Dubbi aperti a penna corrente…

Luca Cristiano



…intorno al discorso pisano di Nichi Vendola del 10 novembre 2012

Foggia mi terrorizzava. Arrivarci in macchina era uno strazio. Le autorità pugliesi hanno l’abilità di nascondere i cartelli segnaletici dietro le peggiori escrescenze vegetali che spuntano ai lati della strada. Se un ramo piega la testa nel potenziale campo visivo di un guidatore e se quel guidatore non più ipotetico non conosce la via per arrivare dove deve, di sicuro dietro la testa piegata del ramo starà nascosto un cartello stradale.
Foggia mi terrorizzava, però arrivarci ci arrivavo, facendo molta attenzione.
Era tornare a casa la cosa veramente difficile: le strade sono tutte uguali, si attraversano lande prive di particolarità veramente dirimenti, si soffre.
Certo è avventuroso. Io, poi, mi sono perso anche ieri sera per andare da Pisa a Castiglioncello (che è vicino a Livorno), fate un po’ voi.
Tornare, nel mio caso, significava raggiungere un paesetto soffocante che respira tutta l’aria che vuole in cima a una montagna al confine tra la Lucania e la provincia di Avellino.
Una volta, però, a Foggia ci sono arrivato in treno. Era stato da poco rieletto come governatore (che parolaccia, rifiuto la maiuscola) Nichi Vendola.
Eravamo tutti contenti. Mio fratello, che è anche cattolico, più degli altri.
Il sospetto, però, era violento e pervasivo. Certo, meglio Vendola che la protoprotesi quasi umana del Pdl e meglio Vendola di qualche strana mutazione democratico cristiana, però: ricevere elogi da Don Verzé, come a Vendola è capitato più volte, può essere una nefandezza che capita per caso? Abbiamo provato a credere di sì, con scarsi risultati, non so se voi ci provate…
Qualcuno dice che c’è anche di peggio. È una cosa difficile da mettere a fuoco, tenteremo di capirlo ognuno per conto proprio prima di votare o non votare e intanto non so, vorrei sapere.
Quella volta che arrivai a Foggia in treno, capitò che per un disguido con gli orari finii per poter fare una delle cose che mi fanno risentire più che una caccola sperduta tra le sfere cosmiche: girovagare in una città che non conosco. È bellissimo. Fatelo, se vi capita. Io faccio così: prendo tre o quattro punti di riferimento certi (una torre molto alta, chiese, muraglioni, una litoranea, quello che capita); poi immagino un perimetro; poi scaravento nel perimetro tutte le linee che mi vengono fuori dalla traiettoria spontanea della camminata, per tutto il tempo che ho a disposizione.
Quella volta che arrivai a Foggia in treno e quindi fui esente dai terrori del guidatore perduto nelle Puglie indefinite, fu tutto molto bello e Vendola era appena stato eletto per la seconda volta. Forse grazie alla coincidenza di queste due circostanze (niente fobia da smarrimento e rielezione), ebbi modo di sentire la voce di un attore che proveniva da una chiesa probabilmente sconsacrata e riconvertita in teatro e finii a vedere un film in un cinema sperduto e meravigliosamente libero di essere se stesso. Non so se queste due opportunità sono direttamente collegate all’elezione di Nichi Vendola, però sospetto di sì. Ho sentito che ha fatto un sacco di roba per quelli che hanno voglia di combinare qualcosa. In molti lo adorano. Se penso alle alternative e se riesco a pensare che lui potrebbe disinnescare Casini, lo adoro pure io. Volendo credere che voglia. Ma non è un pensiero facile da portare a termine, qualcosa non torna. Tuttavia il ragazzo che recitava l’ho sentito, il film l’ho visto, pare che per parecchie cose Vendola sia stato decisivo. Così, oggi, 10 novembre 2012, sono andato a sentire il suo comizio pisano. Vi racconto alcune impressioni fulminee:
In pieno centro di Pisa, forse nel centro geometrico del centro della città, vicinissimo a un ponte detto “ di mezzo” c’è una piazzetta sopraelevata coperta da arcate. Marmo da tutti i lati, la pioggia non entra. Vendola arriva con mezz’ora di ritardo e quando afferra il bicchiere gli trema la mano.
L’orecchino scintilla e dondola. L’orecchino è bello davvero, niente da dire.
A volte il capo di SEL è afferrato da una specie di fede quando parla. Come può la fede riprodursi a comando per ogni comizio? A volte la sua sembra muovere da strati profondi, altre volte tutta la sua persona sembra provare a credere in ciò che dice mentre lo dice, per dovere. Il sarcasmo gli viene fuori un po’ come una maschera mortuaria, sembra esserne stanco, sembra che ne soffra fisicamente.
Il pubblico è composto per lo più da donne. Un transessuale osserva fiero il palchetto anche mentre resta vuoto e non concede a nessun altro il suo sguardo. La maggior parte delle donne invece sembra abbia voglia di condividere l’afflato politico con gli altri. C’è qualcosa di molto forte e bello in tutto questo e c’è qualcosa di gravido di qualcos’altro che è problematico e non riesco a definire. L’intera scena appare alternativamente straziata, felice, stanca ripetizione di se stessa oppure fiera e gioiosa: la giostra emotiva e intellettuale sembra girare veloce, i volti delle persone presenti vogliono amare e non ci riescono oppure amano senza riuscire a smettere oppure, ancora, si interrogano baluginando su cosa dovrebbero volere, adesso che stanno per ascoltare il discorso di un candidato che, comunque, personifica cose che la macchinetta iperbolica della rappresentazione partitica italiana non ci ha abituati a vedere in campo: fare i conti con Vendola, anche se fosse un bluff totale, vorrebbe comunque dire confrontarsi con cose pesanti e di solito disinnescate dalla rappresentazione attuale della vita civile in Italia.
Il discorso, rapidissimo, parte dalla fotografia dei tecnocrati italiani cantati da Gaber e attualmente braccio esecutivo di qualcosa di proteiforme che sa diventare preciso quando si articola come potere decisionale. È facile per il governatore della Puglia ricevere applausi quando indica l’assoluta incapacità di considerare la specie uomo da parte dei riscossori e ragionieri che toccano solo ciò che non sposta niente quando viene spostato. Non è così che Vendola dice, ma ci possiamo intendere.
Il discorso passa alla scuola e al disastro scientemente perpetrato dall’aziendalizzazione del sapere. Fotografia lucida, argomentazioni inoppugnabili intorno alla continuità tra destra e sinistra.
Una decina di minuti intorno alla questione dei beni pubblici, niente di veramente preciso, ma tutto, di nuovo, condivisibile.

Parla poi di politica ambientale e industriale, nomina la Sardegna dei minatori e l’acciaio, prova a inserire nel suo discorso l’idea che non esistano rifiuti, ma solo materia in continua trasformazione. Parla e trema e si emoziona dice anche cose forti e giuste: la violenza che è stata fatta alle nostre coscienze consiste nell’estetica pubblicitaria che ci hanno calcato nel cervello, la nostra bellezza non sarà forse tutta e solo “nella nostra fragilità”? Vendola ha la capacità di fronteggiare, almeno a parole, lo spavento che proviamo chiamandolo proprio spavento e sa nominare la mostruosità dei mostri e la serialità delle serie che ci serializzano, se ci lasciamo serializzare.
La cosa più bella che dice è che bisogna riequilibrare “nelle istituzioni pubbliche l’orecchio maschile e quello femminile”, perché le donne sentono cose che i maschi non possono sentire e viceversa.
Nello schifo che viaggia avviluppandoci se non ci divincoliamo continuamente come vermi etici su spilloni retorici, questa cosa mi colpisce e mi fa credere, per adesso, che lui potrei anche votarlo. Ma dovrò pensarci ancora, e molto. _








pubblicato da s.baratto nella rubrica emergenza di specie il 13 novembre 2012