La vita, l’amore, il dolore, l’orrore: le palizzate pacifiche di Dario Voltolini

Serena Gaudino



Pacific Palisades di Dario Voltolini è un libro intimo e sorprendente, che si legge d’un fiato, che appassiona e commuove. Non è un poema, non è poesia. Ma una narrazione poetica in cui l’autore ha aggiunto, alle normali regole della prosa, un segno in più della punteggiatura, l’«a capo»: ed ecco questa speciale meditazione dal carattere autobiografico e corale. In cui le vite dei vari personaggi, ricostruite ed evocate da Voltolini e dai parenti che lo hanno aiutato in questo lavoro, si incontrano e si scontrano; le immagini, come le emozioni, sono dilatate nel tempo e distribuite nello spazio per permettere al lettore di viaggiarci dentro e di attraversare, insieme all’io narrante, i luoghi della sua memoria.
Ma cosa sono e a cosa servono le palizzate pacifiche di Voltolini?
Sono morbidi ostacoli che proteggono l’intimità, filtrano l’orrore, l’amore e l’odio. Che si ergono a difesa di se stessi ogni qual volta vengono abbattute per qualche dolore, o vengono piegate da un affetto dirompente:

[…] non sappiamo quanto sia segreto
ma è simile a un midollo
appare dopo l’ultima difesa dura dell’osso […]
il territorio dove continuamente si nasce.

È una specie di filtro che serve alla nostra sopravvivenza. Ad andare avanti sempre, e a continuare ad aprirsi agli altri, a coloro che sono stati presenti nel nostro passato e a coloro che diventeranno, insieme a noi o senza di noi, un giorno, il nostro futuro. Perché siamo tutti il frutto di qualcosa e di qualcuno (anche molto lontano, perso quasi nella memoria più antica) la cui evocazione non può prescindere dalla collaborazione, per ricostruire immagini e particolari.
Uno dei personaggi più belli di questo libro di Dario Voltolini è la Donna che va nei bar.
Ispirato alla zia Palmira, il racconto segue le peregrinazioni di una donna che entra ed esce dai bar, ma anche dal suo essere più o meno cosciente mentre attraversa la città e vede cose, sente le emozioni crescere e assopirsi come la sua sete travolgente:

[…] solo pallidamente estinta dalle bevande
solo parzialmente assopita dall’alcol
la tua sete era perenne
era come una fame
era come il volo del falco
che cerca la preda
e volando si distende […]

Vibrante di tensione, direttamente connesso alla donna che va nei bar, è Il figlio del primo.
Un atleta, un nuotatore, un agonista che, a un certo punto della vita, comincia a bere. E perché mai? Non è facile stabilirlo. Tanto che qui se lo chiede anche Voltolini in uno dei passaggi cruciali della canzone:

[…] vorrei precisamente capire se qualcuno sa stabilire
se sia fragilità o forza che uno va cercando nel bicchiere.
Forza fisica ne aveva più di tutti. Forse edificata
attorno a un velo mobile e sfuggente:
l’alcol serve a irrobustire quel velo
o a disciogliere la forza? [...]

Originale, visionaria, capace di mescolare una forma nuova con una più arcana, la scrittura di Dario Voltolini si conferma evocativa e libera. Dal tono e dal ritmo giusto per dire sempre quel che vuole, non solo con le parole ma anche con la musica prodotta dalle particolari legature, dagli accostamenti, dalle assonanze e dalle consonanze. E dalle sospensioni che paiono come pause di riflessione, respiri spiazzanti che si mettono tra un’immagine e un’altra.
In Pacific Palisades, oltre alle persone, al tempo e al suo spazio, anche i luoghi sono importanti. Per quello che sono e che rappresentano soprattutto all’interno della mappa geografica che contiene tanta Torino, ma che poi s’allarga e si estende fino a Milano e ad altri luoghi lontani come Tokyo e quel lembo di terra sconosciuto della California che è proprio Pacific Palisades: una cittadina incontrata nel racconto dell’amica che abitava

[…] in una casa anni ‘30
in riva al fiume
la padrona di una casa emanava in certe sere una bellezza che prendeva alla gola
e in altre sere sembrava vecchia e stanca
così il risultato era che di volta in volta era irriconoscibile […]

Quello stesso luogo che dopo qualche anno, su un’indicazione posta sull’autostrada nei pressi di Santa Monica, diventa una terra di confine compresa tra la realtà e l’immaginazione.
Pacific Palisades però non è solo un libro tutto nuovo. È anche un’opera che conferma e testimonia il percorso artistico di Voltolini.
Il linguaggio scarta e si rinnova, il corpo a corpo con le parole è rigenerante, e finalmente, dice lui, è arrivata anche la resa dei conti col passato, con gli antenati trentini e con quella tragedia umana che è stata la Grande Guerra. In uno degli ultimi pezzi protagonista, oltre all’io narrante, è una donna che piange. Che piange su una tomba, in un piccolo cimitero di un paesello, un morto della prima guerra mondiale:

[…] all’inizio silenziosamente,
poi senza poterci fare nulla singhiozzava disperata […]

Da questo libro Alessandro Baricco ha tratto uno spettacolo, con le musiche di Nicola Tescari, andato in scena al Romaeuropa Festival.


Questo articolo è apparso sull’Indice dei libri del mese del mese di dicembre 2017.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 15 gennaio 2018