«...and cure his heart»

Andreina Di Sanzo



Su Phantom Thread (Il filo nascosto) di Paul Thomas Anderson.

«Forse sarebbe dolce essere alternativamente vittima e carnefice» (Charles Baudelaire, Il mio cuore messo a nudo).

Quello che ti lascia Phantom Thread di Paul Thomas Anderson (lo chiameremo così e non con il titolo italiano, Il filo nascosto, per non tralasciare il monogramma che il regista ha nascosto tra il titolo) è un acuto spasmo allo stomaco. Persino l’eleganza di una storia ambientata nella Londra degli anni ‘50 non riesce a contenere la brutale intensità proveniente dalla drammatica relazione tra Reynolds e Alma.
Reynolds Woodcock è un raffinato signore della moda londinese, un gentleman dai tratti tanto prevedibili, quanto limpidi: abitudinario, meticoloso, dedito completamente alla sua arte e lontano dall’avere una relazione stabile. L’incontro con Alma, impacciata e fragile cameriera tedesca, determinerà l’esplosione di un rapporto velenoso, una passione nera che porterà in superficie la natura autodistruttiva di due persone profondamente dipendenti. L’uno dal dolore dell’altro.

«Mi trovavo in dolce compagnia. Di fronte a me, vicino al massiccio caminetto rinascimentale, sedeva Venere, proprio lei, la Dea dell’Amore in persona e non una qualsiasi donnetta che, come Mademoiselle Cleopatra, avesse preso quel nome per combattere il sesso nemico».

Mi sembra di rivedere una (qualsiasi) scena di Phantom Thread nell’incipit di Venere in pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch: immagino le tappezzerie, i toni dell’ambiente, i colori, l’aria calda e malsana dell’inizio di una delle storie d’amore più belle mai scritte. Eppure il film di Paul Thomas Anderson apparentemente non ha nulla di malsano. Una regia dominante e perfetta, la fotografia curata dallo stesso regista, gli spazi, le composizioni di Jonny Greenwood che cingono ogni scena, la guidano. Come Severin, Reynolds/Day-Lewis elegge la sua Venere. Come Severin, la guarda estasiato mentre indossa le sue creazioni. Come Severin, Reynolds Woodcock educa la donna a incarnare il suo ideale. Il dominatore però si tramuta presto in schiavo, cede al candore di una ragazza improvvisamente inciampata nella sua vita perfetta, ne fa la portatrice della sua arte. Le stoffe come le pellicce. È ovattata la prima parte del film, è velluto, piacevole al tatto, da accarezzare per ore: le sfilate, il lusso, l’uomo egocentrico eternamente scapolo. «Io gli dato in cambio ciò che desidera di più» dice Alma nell’ambigua scena iniziale in cui vediamo la donna raccontare la sua storia a un uomo nell’ombra. Ma qualcosa pulsa nel film di Paul Thomas Anderson, il suo cinema è totalizzante, voracemente penetrante: è Daniel Planview (sempre, ancora Daniel Day-Lewis in There Will Be Blood) che scava agognante per arrivare al petrolio. E Phantom Thread freme, come i messaggi segreti nascosti nelle cuciture degli abiti da Woodcock. Sotto il vestito, qualcosa.Ma se in The Master e Il petroliere le carte vengono subito mostrate e l’odore dolciastro di marcio invade la scena sin dall’inizio, Phantom Thread si scopre piano.

La donna da desiderabile musa diventa un peso e Reynolds torna a nascondersi nelle sue abitudini, nelle sue insofferenze: vive nel ricordo di chi non ha mai smesso di amare, la madre, e con la presenza ingombrante di una sorella che lo conosce meglio di chiunque altro. Ma attenzione alle interpretazioni spicciole: come in The Master nulla accade e forse tutto succede. PTA sapientemente non lascia fantasticare troppo sul livello psicoanalitico del film. Nel momento in cui sembra voler suggerire una questione edipica scalpitante (pensiamo alla scena del primo appuntamento in cui Reynolds parla ad Alma di sua madre e di quando realizzò il vestito per il suo secondo matrimonio), Anderson inizia a creare vuoti, cambi di traiettorie, rallenta. Il colpo infatti arriva in seguito, improvviso e dritto allo stomaco. Torno sempre lì. Mi sentivo letteralmente in subbuglio qualche ora dopo aver visto il film, mentre ero alla scrivania e mi distraevo guardando fuori, non riuscivo a smettere di pensare a quanto mi avesse scosso.

Alma, straziata dall’allontanamento di Reynolds e sottomessa a quel legame malato, decide di riappropriarsi del suo amore mettendolo in una posizione di completa dipendenza: l’inganno grazie ai funghi velenosi di memoria donsiegeliana renderanno disarmato il padrone. E il carnefice diventa vittima. «Severin, your servant comes in bells, please don’t forsake him / Strike, dear mistress, and cure his heart», cantava/scriveva Lou Reed. E Alma cura i deliri febbrili di Reynolds che si abbandona completamente alla sua padrona, inerme, malato di un amore crudele.
Ma i ruoli tornano a invertirsi, ancora, forse per sempre.
Il filo nascosto di Phantom Thread è il rapporto traviato della coppia, qualcosa che soltanto loro conoscono, inaccessibile, ciò che li tiene in vita, un legame che fa del dolore una presenza necessaria. Dipendenza, bisogno di sofferenza comune, un gioco, una lotta. Paul Thomas Anderson mette scena una vera battaglia e il finale non è poi così consolatorio. Reynolds sancisce soltanto l’inizio del tormento a cui seguirà l’estasi, chissà. La punizione a cui decide di sottoporsi è indispensabile. Nella bellissima scena in cui corre alla festa per riprendersi la sua Alma, mannequin e maîtresse, nell’uomo si alterna il suo essere vittima e carnefice. Solo quella donna, forse, è riuscita a succhiargli fuori la sua vera natura. In spagnolo, la parola alma sta per anima. «Mi sembra di averti cercata per moltissimo tempo», dice Reynolds Woodcock poco dopo averla incontrata.

Paul Thomas Anderson con la magnificenza del suo cinema fa di Phantom Thread un viaggio verso la voragine di una amore corrotto, perverso, un rapporto costantemente alla ricerca del piacere che riesce a raggiungere solo attraverso la sofferenza. E forse ne morirà.

Ci si abitua al dolore, più di quanto ci si possa abituare all’amore.

In un film dalla messa in scena dilatata ma profondamente costretto in un respiro asfissiante, la grandezza del cinema assoluto di PTA ci porta in un microcosmo nero e malato nonostante le stoffe pregiate, la luce. L’amore di Reynolds e Alma viene completamente assorbito dal bisogno di avvicinarsi costantemente alla morte per rimanere in vita, per continuare e, in quegli attimi raggiungere, l’intensità. Fase di plateau.

Da anni non mi succedeva di portarmi addosso un film così come mi sta capitando in questi giorni, tornare a ripensarci, sentirne i riverberi, continuare a modellarne la riflessione. Scrivo queste ultime parole dopo essere letteralmente scappata da un luogo affollato, con l’unico desiderio di ritrovarmi da sola ancora con i residui della visione. Daniel Day-Lewis al suo ultimo valzer: dopo le «prove tecniche per Il petroliere» (come mi piace dire con una persona che amo molto) in Gangs of New York, There Will Be Blood e Lincoln, ci lascia per l’ultima volta ammirare la curvatura del suo naso.

A qualcuno, che tempo fa ha condiviso con me questo piccolo estratto da un racconto di Carver: «Certo, agli occhi della gente era una cosa fuori dal normale. Ma lui era disposto a morirci. E in effetti c’è morto».








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 21 gennaio 2018