma ora, forse, stava esagerando. Usciva di casa solo di notte e sempre in compagnia dei suoi due cani (cani che avrebbe imbalsamato, diceva la Luisa, se fossero morti prima di lei). Credeva che, prima o poi, sarebbe caduta vittima di un agguato, che qualcuno avrebbe tentato di rubarle i suoi appunti, i quaderni, le lettere… perché, si diceva in giro, contenevano informazioni scottanti relative agli intrighi che lei definiva patriottici ma che sembravano, per via degli amanti che enumerava, soltanto moralmente disdicevoli. Pare, che tra essi figurassero anche Vittorio Emanuele e Napoleone III.
Era per questo che ne aveva dato via almeno una parte.
Aveva raccolto tutto ciò che riteneva più prezioso in una grossa valigia nera e l’aveva affidata a Louis Estancelin. Chiedendo a lui di mettere ordine tra tutte quelle carte e tirarne fuori la sua biografia. Voleva che la sua vita, la sua devozione alla politica e all’unificazione dell’Italia rimanessero nella memoria di tutti.
La più bella delle belle, colei che s’era inventata le culottes, le lenzuola di seta colorate, che aveva mandato in soffitta la crinolina, che portava i capelli sciolti sulle spalle anche davanti a re e imperatori, non voleva essere ricordata per le sue forme statuarie bensì per il suo impegno politico.
E lui, Louis Estancelin, un piccolo povero orleanista, le stava per dire che non era stato in grado di assolvere il compito che gli era stato assegnato. L’avrebbe delusa?
Ecco perché Louis andava da Virginia.
E come avrebbe reagito lei, ormai vecchia e impaurita, davanti a questa notizia?
Louis si sentiva a disagio. E poi aveva paura di dover rinunciare al ricordo magnifico che aveva di lei. Perché, nonostante tutto, a Louis, la contessa di Castiglione provocava ancora delle strane sensazioni: ogni volta che la pensava sentiva un dolore acuto alla bocca dello stomaco.
Non che l’avesse mai amata. Anzi.
Quando Virginia l’aveva preso in giro con la storia che non sarebbe mai stato capace di renderla felice o che i suoi baci non l’avrebbero di certo soddisfatta, lui l’aveva anche odiata. Poi ci stava malissimo: avrebbe voluto dirle che non era vero, che era sicuro che non era vero, che, invece, lui le avrebbe saputo dare dei baci così belli che lei non ne avrebbe più voluti da nessun altro. Mai più. Ma non ne aveva avuto mai il coraggio.
Per questo tra loro non c’era mai stato nulla.
Niente, se non un abbraccio commosso, un bacio sulla guancia, una passeggiata sotto il braccio e la gaiezza di un’amicizia spassionata.
E ora, l’avrebbe rivista.
Ne era contento, da una lato. Perché le era mancata.
Ma dall’altro…
L’avrebbe anche potuto cacciar via, avrebbe potuto urlare. Virginia sapeva essere anche molto cattiva. E Castagner ne sapeva qualcosa: il suo ultimo amante parlava di lei come di una bisbetica…
Io però ce l’ho messa proprio tutta. Ho tentato di mettere ordine tra questi documenti per cinque anni! Ma non ce l’ho fatta, ecco. Non ce l’ho fatta – pensò Estancelin. Questo le avrebbe dovuto dire: «Non ce l’ho fatta». Guardandola negli occhi, avrebbe dovuto ammettere di aver fallito. O anche no: magari avrebbe potuto contare sul buio in cui, ormai da tempo, lei si rintanava e dirle semplicemente: «Virginia adorata, prima di rinunciare ho passato momenti di grande sconforto. Non ho dormito per giorni e giorni, non mi riusciva altro che di pensare a voi. Solo a voi, in continuazione. Virginia Oldoini, cara contessa siete diventata un’ossessione».
Era vero. Per questo aveva deciso di darci un taglio e affrontarla. Tanto le cose non sarebbero cambiate. Aveva già sprecato troppo tempo.
Ma anche in questo momento, un attimo prima di annunciarsi a lei, non trovava il coraggio di dirle ciò che pensava, di rivederla, di parlarle. Pensò di fuggire via di nuovo. Ma un brivido gli attraversò la schiena velocemente. E di botto si destò dal torpore che lo inchiodava là, tra i ricordi, i pensieri, di fianco a quel vecchio portone.
Cercò di muoversi. Si scrollò di dosso un po’ della neve che s’era accumulata sul cappello e sul bavero rialzato del cappotto e posò sul marciapiede, tra le gambe, la grossa valigia che si trascinava dietro. Aprì il biglietto piegato in due e si concentrò sulle poche righe che stringeva tra le mani. Lasciò la valigia a fianco al portone e si diresse verso il centro della piazza, proprio sotto la colonna di Austerliz. Da lì, seguendo le istruzioni che aveva ricevuto dalla vecchia cameriera, provò a immaginarsi l’intonazione e le modulazioni che stavolta doveva avere il fischio richiesto da Virginia. Un do. Doveva emettere un lungo do centrale per due secondi e poi una terzina ascendente da mi. A bassissima voce, quasi in silenzio, provò: do-o-miredo. Poi, rassicurato dalla semplicità della prova emise il fischio con grande forza. Ne risultò un suono piacevole, ancora tonico. Si zittì e attese. Attese trenta secondi, ma non accadde nulla. Quindi concentrandosi di nuovo e inspirando come fanno i cantanti, senza alzare le spalle, tornò a fischiare. E questa volta vide muoversi qualcosa: si aprì, per un quarto, l’imposta centrale dell’ammezzato ma non scorse nessun bagliore. Ecco, come aveva immaginato, Virginia l’avrebbe ricevuto al buio. Bene – pensò e seguì la curva che compì la chiave in volo prima di cadere con un piccolo rimbalzo a pochi passi da lui. La raccolse con la speranza che la famosa spugnetta, nascosta al suo interno, anche questa volta contenesse profumo e non veleno, e si avviò verso l’appartamento. Girò la grossa chiave d’argento a forma di croce tre volte nella toppa e poi spinse con tutto il corpo il portone. Finalmente entrò: aveva superato la prima prova. Rimise a terra la valigia e si tastò velocemente la tasca destra del soprabito con la mano bagnata da quella insulsa neve sottile che non smetteva di cadere dal cielo. Sul biglietto rosa, al punto due c’era scritto di contare fino a dieci e poi pronunciare con chiarezza la parola ermitage. Louis questa volta sembrò meno agitato. In fondo avrebbe soltanto dovuto dire ermitage. Salì i cinque gradini che lo dividevano dall’appartamento e cominciò a contare. La prima volta però gli uscì un suono troppo flebile che lo fece tossire e gli imperlò la fronte di piccole goccioline di sudore. Le asciugò con la mano e riprovò mettendoci un po’ più di convinzione. In breve anche la seconda porta si aprì e Luisa lo invitò a entrare.
La terza porta si aprì, come per incanto.
Fuori, la notte era spessa e lucida.
Dentro, nella casa di Virginia, c’era lo stesso buio. Reso ancor più denso dalle finestre sigillate, dai vetri appannati e dagli specchi coperti da pesanti teli neri. Solo in un angolo, accanto alla finestra della grande sala, sul vecchio scrittorio, era posata una piccola lanterna dentro cui ardeva il mozzicone di una grossa candela rossa.
Nell’entrare, a Louis venne un po’ meno il respiro e gli si velarono gli occhi. Non sapeva se era per l’emozione di ritrovarsi di nuovo lì dentro con lei o per l’angoscia profonda che provava davanti a quella cupezza. Ma reagì bene e, abbandonata sul parquet sbiadito la valigia, si precipitò ad abbracciare la donna che lo accoglieva in piedi al centro della sala ingombra di mobili e suppellettili, ninnoli, quadri, arazzi e tappeti. La prese tra le braccia come si prende un’amante e premette a lungo la sua guancia contro quella di lei ripetendole, nell’orecchio, diverse volte, il suo nome. Virginia si lasciò prendere e ricambiò l’abbraccio. Se lo strinse forte al petto, sperando che quell’abbraccio non finisse mai. Ma appena la pendola dorata sul comò batté le nove, l’incanto si sciolse e i due si sedettero uno vicino all’altro sul divano barocco su cui era poggiato da un lato un piccolo cuscino con quattro mazzolini di fiori ricamati a mano e dall’altro una vecchia camicia da notte color champagne. «È quella?» si sentì scappare Louis mentre sentiva la seta scorrergli tra le dita. «Sì, ma ormai è fuori moda» rispose Virginia ridendoci su: «Da quella notte a Compiègne ne è passato di tempo, è vero amico mio?»
«Eh già» rispose piano lui.
«Ma non voglio star qui a parlare di vecchi ricordi. Dell’Imperatore poi… Piuttosto, come state Estancelin? È da molto che non vi fate vedere. Cosa succede? Allora, cosa mi avete portato? Qualcosa da leggere?»
Pronunciò sorridendo in modo un po’ buffo quest’ultima frase e con la mano destra incitò il suo amico a consegnarle il manoscritto.
A quel gesto Louis alzò lo sguardo oltre la spalla di lei e rispose: «Mia cara, ho passato cinque anni e centinaia di notti insonni con la speranza di riuscire. Ma è stato impossibile accontentarvi, non posso essere io il vostro biografo. Quella che avete steso negli anni è una gigantesca vischiosissima rete in cui addirittura io, il vostro amico devoto, l’unico che di voi ha sempre saputo tutto, non riesco proprio a raccapezzarmi. Le vostre lettere sono migliaia, come i biglietti e i quaderni… forse centinaia: diari, conti, bilanci, messaggi cifrati. Nella porzione di vita che voi avete vissuto, mia cara, carissima Nicchia, versano centinaia di altre esistenze che con la vostra si completano, acquistano valore o lo perdono, secondo quanto hanno contato nei vostri affari, di quanto vi hanno resa più ricca, più bella, più nobile, o più chiacchierata! Cara Virginia, mi fate venire in mente l’audace Aracne: eroina bella e smaliziata che come voi purtroppo, poi cade vittima dei potenti. E che dolore ho provato pensando ai vostri occhi viola privati d’infinito, sapendo che oggi nessuno vuole più incontrarvi. Sapervi sola qui, in questa dimora angusta e buia in cui le voci, le risate, le grida festose e le musiche di Verdi vi arrivano solo avvoltolate in un brusio indistinto a cui voi non prestate più attenzione».
Poi tacque di botto. Si ricordò di avere ancora il cappotto e se lo tolse.
Infilò il suo sguardo in quello di Virginia e aggiunse con poca voce: «Ora, mia cara mi odierete. Ho pensato a lungo al modo migliore per dirvi questa cosa ma sono stato comunque crudele». Così dicendo, Louis, senza dare alcuno spazio alla donna, si diresse verso la grossa valigia nera. E aprendola pensò che pur tremando, finalmente, gliel’aveva detto! C’era riuscito. E lei era stata lì in silenzio. Ferma. Non l’aveva bloccato, non s’era irritata, non l’aveva cacciato via. Aprì il bagaglio e ne estrasse ogni cosa. Poggiò tutto con cura su un lungo tavolo addossato a una parete azzurra damascata: una grossa scatola rossa, una borsa sottile color avorio, una cartellina di pergamena spessa e poi i diari e i registri. I sette quaderni neri invece li poggiò sullo scrittoio. Lì dove ce n’erano degli altri: qualcuno aperto, qualcun altro con delle pagine strappate o zeppo di pieghe. Si voltò, si sfregò le mani lungo i pantaloni, con un’aria piuttosto soddisfatta e si diresse di nuovo verso Virginia. Ma questa volta la contessa non stette ferma. Mentre lui riprendeva posto sul divano lei si avviò verso lo scrittoio. Prese tra le mani gelide il quaderno più grosso, quello contrassegnato da un’etichetta rossa su cui era scritta, con uno svolazzo artistico, la data 1856-1857 e se lo strinse al petto. Dopodiché lo ripose su un grosso mobile su cui erano poggiati anche una collana di perle, una moneta bucata e due braccialetti, uno di onice con una perla al centro e l’altro di smalto nero con una stella di brillanti. Si piazzò davanti a Estancelin e disse: «Queste sono le cose che, dovrete assicurarvene caro Louis, dovranno essere messe a fianco a me nella bara, oltre a quel cuscinetto lì e alla camicia da notte. Mi raccomando». Virginia non era più la stessa, pensò Estancelin mentre la guardava sedersi sul vecchio canapè e accarezzarsi, con un vezzoso gesto da dama d’altri tempi, la lunga veste fuori moda di velluto nero. Da giovane avrebbe urlato, avrebbe pianto, l’avrebbe scacciato. Oppure semplicemente odiato, cancellato! Ora, invece, stava lì a guardarlo con un’aria mesta, la stessa aria che potrebbe avere un cane abbandonato. Non pianse. Neanche una lacrima. Però sembrava assente. Improvvisamente si era rintanata in un mondo a cui poteva accedere solo lei e dove non c’era spazio per nulla, tranne che per Casino e Sanduga.
«Louis caro, vedete? Solo loro ormai si accorgono della mia tristezza e vengono a tirarmi su. Venite qui. Qui, da bravi. E voi, venite anche voi qui. Sedete vicino a me, sul vecchio canapè. Ricordate quanti discorsi abbiamo fatto qui sopra e quanti baci abbiamo contato? Quelli dati ad Ambrogio Doria, a Costantino Nigra, al piccolo Giorgio…
Ah, Louis che bello rivedervi.
Siete sorpreso?
Perché non sono arrabbiata con voi? Siete il mio migliore amico!
Sì, avevo riposto fiducia in voi. Dalla vostra penna, speravo che potesse uscire una nuova Virginia, una Virginia immortale. Quella che non rivelano le fotografie, i ritratti, i busti, i calchi che artisti d’ogni dove mi hanno fatto. La Virginia che ha contribuito all’Unità d’Italia. Ma voi avete fallito, caro, dolce Estancelin. I miei quaderni andranno distrutti.
Lo sapete vero? Qualcuno li brucerà! E con loro il ricordo di me, della vera Virginia».
Il silenzio della notte si fece più pesante.
Virginia si alzò barcollando e inaspettatamente trasse a sé Estancelin. Improvvisamente, nonostante la terribile delusione, sentì il bisogno di provare il sapore che s’era sempre immaginata avessero i suoi baci: leggermente salati, densi, profumati di libeccio, di conchiglie marine. Di quello stesso odore che aveva sentito sulla spiaggia di Dieppe tanti anni prima: odore di giovinezza, passione, vittoria. Quando l’ebbe di fronte si alzò sulle punte per cercare, a occhi chiusi, le labbra di lui.
Louis non si ritrasse. Posò la bocca su quella di Nicchia e lasciò che il tempo si fermasse. Era la prima volta che Virginicchia (così come amava chiamarla da giovane D’Azeglio) e Louis si concedevano qualcosa di più intimo di un facile abbraccio. Nessuno dei due corpi si era mai cercato nudo prima: mai uno dei bellissimi piedi di Virginia, sempre così curati e con le dita inanellate aveva accarezzato la caviglia dell’orleanista; mai una sola ciocca dei lunghi capelli della donna più bella d’Europa aveva, nel momento più alto del piacere, sfiorato il suo ventre; mai una delle gambe più lunghe di Francia, o una delle braccia più morbide del mondo avevano avviluppato il corpo magro di Louis Estancelin. L’uomo che ora, con un delicato spirito di sacrificio, ingoiava l’aroma appassito delle rose che spargeva la bocca asciutta di Virginia Oldoini Verasis, Contessa di Castiglione.
Il bacio durò a lungo. Estancelin, all’inizio un po’ sorpreso per la rinnovata intraprendenza di Virginia nei confronti di un uomo, e soprattutto nei suoi confronti, si era poi completamente abbandonato ai desideri dell’amica. E con una delle sue grosse mani si era fatto strada tra la massa di capelli d’oro e d’argento che lei portava ancora gettata alla rinfusa sulle spalle e l’aveva attirata a sé prendendola per la nuca. L’intensità del bacio aumentò. Estancelin dischiuse le labbra piano ma Virginia non rispose a tanta audacia e contrariamente a ogni aspettativa serrò più forte le labbra mentre aumentava il ritmo con cui gonfiava il petto e premeva, con i suoi seni ancora bianchi e tesi, contro il corpo dell’uomo: uno scrigno che voleva provare ad aprire per guardarci dentro. Lui le prese allora il viso tra le mani e aprì gli occhi per spiarne le fattezze e per perdersi nella sua antica sconfinata bellezza. Le passò un dito sulla guancia destra e con la sinistra le accarezzò il collo irrigidito. La strinse a sé di più. Spostò freneticamente il peso del suo corpo, diverse volte, dal piede destro al sinistro, piegando un po’ la gamba sinistra ogni volta, come un piccolo vezzo, e le prese il mento tra il pollice e l’indice per aiutarla a cedergli, per farle finalmente dischiudere la bocca serrata. Ma Virginia restò ferma. Rigida. Assente. Le sue mani lungo il corpo non avevano sponde cui appoggiarsi e tremavano un poco. Poi Louis le lasciò un bacio svelto tra il collo e la spalla e un altro ancora tra il collo e lo sterno e poi un po’ più giù. E si fermò, rialzò la testa e col volto leggermente accaldato si slacciò da lei e si lasciò cadere sul divano vicino. Sempre in silenzio, e con in bocca il sapore amaro delle mandorle, dopo averlo guardato per un istante, lei gli si raggomitolò in grembo. Tra le labbra, ogni tanto, le scappava il nome di suo figlio Giorgio che aveva perso senza averlo mai amato, mai abbracciato, mai consolato, e sulla fronte si agitava un lungo segno di disperazione per l’infrangersi di tutti i suoi sogni.
Passarono così alcune ore: lei immersa in un lungo pianto sommesso e pieno di tremori, lui a inghiottire l’odore d’umido che c’era in quella casa.
Quando entrò Luisa era passata mezzanotte: entrambi s’erano addormentati l’uno tra le braccia dell’altro. Allora lei richiuse piano la porta portandosi via i due cani e li lasciò allacciati così tutta la notte.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica racconti il 13 aprile 2012