L’esperto

Luca Cristiano



un’amica che aveva carisma ogni mese
ogni mese portava qualcosa nella
nella
nella sua bella borsa rossa senza disegni
senza disegni un’amica che aveva carisma
ogni mese ogni mese portava qualcosa
nella sua bella bella borsa rossa senza
disegni io inciampavo scendendo dagli autobus
salendo le scale lasciando accostati i portoni
scostate le sedie su cui il tempo pesava
ogni mese ogni mese un’amica portava
un bel dono un bel dono ogni mese
nella sua bella borsa rossa un bel dono
ogni mese un bel dono ogni mese dovevo
ogni mese ridare qualcosa ogni mese un
bel dono
lasciava cadere ogni mese
le corde dal dono ogni mese
ogni mese ogni mese ogni mese ogni mese un’amica
non ero nessuno e fuggivo
a cosa pensi mentre il tempo spezza le gambe delle sedie?
portavo il mio dono inciampavo
una brutta busta gialla ogni mese
ogni mese
avrei voluto che fosse
ogni mese

Quando ho scritto questi versi non ho voluto precisare che la bella borsa rossa era piena di libri. Mi sembrava che avrei detto un po’ di verità in più se ognuno avesse potuto inventarsi la sostanza del suo dono. E poi, suvvia, a chi non piacciono i MacGuffin? Però, in effetti, la mia amica, che aveva davvero parecchio carisma, mi portava una decina di romanzi ogni volta che ci davamo appuntamento all’università. Dei saggi parlavamo un po’, ogni tanto, ma più che altro li citavamo senza nominarli, per il gusto di sentirci precocemente colti. I romanzi, invece, ce li prestavamo e, dopo averli letti, ne ripetevamo i titoli come fossero preghiere. Ci passavamo anche le raccolte di poesia. Fu grazie a questi incontri che lessi Beckett e capii che sebbene molti mondi avessero avuto termine con Rimbaud, il mondo doveva ancora nascere molte volte. La mia amica lo sapeva già. Ha solo un anno più di me, ma all’epoca lei era una Sfinge millenaria e le mie ossa, invece, non si erano nemmeno calcificate del tutto. Ancora adesso sento che sono troppo morbide.
No, sto mentendo. Non eravamo amici. Siamo diventati amici dopo. Prima ci davamo soltanto i libri. Lei era toccata dalla grazia, aveva i capelli tinti di un rosso così vivo da darmi le vertigini e i denti intaccati dal fumo. Tremava come se le sue vene fossero elettrificate, ma sembrava sempre avere il controllo di se stessa e dello spazio che le stava intorno. Ogni sua frase rispondeva a qualche esperto che non era presente, ma che, se solo avesse sentito, avrebbe dovuto vergognarsi per la rapidità con cui le sue tesi erano state rovesciate. Pensava a una velocità paurosa. Uso il passato perché sono anni che non ho notizie di lei e le ultime che ho avuto non mi piacevano per niente. Ma siamo qui per i libri. Ogni mese? Avrei voluto che fosse ogni mese. In realtà me li portava a scadenze irregolari e non avevamo nessuna intimità, io e lei. Ci scrivevamo per concordare luogo e ora. La trattenevo il tempo di fumare qualche sigaretta, le dicevo qualcosa a proposito di ciò che avevo letto dalla consegna precedente e poi lei diceva qualcosa come “ti ho portato il bottino”, prendeva il carico vecchio e mi dava i nuovi arrivi. Perché mai iniziò a succedere una cosa del genere? Credo sia stato tutto merito della guerra in Iraq. Un giorno, nel 2003, sono entrato all’università e ho visto un cerchio di persone sedute a terra. Erano vestiti male. Se io mi fossi vestito così, mi sarei vergognato. Perché io non ho lo stile di quei maledetti che stanno da dio vestiti male. È da quando sono entrato in classe in quarta ginnasio che mi sono accorto che, se avessi provato a conciarmi come si conciavano quelli che mi piacevano, sarei sembrato soltanto povero. Loro no. Miseria ladra, loro avevano una specie di fascino naturale che li faceva stare nei loro corpi e negli stracci strappati che si mettevano addosso. I loro capelli sporchi comunicavano una cognizione politica che mi sfuggiva: se ero io ad avere una macchia di caffè sul maglione, voleva dire soltanto che ero sciatto e disgustoso. Non ci ho nemmeno mai provato, a somigliare a quelli che mi piacevano. Piano piano, dopo il primo anno delle superiori, però, ho imparato a frequentarli senza essere uno di loro. Ho iniziato a piacere a qualcuno. Non per come ero vestito, ma perché anche io, come loro, avevo l’impressione che la maggior parte del tempo e delle energie degli esseri umani andassero sprecati in torture inutili e nel rafforzamento dell’ingiustizia e della stupidità. Perciò, quando vidi un cerchio di dieci persone vestite male in modo affascinante sedute per terra nell’atrio della facoltà di Lettere dell’Università degli Studi di Basilicata, non mi sentivo in imbarazzo al punto da non sedermi con loro. Perché avevo già fatto il mio tirocinio al liceo. La ragazza coi capelli rossi, l’avrete capito, era la più interessante del gruppo. Litigava con tutti e, se non litigava, alzava un sopracciglio solo, nel gesto universale della disapprovazione definitiva. Universale perché capito da tutti. Ma non tutti lo sanno fare. Io non lo so fare.
A un certo punto la congrega si sciolse in un nulla di fatto. Nessuno ci aveva dato molta importanza. Non avevamo trovato un modo per fermare la guerra né ci era venuto in mente contro chi potessimo iniziarne una tutta nostra. Io e questa ragazza che aveva carisma ci trovammo a fare un pezzo di strada insieme. Durante il tragitto, confrontammo le nostre letture e la cosa fu molto produttiva. Non decidemmo di fare amicizia e non la facemmo. Io avrei voluto, figurarsi. Lei era pazzesca, una macchina di ragionamento supersonico e sarcasmo a ciclo continuo. E poi si muoveva come una dea scocciata. Evitava tutti con una specie di snobismo anarchico naturale ed elegante (che più avanti sarebbe degenerato in una specie di sociopatia raffinata). Il nostro dialogo assomigliava più a quello di due tossici che si arrangiano anche come piccoli spacciatori che a quello di due che si stanno scegliendo per conoscersi meglio. Il coraggio di chiederle di diventare mia amica non lo trovai, quello di chiederle in prestito uno dei libri di cui mi aveva parlato sì. Così è iniziata e così è andata avanti per almeno tre anni. Lei mi portava la borsa piena di libri, io le portavo una busta piena di libri. Lei ne aveva di più e me ne portava di più. Io ero più rozzo e lei mi educava. Poi mi fidanzai con una ragazza e decisi di fargliela conoscere. Quella volta, invece di mandare il solito messaggio per lo scambio del bottino, le dissi che le volevo far conoscere una persona. Io sono alto un metro e ottanta e passa e il mio peso oscilla tra gli ottanta e i cento chili a seconda di quanto sono triste (cioè più lo sono e più mi avvicino ai cento, ma da qualche anno non passo troppo spesso i novanta). Quella con cui mi ero messo è alta un metro e cinquantasette e all’epoca pesava meno di cinquanta chili. Il giorno che la presentai alla ragazza che aveva carisma, indossava una gonna leggera ma lunga fino a terra.
Passammo insieme un paio d’ore, tutti e tre. Quando poi incontrai di nuovo da solo la ragazza che aveva carisma, la ragazza che aveva carisma mi disse che, mentre mangiavamo, aveva avuto l’impressione che io ogni tanto guardassi divertito ma preoccupato la mia nuova fidanzata, come se stessi per metterle un piede sulla gonna. Mi disse che le sembrava che io avessi paura che, se non l’avessi fatto, lei sarebbe volata via. Allora diventammo amici, grazie a questa frase.
Sia questa ex-fidanzata sia questa amica hanno dei nomi, naturalmente, però da una parte non importano molto in questo contesto e, dall’altra, sto qui a scrivere per Antonio. Allora faccio come lui: i nomi non li dico. Dico, invece, come si firmava su internet la mia amica che aveva carisma: Lamusadimoresco. La mia fidanzata diventò la Meringa e io, va da sé, fui il Matto. All’epoca non conoscevo Antonio di persona. Se non fosse stato per la Musa, forse, non l’avrei conosciuto neanche dopo. Perché, avrete capito anche questo, è stata lei a passarmi i suoi romanzi.
Io ero scemo sul serio, in quel periodo. Pensavo che nessun essere vivente italiano madrelingua potesse scrivere una cosa decente. Tranne me.
Mi accorgo che ho mentito di nuovo.
Sopra ho scritto che mandavo messaggi alla Musa solo per dirle quando vederci per scambiare il bottino. In realtà mi ero dimenticato che le mandavo anche tutto quanto, tra ciò che scrivevo, ritenevo valido e degno (o meglio decisivo, urgente, necessario). Mano a mano che diventavamo più amici, lei iniziò a dire sempre più spesso che sarebbe dovuta diventare la mia editor “definitiva”. Dicevamo continuamente “definitivo”.
Io iniziai a lamentarmi (non ho ancora smesso) del fatto che non riuscivo a mettere insieme un libro ordinato. Ogni volta che raccoglievo le poesie, la raccolta debordava e poi saltava in aria. Avevo sempre una cosa nuova da dire, più decisiva, più urgente, più necessaria. Iniziavo un romanzo, finivo un racconto, poesie a migliaia, bruciate, gettate via, perse, l’intera trafila che non finisce mai e ti porta a chiederti se sei uno scrittore, visto che scrivi sempre, o se non lo sei, visto che nessuno ti chiede di scrivere, nessuno aspetta la tua roba e tu stesso non sei capace di confezionarla in maniera che si possa presentare agli editori. Poi ci provai e ci riuscii maluccio, temo, visto che gli editori non mi risposero. Cedetti abbastanza in fretta, smisi di mandare loro i testi, ma continuai a scrivere (dopo vent’anni di ostinazione, partendo da qualche migliaio di poesie, sono riuscito a far uscire un libro che consta dell’impressionante mole di quarantatrè testi, tra cui quello con cui inizia questo pezzo, e una monografia, guarda un po’, su Antonio Moresco) e mi lamentai, come di dovere, con la Musa. Lei mi disse: “lascia perdere questi progettini impiegatizi: tu devi fare un librone alla Moresco”. Le chiesi chi fosse, questo Moresco. Mi passò sotto il banco della sala computer dell’università La cipolla. Poi Gli esordi e Canti del caos. Ci ho fatto sopra due tesi di laurea e una di dottorato. Ho studiato questo scrittore per i quattordici anni successivi e, da allora, se sento qualcuno che nomina Antonio non posso fare a meno di avvicinarmi con la mia eterna faccia da “eccomiqua: sono l’esperto!”.








pubblicato da l.cristiano nella rubrica condividere il rischio il 25 gennaio 2018